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Friday, 29 August , 2008 / ermes

Talenti, migrazioni e libertà


Traggo dal testo di Federico Bonaglia e Andrea Goldstein, Globalizzazione e sviluppo (Bologna, 2008), alcuni passi come invito alla (molto piacevole) lettura:

“Non bisogna (…) dimenticare che i professionisti qualificati costituiscono una parte importante della classe media e che senza di essa è difficile costruire e consolidare la democrazia. Il caso argentino è emblematico: la grande fuga dei cervelli degli anni Sessanta e Settanta, provocata dal susseguirsi di regimi depressivi – nel 1967 il dittatore Onganía commissariò l’Università di Buenos Aires ed espulse 1.305 professori -, venne solo in minima parrte invertita con il ritorno della democrazia, così che le pressioni esercitate dalla classe media sui governanti per adottare politiche più trasparenti sono andate affievolendosi nel tempo, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

“(…) Silicon Valley è a giusto titolo considerata uno dei più positivi esempi della globalizzazione. Si stima che un quarto delle imprese della New Economy sia diretta da un emigrante asiatico (…) Quello che potrebbe essere a prima vista considerato come un incontrovertibile esempio di brain drain si è peraltro trasformato in un eloquente dimostrazione di brain gain, o «ritorno dei cervelli». Alla radice dell’emergere di Bangalore e di altre località in India come importanti centri dell’industria informatica si trova infatti sia il capitale di fiducia costruito dai tecnici indiani espatriati, sia la ricca rete di contatti da essi accumulati negli anni. N.R. Narayana Murphy lavorò a Parigi negli anni settanta per scrivere il software che gestisce i bagagli dell’aeroporto Charles de Gaulle, prima di fondare Infosys e diventare, secondo Time, uno dei 25 uomini d’affari più influenti al mondo. Ma il fenomeno non si limita a Bangalore: a Taiwan più di un terzo delle imprese installate nel parco industriale di Hsinchu sono state create da ingegneri con un’esperienza lavorativa nella culla della New Economy, e il 70% delle imprese del parco mantiene uffici a Silicon Valley per trovare idee e reclutare personale. Del resto globalizzazione significa opportunità di gran lunga superiori rispetto al passato di rimanere in contatto con il paese d’origine. Data l’evidente importanza dell’interazione per la produzione di conoscenze scientifiche, le strutture reticolari sono la forma ottimale per creare interazione tra chi resta e chi parte. Esempi di tali iniziative create dalle diaspore abbondano: i Chinese Scholars Abroad (Chisa), la Red Caldas degli ingegneri colombiani all’estero oppure il South African Network of skills Abroad (Sansa). Un primo esempio in Italia è la Issnaf, The Italian Scientists and Scholars in North America Foundation.

“Nel campo delle politiche migratorie internazionali, gli argomenti liberali che tanto peso hanno nel caso del commercio stentano a farsi strada – dato il timore (infondato) che gli immigrati abbiano un costo fiscale per chi li accoglie e l’ipotesi (non dimostrata) che la presenza di lavoratori stranieri deprima i salari per la popolazione autoctona. Paradossalmente i movimenti noglobal non sembrano impegnarsi particolarmente su questo tema, sebbene liberalizzare i flussi migratori internazionali avrebbe per i paesi più poveri effetti positivi superiori anche alla rimozione delle barriere protezionistiche in quelli industrializzati. Secondo Rodrik, aumentare il numero di lavoratori stranieri fino al 3% della forza lavoro potrebbe generare, sotto forma di rimesse, 200 miliardi di euro di reddito annuo addizionale, un valore superiore ai benefici attesi dalla conclusione del round di Doha dell’Omc.

” (…) è probabile che nel lungo periodo solo la combinazione tra crescita economica e democrazia possa convincere professionisti qualificati a rimanere in patria ad esercitare le proprie competenze”.

(pagg. 87-89)

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