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Tuesday, 23 September , 2008 / ermes

“Provando e riprovando”


Un tempo, il sintagma a titolo del presente post costituiva il motto dell’Accademia del Cimento. Oggi, l’è soltando il mantra che sovrintende al percorso universitario di ogni studente della nostra (rectius: vostra!) Penisola.

Un immenso gregge di cervelli costretti ad impigrirsi e annoiarsi in alcuni tra i corridoi più bui e pesti di alcuni tra gli atenei più squallidi e tristi d’Europa. Un grigio gregge informe e scordinato che s’infila nelle aule d’esame per tentare ogni volta la sorte, non studiare ma arrabattare, non argomentare ma pantofolare…

Reduce dall’ennesima (ovviamente sfiancante e immancabilmente comica) maratona di esami, trovo e quindi ripropongo ottimo articolo pubblicato su LaVoce.info. Speriamo avesse ragione Eduardo e che prima o poi, davvero, “adda’ passa’ ‘a nuttata…”

La lotteria Italia degli esami

di Paolo Balduzzi, Andrea Monticini e Matteo Rizzolli, 19.09.2008

In Italia è molto semplice per gli studenti ripetere più volte un esame universitario finché non lo  passano, magari con un buon voto. Ma tutto ciò ha costi alti. Per gli stessi studenti perché si allunga il percorso di studio. Per i docenti che all’esamificio devono dedicare tempo e risorse. E alla fine, poi, si toglie ogni contenuto informativo al voto di laurea. La soluzione è una riduzione drastica degli appelli. Ma potrebbe funzionare anche un innalzamento delle tasse per i “ripetenti” e i fuoricorso.

Un articolo pubblicato prima dell’estate su questo sito evidenziava come il voto di laurea in molte università italiane sia sempre meno indicativo. Quando il 30 per cento degli studenti si laurea con la lode, la sensazione è che le valutazioni appaiano fin troppo generose. O quantomeno, pur ammettendo che non esistano distorsioni, risultati così appiattiti verso l’alto non permettono alcuna discriminazione tra gli studenti.

IN ATTESA DELLA MANO FORTUNATA

Tra le numerose cause dell’inflazione da voto, c’è l’inspiegabile facilità con la quale in Italia gli studenti possono tentare e ritentare gli esami, teoricamente un numero infinito di volte, rifiutando eventuali voti bassi o comunque non soddisfacenti, in attesa della “mano” fortunata che permetta di portarne a casa uno alto. L’anomalia italiana emerge da un rapido confronto con i sistemi universitari di altri paesi. (1)
Un esame per corso ogni anno senza possibilità di appello: Canada.
Un esame per corso ogni anno con possibilità di un appello: Danimarca, Francia, Germania, Messico, Svizzera, Regno Unito, Stati Uniti. (2)
Un esame per corso ogni anno con possibilità di due appelli: Austria, Olanda
Fino a dieci esami per corso per anno con possibilità illimitata di appello: Italia
Come in una lotteria, lo studente italiano può comperare a costi contenuti un biglietto per tentare la fortuna dell’esame. Il voto è per alcuni studenti ormai un evento probabilistico, il cui risultato atteso può essere artificialmente accresciuto, non necessariamente studiando di più, ma semplicemente aggiungendo alcampione ilprossimo evento. Ritenta e sarai più fortunato: è l’imperativo.
Un primo paradosso del sistema è che mentre l’appello praticamente mensile viene spesso giustificato come un meccanismo per permettere allo studente di “dare più esami” e quindi di accelerare il percorso di studi, in realtà la durata media degli studi universitari in Italia è tra le più alte d’Europa, anche se è decisamente migliorata con il 3+2. Vi è correlazione tra appelli ricorrenti e maggiore durata del percorso di studi? Secondo noi sì, ed emerge a causa di questo approccio da lotteria all’esame.
L’esamificio Italia, oltre a svuotare di contenuto informativo il voto di laurea e contribuire all’allungamento del corso degli studi, porta con sé anche un considerevole costo sociale in termini di strutture universitarie utilizzate improduttivamente e di ore/uomo di ricercatori e professori sprecate per preparare, supervisionare e (se scritti) correggere i “biglietti della lotteria” degli studenti.
Dieci estrazioni all’anno (più o meno) per la lotteria dell’esame italiano: pensiamo a cosa  significano in termini di costi. L’esamificio Italia è costruito in maniera tale da abbattere quasi completamente il costo opportunità di “ritentare” l’esame per lo studente: il suo costo opportunità è aspettare qualche settimana per il successivo appello. Rende però significativo il costo per l’esaminatore che deve preparare almeno dieci prove diverse, dedicare dieci giornate all’esame e cosi via, con la ragionevole certezza di rivedere più volte alcune facce già conosciute, che si ripresentano in cerca del tema facile o della domanda fortunata.
L’altra faccia delal medaglia della frammentazione degli esami è il diverso grado di difficoltà delle prove. Un docente dovrebbe decidere all’inizio dell’anno accademico il loro livello di difficoltà; dovrebbe quindi preparare tanti differenti testi che presentino tutti il medesimo grado di difficoltà. L’impresa potrebbe rivelarsi ardua e verosimilmente alcuni appelli d’esame potrebbero avere prove più semplici di altri. Lo studente potrebbe presentarsi continuamente, proprio in attesa di svolgere l’esame per lui più semplice.
Inoltre, si pensi a un’azienda che deve selezionare un valido economista. Il massimo dei voti preso in un appello “facile” di economia politica potrebbe non valere un voto leggermente più basso preso in un appello “difficile”. L’impresa non potrebbe più basare il suo giudizio unicamente sul curriculum universitario del potenziale economista: si rischia di perdere la funzione di segnalazione dei voti anche dei singoli esami.
La soluzione all’esamificio Italia è la correzione di questa struttura di costi sbilanciata. Il costo opportunità del “ritentare” la fortuna dell’esame per lo studente va aumentato, in maniera tale che si torni a considerare imprescindibile l’opzione di studiare per passare l’esame al primo tentativo. Ciò comporterebbe inevitabilmente una riduzione dei costi “sociali” dell’esame, sia in termini di struttura e personale per gestire la ripetizione dell’esame sia in termini di tempi di laurea più brevi. Ma come si aumentano questi costi? La via maestra è la riduzione drastica delle sessioni d’esame e del numero di appelli.

CHIUDERE L’ESAMIFICIO

Un approccio radicale al problema sarebbe l’adozione di un modello di tipo britannico, con la possibilità di un solo appello a fine corso e, nel caso di fallimento, di una sola chance di riparazione. Va da sé che i voti positivi ottenuti non si potrebbero rifiutare. Se si dilazionano nel tempo gli appelli, si aumenta il costo opportunità di aspettare la prossima “mano fortunata”, fino alle conseguenze estremamente costose di troncare il percorso accademico nel caso un esame fondamentale non sia superato entro i due-tre tentativi concessi. Così facendo, si opererebbe una selezione tra gli studenti universitari, premiando coloro che studiano veramente per superare un esame e coloro che provano e riprovano finché non ci riescono. Inoltre, con la possibilità di almeno un secondo appello, lo studente è garantito rispetto a eventuali torti o sfortune subite. Un’altra possibilità (complementare alla prima, più che alternativa) è quella di impedire agli studenti il rifiuto dei voti positivi, cioè superiori al 18.
In ogni caso, si potrebbe almeno rendere gli extra-appelli finanziariamente costosi per gli studenti in maniera tale da far loro internalizzare i costi/struttura dell’esamificio, magari incrementando le tasse universitarie di una percentuale per ogni esame non superato e ritentato. Oppure si potrebbero aumentare le tasse universitarie per gli anni fuoricorso. In questo modo, gli studenti stessi internalizzerebbero i costi di tale pratica e il numero ottimo di appelli emergerebbe come un equilibrio del sistema.
Non a caso, alcune università italiane hanno già cominciato ad applicare misure simili, a partire per esempio dal caso di Trento.

(1) John Hey, “International Comparison of University Examination Systems
(2) Per essere più precisi, le regole per la ripetizione dell’esame variano a seconda del corso e dell’università.

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7 Comments

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  1. ermes / Sep 23 2008 4:27 PM

    Addenda:

    Condivido ogni parola di quanto scritto, anche se a mio avviso proposte come quelle indicate vanno implementate soltanto in un’opera di copia/incolla del sistema universitario anglosassone a tutto tondo: immaginiamo, al contrario, l’esplosione del delirio di onnipotenza dei cattedratici baroni nostrani (recte: vostrani!), già pur oggi alle stelle…

    Sempre più mi convinco che sia purtroppo passato del tutto il tempo delle discussioni su riforme a piccoli passi, modifiche settoriali, cambiamenti limitati ma nella direzione giusta… qui siamo ormai alla cannula dell’ossigeno…

    L'”uomo malato d’Europa” (Italia e suoi sistemi universitario, economico, partitico, religioso, informativo, giudiziario etc. e ancora e sempre etc.) va definitivamente eutanasizzato: di certo non seguendo derive massimaliste, grilliste, fanatiche, intolleranti, bensì attraverso l’alternativa donata al mondo della scienza politica (e della politica stessa) da Piero Gobetti nella sua “Rivoluzione liberale“.

  2. TeleComick / Sep 23 2008 4:42 PM

    Ah vabbè… credo bene tu non ti riferisca al Politecniko Bariensis…

    Vabbè, poi ci sarebbero una serie di altre nickaggini…

    Però comunque è colpa mia.

  3. EtaBeta Esamificato / Sep 23 2008 5:08 PM

    Tempo e fiato sprecato a cercare improbabili soluzioni che si rivelerebbero solo cure palliative per un malato davvero terminale come l’Università italiana. Che la si smetta di chiamare a termine di paragone sistemi universitari in toto differenti dal nostro. Inoltre invocare il “costo” degli appelli in termini di privazione della scienza delle menti dei docenti perché intenti a preparare tracce (e quindi non a produrre) è semplicemente ridicolo. Sovratassare gli appelli extra? I corsi di studio italiani non valgono neanche le tasse che già si pagano.
    “…Così facendo, si opererebbe una selezione tra gli studenti universitari, premiando coloro che studiano veramente per superare un esame e coloro che provano e riprovano finché non ci riescono”. Ho sempre pensato che non si studia per superare un esame.
    Mi fermo qui.

  4. ermes / Sep 23 2008 5:53 PM
  5. Iperione / Sep 23 2008 8:00 PM

    Saluto con entusiasmo la citazione del sito di John Hey presente a pie’ di pagina dell’articolo de LaVoce.info.

    Avendo parlato con lui proprio di questo argomento, avevo in mente da tempo di scrivere qualcosa, riportando proprio le informazioni contenute in quel sito.

    Purtroppo si fa sempre piu’ largo in me la sensazione che il tritacarne tricolore non lasci scampo ne’ spazio a nessuno: anche e soprattutto ai migliori e’ assolutamente vietato innovare, cambiare, sperimentare, migliorare.

    Anche e soprattutto i migliori avrebbero altro da fare che sprecare tempo con un sistema fallimentare e corporativo come il nostro.

    Tuttavia, dico per fortuna, questi migliori, a piccoli passi ed impercettibilmente stanno scavando il mostro dall’interno.

    Speriamo collassi presto…

  6. CanNick / Sep 24 2008 10:17 AM

    Fosse il sistema universitario il problema, andrebbe pur bene se il mercato del lavoro fosse meritocratico. Insomma i 110 e lode sarebbero naturalmente selezionati al loro interno in base alle competenze e alle capacità reali che si posseggono. Questo non avviene o io non l’ho ancora visto.
    Ci si annoia anche al lavoro.

    Vabbè poi ci sarebbe tutta una serie di altre canne.

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  1. “La Repubblica non ha bisogno di scienziati” « Abeona forum

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