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Tuesday, 21 October , 2008 / ermes

Prometeo illiberale


Credo che le parole di Francesco Giavazzi (cui ormai possiamo pure appaltare Abeona) non sortiranno alcun effetto in quel deserto autarchico che è da sempre la politica italiana. Da molto, troppo tempo, la nostra classe dirigente (a tutto tondo) smaniava di scatenarsi… e ora, penso, si scatenerà senza remore…

Il passo indietro

Corsera, 18 ottobre 2008

Il presidente del Consiglio ha detto che il tempo dei divieti europei agli aiuti di Stato è finito: non solo disponibilità a ricapitalizzare le banche con denaro pubblico, ma oggi anche aiuti all’industria automobilistica e domani chissà. Mi pare una scelta suicida. Se in Europa si aprisse la gara a chi aiuta di più le proprie imprese noi potremmo solo perdere: infatti il livello del nostro debito pubblico ci lega le mani e non ci consentirebbe di aiutare le nostre aziende tanto quanto potrebbero fare ad esempio Germania e Spagna.

Non c’entrano le regole di Maastricht: sarebbero i mercati a non consentirci di farlo. Già oggi il differenziale tra il rendimento dei titoli pubblici italiani e tedeschi ha raggiunto 3/4 di uno per cento. Diversamente da ciò che dice Berlusconi il nostro interesse oggi è chiedere un rafforzamento, non la sospensione (per quanto giustificata dalle circostanze eccezionali della crisi) delle regole europee contro gli aiuti di Stato. Solo così potremo difendere le aziende italiane dalla concorrenza europea in una gara alla quale parteciperemmo con un fortissimo handicap.

Altrettanto miope è la proposta di far qualcosa per limitare gli afflussi di capitale «straniero», se non esplicitamente invitato, verso banche e aziende italiane. Tanto più capitale arriva dall’estero, tanto meno c’è bisogno di capitale pubblico italiano, tanto meno probabile è che ci troviamo con le mani legate nella perversa gara europea a chi aiuta di più le proprie aziende.

A questo proposito è stata particolarmente intempestiva la proposta del presidente della Consob (fatta propria da Berlusconi) di modificare la legge sull’Opa per rendere più difficile scalare le nostre aziende. Oltre agli argomenti illustrati da Sandro Brusco e Fausto Panunzi su lavoce.info, c’è il fatto che aziende non scalabili diventano scarsamente attraenti e tengono lontani gli investitori esteri (oltre a deprimere ancor più la Borsa).

A chi teme l’acquisto di aziende italiane da parte di stranieri consiglio di studiare la storia del Nuovo Pignone. Quando apparteneva all’Eni era una buona azienda locale; l’acquisizione da parte della General Electric l’ha trasformata in un polo di eccellenza globale e ha aumentato non ridotto le attività dell’azienda in Toscana.

Una delle rare modernizzazioni avvenute in Italia dal dopoguerra ad oggi è aver reso l’economia autonoma dalla politica. Per 40 anni, fino all’inizio degli anni Novanta, tre quarti della grande industria e tutte le maggiori banche erano di proprietà dello Stato o comunque controllate dalla politica. Memorabili le lunghe notti delle nomine pubbliche: più duravano peggiore era la qualità dei capi-azienda nominati. Penso che nessuno le rimpianga.

Oggi abbiamo la fortuna che la ricapitalizzazione delle nostre banche, diversamente da quelle di altri Paesi, non ha bisogno di denaro pubblico. Non usiamo la scusa della crisi per fare un passo indietro rispetto ad una svolta che abbiamo impiegato 40 anni per realizzare.

Francesco Giavazzi

6 Comments

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  1. ermes / Oct 21 2008 10:03 AM

    Ancora a proposito della nostra Abeona appaltata al professor Giavazzi…

  2. Ivo Indicat / Oct 24 2008 11:05 AM

    Non a caso, il Presidente della Commissione Lavoro della Camera, onorevole Saglia, pensa che la cassa integrazione (anche per le imprese sotto i 15 dipendenti!) sia un ottimo “ammortizzatore sociale”.

    Poi ci sarebbero comunque Russia e Libia…

  3. ermes / Apr 4 2009 7:57 AM

    Quel vizio italiano di non denigrarsi

  4. Berta Li / Apr 4 2009 8:39 PM

    che schifo la libertà individuale!
    Av 4apr2009

    PROVINO A RIFLETTERE I PROPUGNATORI DELL’INDIVIDUALISMO SPINTO
    E se il dissolvimento della società dipendesse dall’idea di libertà?
    CARLO CARDIA
    Q uasi nel disinteresse generale sono annunciate, o stanno maturando, in alcuni Paesi scelte che fanno arretrare ulteriormente le barriere in difesa della vita, e che dovrebbero suscitare interrogativi drammatici tra coloro che negano i rischi e i guasti dell’individualismo sfrenato del quale stiamo diventando prigionieri.
    In Inghilterra sono state attivate forme di pubblicità che propagandano l’aborto, e incentivano la scelta per l’interruzione della gravidanza. In Spagna è pronta una riforma per legalizzare pienamente l’aborto nelle prime 14-16 settimane cancellando anche il flebile motivo giustificativo previsto dalla legge. L’aborto diventerebbe così un diritto della persona, anziché una eccezione rispetto alla regola che almeno in linea di principio lo scoraggia. Negli Stati Uniti, secondo una proposta difficilmente valutabile data la sua gravità, la nuova Amministrazione vorrebbe diminuire le garanzie per gli obiettori di coscienza nel confronti dell’aborto, o addirittura eliminare il diritto di obiettare per medici e personale sanitario. Infine, in diversi ordinamenti si vuole introdurre il cosiddetto ‘divorzio breve’, che consente la fine del vincolo matrimoniale anche dopo pochi mesi, o poche settimane, provocando così l’insignificanza totale del matrimonio e relativi diritti e doveri.
    Coloro che da tempo indicano l’inevitabile approdo indifferentista del relativismo etico non dovrebbero meravigliarsi troppo di questa rinnovata escalation.
    Tuttavia, si deve dire che siamo di fronte a qualcosa di nuovo e di terribile, che lascia intravedere una vera mutazione culturale capace di offuscare l’intera stagione dei diritti umani inaugurata dopo gli orrori del totalitarismo nel 1948. Il primo obiettivo che si vuole raggiungere è quello di trasformare il ricorso all’aborto da eccezione in regola, introducendo una sorta di diritto all’aborto con le conseguenze che ne derivano. Una volta immesso questo veleno nelle pieghe dell’ordinamento, si produce un altro inevitabile effetto, perché se l’aborto è un diritto, si può propagandarlo, predisporre incentivi a suo favore, come quello degli spot pubblicitari, si criticheranno le politiche e le iniziative che vogliono favorire la scelta per la vita, come se fossero contrarie ad un diritto. Infine, l’annuncio americano (non ancora chiaro nei suoi contenuti) di limitare, o addirittura eliminare, l’obiezione di coscienza contro l’aborto viene a colpire un diritto fondamentale della persona, riconosciuto pressoché in tutte le legislazioni del mondo, di rimanere coerenti con la propria fede e la propria coscienza senza dover compiere atti contrari alla vita dei più deboli e indifesi.
    Quanto sta avvenendo dovrebbe far riflettere coloro che sostengono il principio per il quale la libertà individuale è sovrana, e nessuna autorità o norma superiore può limitarla, perché la sovranità di un individuo finisce sempre per esercitarsi a danno degli altri, prima ignorando i diritti di chi non ha voce, poi quelli di chi è tenuto fuori del recinto dell’individualismo, infine provocando la deformazione e decadenza dei diritti umani nel loro complesso.
    Il diritto alla vita si trasforma nel diritto a disporre la morte per gli altri, la libertà di coscienza da barriera contro il dispotismo diventa un ostacolo da eliminare per dare spazio all’arbitrio individuale. Quante volte la chiesa, cristiani e laici di ogni orientamento, hanno avvertito che se la legge, i costumi e la coscienza vengono svincolati da alcuni principi fondamentali, in breve tempo si erode quella sensibilità etica minima che sorregge la società e le sue strutture fondamentali, si spegne quell’attenzione per gli altri che costituisce il cuore di ogni collettività solidale? Si determina una assuefazione al male che elide progressivamente anche il disagio interiore. Oggi constatiamo tutti che queste preoccupazioni non sono frutto di pessimismo, trovano conferme nella realtà dei fatti anche oltre le previsioni. Una società nella quale si abortisce quando si vuole e come si vuole, nella quale si fa pubblicità a favore dell’aborto come per un prodotto di consumo, o ci si propone di limitare o cancellare il diritto all’obiezione di coscienza, è una società che fa paura perché perde anche le ultime tracce di un umanesimo che ha contribuito a dare all’Europa e all’Occidente una identità capace di parlare a tutto il mondo.
    Su questi problemi nessuno di coloro che tutti i giorni danno lezioni di laicità alla chiesa, alla religione, a coloro che intendono tutelare i diritti umani, si è soffermato a riflettere, nessuno di essi ha detto nulla, confermando almeno indirettamente che non appena possibile si vorrebbe fare così anche in Italia. Forse è il caso, quando si parla di diritti umani, di far notare e denunciare il lento dissolvimento cui possono andare incontro anche per l’indifferenza e l’apatia di chi dovrebbe tutelarli e promuoverli.

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