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Saturday, 3 January , 2009 / ermes

“Cocò all’Università di Napoli o la scuola della malavita”


Ho ritrovato da poco un articolo di Gaetano Salvemini di straordinaria incisività e bellezza. Esattamente un secolo dopo la sua pubblicazione, dice ancora tutto dell’Italia, le sue camorre, le sue camarille; l’allucinante mediocrità che vi si eterna, la giullaresca indifferenza che rifugge ogni responsabilità.

Sono davvero toccanti le parole che LaVoce di Giuseppe Prezzolini poneva ad introduzione dello scritto: “Non sappiamo ancora, nel momento di andare in macchina, se il professor Salvemini, e se l’amico Salvemini è sopravvissuto alla catastrofe di Messina. Questa voce che qui suona, energica e rude, è forse spenta per sempre”.

Quella voce invero continuò a risuonare ancora per decenni (anche se inascoltata perché perfino non percepita dai più): Gaetano Salvemini fu l’unico della propria famiglia a scampare alla devastazione causata dal terremoto nella regione orientale della Sicilia del 1908. Vi perse la sorella, la moglie e i cinque figli. L’Italia ancor oggi continua a perdervi la dignità.

Cocò all’Università di Napoli o la scuola della malavita

Gaetano Salvemini, “LaVoce” 3 gennaio 1909

Gli adolescenti che, dopo aver fatto il liceo in una città del Napoletano, lasciano la famiglia per andare ad addottorarsi all’Università di Napoli, sono forniti assai di rado di una perfetta e solida coscienza morale. Ma anche nei peggiori non mancano mai grandi capacità di bene.

E basta che un giovane meridionale abbia la fortuna di trovarsi sbalzato fra i diciotto e i ventidue anni in un centro di lavoro onesto, in una scuola universitaria seria e sana, perché in lui – fornito quasi sempre di un’intuizione rapidissima, di un forte amor proprio, di facile adattabilità all’ambiente – si determini subito una grande crisi di rinnovamento e di epurazione. E da queste crisi nascono prodotti talvolta mirabili per raffinatezza e per forza, ma non mai inferiori a quella che è la media intellettuale e morale dei giovani del Settentrione.

La più parte dei meridionali, invece va a finire a Napoli. E Napoli è la piaga del Mezzogiorno, come Roma è la piaga di tutta l’Italia.

Nelle città universitarie del Nord non mancano, certo, occasioni di sviarsi al giovane, sfuggito appena dalla costrizione della famiglia e della scuola secondaria, e avido di bere a grandi sorsi la coppa della libertà. Ma una grande ondata di lavoro affannoso travolge tutto, compensa ogni male, purifica tutto. E il giovane si sente come soggiogato da un comando universale, perenne, che lo spinge alla fatica e lo consiglia a farsi avanti, ad affermarsi conquistatore di quelle forze di vita che lo dominano e lo affascinano.

Napoli invece, vasto centro di consumi e di attività improduttive, in cui metà della popolazione campa borseggiando e truffando l’altra metà, sembra fatta a posta per incoraggiare alla poltroneria e per educare alla immoralità. Tutto è chiasso, tutto è dolce far niente, quando non è imbroglio e abilità. Dal lazzarone che si spidocchia al sole, all’alto magistrato, di cui tutti sottovoce dicono che vende le sentenze; dal questurino, che sfrutta le prostitute, al giornalista ricattatore che sfoggia sfacciato automobili e amanti; tutto sembra che consigli al giovane: “Arrangiati, che io m’arrangio: l’onestà e il lavoro sono buoni per gli sciocchi: godere è lo scopo della vita”. Nessuna voce grida alla sua coscienza inquieta e vacillante: “Su via figliolo: lavora per te e per gli altri: il lavoro è la gioia, il lavoro è la libertà”.

Dopo qualche mese di tirocinio in quell’ambiente pestifero e infetto, la giovane speranza della giovane delinquenza borghese meridionale ha scelta per sempre la sua strada. Non è più il ragazzone di facile contentatura, timido e impacciato di una volta. È diventato un elegantone: si pettina e si veste in modo da stare fra il cinedo e il guappo. Si è emancipato da ogni principio morale. Fa la corte alla figlia della padrona di casa. Abbraccia la serva in cucina e la portinaia per le scale. Molto spesso si busca la sifilide. Non c’è denaro che gli basti. E tempesta per averne la mamma e le sorelle di lettere menzognere e minacciose: – povere mamme, che si consumano nella lotta ineguale contro le ristrettezze del bilancio; povere sorelle, che sfioriscono nell’ombra nutrendosi di legumi e rattoppando i calzerotti per il fratello lontano!

Qualche volta Cocò si ricorda di essere anche studente universitario: quando c’è da fare una chiassata. Cocò è quasi sempre anticlericale: quando viveva Giovanni Bovio, non mancava mai d’andare ad ascoltarlo e di applaudirlo almeno una volta all’anno. Spesso Cocò è addirittura socialista rivoluzionario: è insuperabile nel rompere le vetrate, nel fracassare le panche, nel fare con la bocca e con la mano suoni non perfettamente musicali. Cocò può essere rivoluzionario tanto più agevolmente, in quanto è sicuro a priori dell’impunità qualunque birbonata faccia: i carabinieri, che moschettano per dei nonnulla i contadini affamati, non daranno mai noia al figlio di papà. E Cocò è sicuro a tutte le ore di trovare all’Università qualche migliaio di mascalzoni simili a lui, protetti dall’impunità come lui, pronti sempre a fare come lui i socialisti rivoluzionari. Oggi le panche saranno rotte per protestare contro il governo, domani per anticipare le vacanze, dopo le vacanze per ottenere una riduzione di tariffe sui trams e poi per conquistare gli esami di marzo, poi per solidarietà ai colleghi bocciati; e avanti, avanti, avanti, con la fiaccola in pugno e con la scure.

Di tanto in tanto lo spirito di Cocò è turbato dallo spettro degli esami. Ma solo alla morte non c’è rimedio! Una Università in cui 5000 alunni fanno ogni anno, nelle sole sessioni di estate e di autunno, senza contare quella abusiva di marzo, 17000 esami, non può cercare troppo il pelo nell’uovo in questo genere di operazioni. Eppoi parecchi professori ufficiali esercitano anche libere docenze; iscrivendosi al loro corso libero, l’elegantone laureato si garantisce abbastanza bene contro i rischi di quegli esami che dipendono da quei professori. Altri professori ufficiali sono investiti di incarichi in materie non obbligatorie, che apparirebbero inutili qualora non vi si iscrivesse un numero sufficiente di volonterosi. Cocò si iscrive anche a questi corsi, e si assicura altri esami. Parecchi professori ufficiali, specialmente delle facoltà di giurisprudenza e di medicina, sono avvocati, o esercitano la professione, o fanno gli affaristi: è facile, quindi, trovare il magistrato, il banchiere, l’elettore influente, il cliente danaroso, il socio d’affari, che con una raccomandazione metta a posto qualche altro esame. Poi ci sono i professori indulgenti per natura, o vecchi rimbecilliti, che non bocciano, mai, mai, mai.

Non manca a Cocò che incontrare uno dei trecentocinquanta liberi docenti, imbroglione e pasticcione, camorrista e intrigante, che sa aiutare nei momenti difficili i poveri giovani bisognosi di soccorso. Basta dare la firma ad uno di costoro, lasciandogli godere tutte le dodici lire e centesimi dell’indennità e non pretendendo il rimborso immediato di una parte delle dodici lire, come molti fanno, e la gratitudine e la protezione del libero docente è assicurata in tutti le commissioni d’esame di cui egli farà parte.

Ed ecco come l’Università di Napoli sforna ogni anno circa 600 fra medici e avvocati e una sessantina fra professori di lettere e di scienze, dei quali la più parte non è assolutamente capace di scrivere dieci righe senza almeno dieci errori di grammatica ed è intellettualmente abbruttita e moralmente disfatta. Questa vergogna non è peculiare dell’Università di Napoli. Tutte le università italiane sono più o meno ammalate: ed in fatto di corsi liberi, per es., gli abusi che si commettono dai professori universitari a Palermo, a Torino, a Padova, sono forse superiori a quelli di Napoli.

Ma è innegabile che nell’insieme l’Università di Napoli è quella che accentra in sé il minor bene e il maggior male; che mentre nelle altre università prevalgono fra i professori ufficiali in proporzioni più o meno forti gli scienziati sugli affaristi, nell’Università di Napoli prevalgono gli affaristi sugli scienziati.

Cocò, analfabeta e laureato, si avvede ben presto di essere inetto a vincere un concorso per la magistratura o per le prefetture o per i ministeri, se è avvocato; è sistematicamente bocciato nei concorsi per le scuole medie, se professore; non ha nessun titolo di capacità per ottenere una condotta fuori del paese natio, se è medico.

Se ne ritorna, dunque, sospirando alla casa paterna dove lo aspettano la mamma invecchiata e le sorelle avvizzite. E qui, impotente a vivere coi frutti della professione libera, privo com’è di una qualunque abilità tecnica, tenta di assicurarsi un reddito, anche minimo, con un impiego municipale. Dove il partito dominante è solido e potente, Cocò gli striscia umile ai piedi e gli chiede un tozzo di pane. Dove esiste un’opposizione abbastanza forte o la maggioranza non si affretta a riconoscere i meriti e i diritti del neolaureato, costui si mette all’opposizione e combatte la maggioranza nell’interesse della patria. E allora si vede Cocò, anticlericale fierissimo all’Università, iscriversi a una confraternita e tenere il baldacchino dietro al Vescovo nelle processioni; e l’ex-socialista rivoluzionario giocare la sera a terziglio col delegato, col maresciallo dei carabinieri, e chi applaudiva Giovanni Bovio falsifica le bollette del dazio consumo e ruba i denari della beneficenza.

L’azione politica degli spostati ha una grandissima importanza nella società moderna, perché costoro, non avendo nulla da fare, fanno per tutto il giorno della politica: sono giornalisti, libellisti, galoppini elettorali, conferenzieri, propagandisti. Fanno di tutto; e in grazia delle loro attività, si conquistano i primi posti nelle file dei partiti politici, diventano gli uomini di fiducia, i depositari dei segreti, i guardiani e i padroni delle posizioni strategiche. Per tal modo tutta la vita dei partiti si accentra in essi; e poiché le idee non girano per le strade sulle proprie gambe, ma si incarnano in uomini, si ha che le più belle idee, i più bei programmi di questo mondo, quando cadono nelle mani di quei miserabili, si riducono a pretesto per conquistare un impiego. E i partiti vanno in rovina; perché, conseguita la vittoria, la distribuzione degli impieghi è causa di ingiustizia contro gli impiegati antichi o di dissidi fra gli aspiranti, sempre più numerosi del bisogno; una prima ingiustizia indebolendo moralmente gli amministratori che l’hanno commessa, li dà mani e piedi legati in balìa degli elementi peggiori del partito, che minacciando scandali e pronunciamenti, ricattano senza posa e senza freno i loro padroni e li obbligano a nuove ingiustizie o a nuove immoralità; gli impiegati maltrattati si impoveriscono; gli aspiranti delusi o passano al partito avversario, o restano nel partito a crear nuove scissioni e sospetti e recriminazioni. E così i partiti, che avevano riportato strepitose vittorie e sembravano depositari della più scrupolosa giustizia e padroni dell’avvenire, in pochi mesi si disgregano e precipitano nel fango.

È questa una malattia di tutti i partiti, a qualunque gradazione politica appartengano, e di tutti i comuni italiani, qualunque sia la razza che li popoli. E girando per l’Italia e vivendo a lungo in Romagna, in Lombardia, in Toscana, ho acquistato sotto questo, come sotto molti altri rispetti, una discreta stima per l’Italia… meridionale: tutto il mondo è paese; e anche i nordici sono discretamente sudici.

Ma fra l’Italia settentrionale e l’Italia meridionale ci sono, a danno del Mezzogiorno, le seguenti differenze. 1. Nel Mezzogiorno le professioni libere offrono meno risorse che nel Settentrione, data la minore ricchezza del paese e i meno svilippati bisogni civili della popolazione; 2. nel Mezzogiorno i professionisti, e più specialmente gli avvocati, sono più assai numerosi che nel Nord, e quindi si riversa sugli impieghi comunali un maggior numero di spostati; e Cocò è costretto ad una concorrenza più feroce, e non ha modo di fare le cose per benino e di salvare le apparenze come fanno i suoi analoghi nell’Italia settentrionale; 3. nel Nord la classe dei professionisti affamati costituisce soltanto uno fra gli elementi della vita politica ed amministrativa e deve coordinare e subordinare la propria azione a quella di altre classi che hanno peso politico: borghesia industriale e commerciale, proletariato industriale, proletariato rurale, professionisti competenti e non affamati; nel Mezzogiorno la borghesia capitalistica è poco sviluppata, il proletariato rurale è escluso dal voto perché analfabeta, professionisti competenti e non affamati ce ne sono pochini assai.

E così gli spostati – il cosiddetto proletariato dell’intelligenza – formano la grande maggioranza della classe politicamente attiva, sono ovunque i padroni del campo, saccheggiano senza limiti e senza freno i bilanci comunali; si possono dare anche il lusso di dividersi in partiti, secondo che sperano l’impiego dal gruppo amministrativo dominante o dall’opposizione. E le spese di tutto questo lavoro le fanno sempre alla chiusura dei registri, i contadini.

E il deputato meridionale è, salvo rarissime eccezioni individuali, il rappresentante politico di una delle due camorre di professionisti affamati, che si contendono il potere amministrativo per mangiarsi i denari del municipio e delle istituzioni di beneficenza e per tosare i contadini. E l’ufficio del rappresentante politico consiste nell’impetrare l’acquiescienza della prefettura, della magistratura, della questura, alle cattive azioni dei suoi elettori e seguaci e di votare in compenso la fiducia al governo in tutte le votazioni per appello nominale.

Così la corruzione della borghesia meridionale arriva a Roma e da Roma impesta tutta l’Italia. Con questa differenza: che le province settentrionali presidiate da una borghesia non indegna della sua funzione politica e sociale, e forti di una vigorosa vita autonoma, reagiscono contro l’infezione della Città Eterna, e bene o male fanno la loro strada. Nel Mezzogiorno la corruzione propinata dal governo centrale si accumula a quella che pullula nella vita locale, e tutto il paese si sprofonda in una fetida palude di anarchia intellettuale e morale e di volgarità.

E in tutto questo processo patologico una parte grandissima di responsabilità tocca ai professori dell’Università di Napoli che sono venuti meno sì spesso al loro dovere di far servire l’Università a selezionare intellettualmente e moralmente senza debolezze e senza pietà la borghesia meridionale; e hanno lasciato che essa funzionasse come una scuola superiore di mala vita, e contribuiscono così poderosamente a rendere impossibile nelle classi dirigenti del Napoletano ogni iniziativa illuminata e benefica, a dissipare in essa ogni coscienza di dovere e di solidarietà sociale, a distruggere nel Mezzogiorno ogni capacità di vita locale energica e sana.

10 Comments

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  1. NickPolitik / Jan 13 2009 2:46 PM

    Lo leggo e lo rileggo e sono stupefatto. Complimenti Ermes per aver postato questo articolo vecchio e attuale di 100 anni.

  2. ermes / Jan 14 2009 11:57 AM

    Caro Nick, i complimenti van tutti a Salvemini… reso vecchio (dai tenutari delle case chiuse della Cultura ufficiale italica) proprio perché di una disarmante attualità.

  3. NickPolitik / Jan 16 2009 12:32 PM

    “E Napoli è la piaga del Mezzogiorno, come Roma è la piaga di tutta l’Italia.”

    Che dire? Questione di BARIcentro.

  4. Italia No / Aug 24 2009 9:11 PM

    Emergenza Italiano all’università. La giornalista non si accorge neanche della confusione tra esemplificare e semplificare che fa il primo pupone intervistato. In pradiga, sciè….

  5. Eva Piagn / Aug 24 2009 11:08 PM

    Ma ‘nffffatti! Mo’ scenno e me’ faccio du’ gggiri a Ppponte Mirvio… nun poi sape’ sce sta Alassia Fabbbiani… e discutemo de rotascismi, abblativi asoluti, consecuzzio temporalium…

  6. ermes / Dec 11 2010 12:11 PM

    “Senza questi margini di flessibilità, gli atenei diventeranno dei falansteri pieni di insegnanti dequalificati e sottopagati e di studenti in parcheggio privi della speranza di trovare lavoro”.

    (il solito Andrea Ichino)

  7. francocordiale / Jan 30 2011 7:14 PM

    Sante parole, quelle di Salvemini. Mettono a fuoco il problema vero: il degrado etico ed educativo quale problema VERO della scuola italina. Tale degrado l’hanno favorito tutti: la demagogia comunista dell’egualitarismo “del pezzo di carta” (alias: tutti promossi,con scioperi e casini a gogò da 45 anni a questa parte:basti pensare agli “studentelli” fancazzisti romani del 14 dicembre, a quelli che li hanno preceduti a Roma e altrove, per i quali la scuola tutto significa meno che studio e libri…), come il populismo della destra,esemplificato dalla “indimenticabile” riforma D’Onofrio: abolito l’esame di riparazione e tutti promossi, anche con otto, dico otto insufficienze anche gravi o gravissime!
    Teniamocelo stretto il giudizio di un socialista onesto:di demagoghi alla Santoro ne abbiamo anche troppi!

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