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Saturday, 10 January , 2009 / ermes

Necrofilia


Riporto un paragrafo tratto dal libro “Roma segreta” di Pierluigi Marrone, editore Polo Books [Roma, 2007 – pp. 33-4].

(Ovviamente la vicenda ivi narrata è sconosciuta, come sconosciuto è il narratore, sconosciuto il volume, sconosciuto il rigattiere ove ho rinvenuto l’opera, sconosciuto l’editore che l’ha pubblicata…)

jean_paul_laurens_le_pape_formose_et_etienne_vii_18701Il processo a un papa morto

La fine del IX secolo rappresentò uno dei momenti più drammatici della storia di Roma. Era allora papa Formoso, nato ad Ostia nell’816, questi era vescovo di Portus, l’odierna Isola Sacra, ed era salito al soglio pontificio nell’891, dove era rimasto fino alla sua morte, nell’896.

Schierato politicamente all’inizio a favore di Guido di Spoleto, incoronandolo Imperatore Romano, Formoso dovette ben presto ricredersi a causa della sete di potere degli spoletini e chiese aiuto ad Arnolfo di Carinzia. Questi entrò in Italia e la liberò, scendendo fino a Roma.

Nell’896, Formoso incoronò Arnolfo che mosse contro Spoleto, ma colto da paralisi dovette abbandonare l’impresa; nell’Aprile dell’896 Formoso morì, forse avvelenato. Gli successe Bonifacio VI, rimosso dopo pochi mesi e sostituito con Stefano VI dagli spoletini.

Stefano VI ritenne però l’operato di Formoso alto tradimento, e decise che, anche se morto, andava processato; il cadavere di Formoso venne così riesumato, spogliato delle vesti pontificali ormai logore, rivestito con un candido abito e posto su un trono nella sala del concilio in Laterano.

Qui l’orribile messinscena continuò con l’interrogario, cui chiaramente la maleodorante mummia non dette risposta, e con la nomina di un giovane difensore, che, ammutolito dal terrore, tacque per tutta l’udienza. Alla fine di una seduta piuttosto lunga il Sinodo pronunciò la sentenza di colpevolezza, al cadavere vennero recise le tre dita con le quali impartiva la benedizione, venne poi legato alla coda di un asino e trascinato lungo tutta la Via Lata (l’attuale Via del Corso), tra due ali di una folla inferocita aizzata da un prete di nome Sergio, e gettato infine nel Tevere con un peso al collo.

Poco tempo dopo questo macabro processo, la basilica Lateranense, forse già indebolita da un precedente terremoto, crollò.

10 Comments

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  1. ermes / Jan 15 2009 12:19 PM

    “La comunità ebraica romana è probabilmente la più antica nel mondo, considerando che sin dal II secolo a.C. gli Ebrei giungevano schiavi dalla Palestina, allora sotto il dominio di Roma; ma, fino a tutto il Medioevo, gli ebrei romani non ebbero problemi di convivenza con la popolazione di religione cristiana, fino a quando, subito dopo lo scisma protestante, Paolo IV Carafa (1555-1559), fanatico sostenitore della Santa Inquisizione, nel Luglio del 1555, con la bolla Cum nimis absurdum (quando il troppo è inopportuno), rinchiuse l’intera comunità ebraica, circa 3000 individui, in una superficie molto ristretta di 3 ettari che le cronache dell’epoca chiamavano Recinto delli Hebrei, un’area compresa tra piazza Giudea (oggi scomparsa), il Portico d’Ottavia e la riva del Tevere di fronte all’Isola Tiberina.

    “I tre accessi al quartiere erano possibili attraverso tre porte sorvegliate da guardie, e i residenti potevano star fuori solo durante il giorno, dall’alba al tramonto; chiunque fosse stato sorpreso fuori dal Ghetto, di notte, avrebbe dovuto vedersela con l’implacabile giustizia papalina; agli ebrei non era permesso di possedere beni immobili, e le case dove abitavano dovevano essere prese in affitto da proprietari cristiani.

    “Per circolare fuori da questi confini, gli ebrei maschi dovevano indossare un pezzo di stoffa gialla sul copricapo, mentre le donne dovevano portare uno scialle o un velo dello stesso colore; il sabato, giorno di riposo, gli ebrei erano costretti ad assistere alle cosiddette prediche coatte, lunghi e noiosi sermoni con i quali la Chiesa cercava inutilmente di convincerli a convertirsi al Cristianesimo”.

    Ancora Marrone in Roma Segreta, opera già citata, pp. 42-43

  2. ermes / Jan 15 2009 12:32 PM

    “Un leggero chiarore annunciava un’alba livida la notte del 24 Agosto 1572 a Parigi, era la notte di San Bartolomeo, e alla luce sanguigna delle torce, iniziò il feroce massacro di sessantamila Calvinisti che non risparmiò nessuno; uomini, donne, vecchi, bambini e donne incinta, cui venivano strappati i feti.

    “A Roma, Gregorio XIII (Ugo Boncompagni di Bologna, 1571-1585) appena avuta la notizia fece sparare immediatamente il cannone a Castel S. Angelo in segno di giubilo, poi, accompagnato da tutto il Sacro Collegio, andò in processione in tre chiese, pubblicò un giubileo universale, fece coniare ad imperitura memoria una medaglia commemorativa e commissionò al Vasari un quadro, esposto poi nella sala attigua alla Cappella Sistina. Ecco comunque la testimonianza del Giovagnoli, cronista contemporaneo di Gregorio XIII: «festeggiò con luminarie, tridui e giubileo la strage degli Ugonotti, il macello orribile di sessantamila eretici, nel corso di tre giorni e tre notti, non senza consiglio e aiuto di Dio»”.

    Idem, p. 61

  3. Erco Atto / Jan 15 2009 12:47 PM

    “…il sabato, giorno di riposo, gli ebrei erano costretti ad assistere alle cosiddette prediche COATTE, lunghi e noiosi sermoni con i quali la Chiesa cercava inutilmente di convincerli a convertirsi al Cristianesimo”

    Aho, ma che ve siete ammattiti? Gesù è er mejo de tutti. E namo su, lo avete crocifisso, e volete continuà a campà ‘mpuniti. E daje, no, cambiate religgione, che ve conviene. Se no ve spojamo de tutto e ve sonamo co sti manganelli. A brutti giudei, nun ve stiamo a pija per culo, ve sonamo davero!

  4. ermes / Jan 15 2009 1:31 PM

    “Nel 1588, Sisto V Peretti (1585-1590) emana una bolla con la quale impedisce alle donne di recitare in teatro, le parti femminili delle opere vengono quindi sostenute da uomini truccati da donna, e quasi sempre da castrati, come ad esempio il celebre Carlo Boschi detto il Farinelli.

    “Una decina d’anni più tardi, nel 1599, i registri del Coro Pontificio registrano il primo impiego ufficiale dei castrati, con l’ammissione di tale Petrus Paulus Folignatus Eunuchus e di Hyeronimus Rosinus Perusinus Eunuchus.

    “Da quel momento la Chiesa cattolica, che ha l’esigenza per i cori di musica sacra, di cantori in grado di coprire tutti e quattro i registri della struttura polifonica senza utilizzare le donne, si mette alla ricerca di bambini, generalmente tra gli otto e i dieci anni, quando cioè la voce è sul punto di subire la mutazione, ed è a questo punto che la castrazione impedisce che la voce possa subire un abbassamento superiore ad una ottava, rimanendo a metà strada tra quella di un fanciullo e quella di una donna.

    “La ricerca di questi fanciulli avveniva sempre tra le famiglie poverissime, le quali erano ben felici che il proprio figlio venisse prescelto, per i vantaggi economici e per orgoglio familiare; i castrati infatti godevano di grande prestigio all’interno della società di quel tempo”.

    Di nuovo Marrone, come sopra, pp. 70-71

  5. ermes / Jan 15 2009 1:36 PM

    “Ogni anno a Roma, fino alla conclusione del dominio papale, venivano esposte tavole di proscrizione che ammannivano la scomunica universale a chiunque non si fosse confessato e non avesse preso la comunione durante il precetto pasquale. I nomi di questi miserabili, dannati presumibilmente alle eterne pene dell’inferno, venivano affissi ed esposti al pubblico ludibrio, sul portone della chiesa di S. Bartolomeo all’Isola, sull’Isola Tiberina”.

    Idem, p. 71

  6. ermes / Jan 15 2009 1:44 PM

    “Nello Stato Pontificio vi erano luoghi obbligatori per la pratica della prostituzione, le donne che vi si dedicavano dipendevano direttamente dalla Curia Papale, e per questo erano chiamate ufficialmente Donne Curiali, erano tassate, e i proventi venivano utilizzati dal Papa per il restauro di opere e monumenti antichi e per la costruzione di nuove chiese. Le Donne Curiali erano tenute all’assoluto rispetto degli ordini della Curia, ed eccone una prova da una cronaca dell’epoca: «Roma, 18 Maggio 1697, il Signor Cardinal Carpegna, Vicario, ha ordinato a tutte le Donne Curiali che stanno nelle strade maestre di Roma, che in termine di tre giorni partino da quelle e si provvedano di case in vicoli ritirati» (Giornale di Foligno n. 21, Foligno, 22 Maggio 1697)

    “La Curia Papale assumeva quindi il ruolo di ‘protettore’ a tutti gli effetti, mentre da un altro verso si preoccupava della pubblica morale, relegando queste donne in vicoli nascosti; uno di questi era, per esempio, Via della Vite”.

    Ibidem, p. 72

  7. ermes / Jan 19 2009 8:03 PM

    “Toccò a Clemente XI, Albani (1700-1721), l’onore di condannare a morte, nel 1708, il primo giornalista o “fogliettante”, come allora veniva chiamato, che la storia ricordi; si trattava dell’Abate Filippo Rivarola, accusato dal Papa di aver tentato di lacerare la sua reputazione «con il dente ferino delle sue furiose mordacità».

    “Accusato di aver stretto rapporti con eretici, e di aver con i suoi scritti offeso l’autorità papale, Rivarola venne sottosposto ad atroci torture, tra le quali l’orribile veglia, e condannato poi dal Tribunale del S. Uffizio alla pena capitale alle 12 del 4 Agosto 1708. Ma il povero abate, provato dalle torture, era febbricitante e già avviato verso la fine, tanto che per non rischiare che morisse prima, l’esecuzione venne fissata per le 17 dello stesso giorno sulla piazza di Ponte S. Angelo; ma ecco il resoconto di un cronista dell’epoca: «…il Maestro di Giustizia (il boia) dopo averle messa e più volte aggiustata la testa, quale non era a giusto filo della mannara la quale gli tagliò un pezzo di mento: ma per rimediare prese il mannarino (l’accetta) e gli tagliò con questo il resto del collo, che stava attaccato a una ganascia; in questo mentre si levò un gran sussurro di popolo contro il Carnefice, essendogli tirate delle sassate…»

    “Il disprezzo assoluto, l’incapacità e la ferocia del boia scatenarono infatti nella piazza pericolosi tumulti, sedati a fatica dai soldati”.

    Idem, p. 75

  8. ermes / Jan 20 2009 12:34 AM

    “Gianbattista Bugatti, al secolo Mastro Titta, fu in assoluto il protagonista delle esecuzioni di condanna a morte nello Stato Pontificio. Nato a Roma nel 1779, nella sua lunga carriera di «Maestro di Giustizia» Mastro Titta fu autore di ben 516 esecuzioni, descritte con accuratezza e precisione nelle sue «Annotazioni», dal Marzo 1796 all’Agosto 1864, quando Pio IX lo mise a riposo con una pensione mensile di 30 scudi.

    “Noto per l’assoluta freddezza e professionalità con la quale svolgeva il suo compito, Mastro Titta, che nella vita era verniciatore di ombrelli, esercitava il mestiere di boia con molta efficienza; prima di ogni esecuzione si confessava e prendeva la comunione, poi, indossato il mantello scarlatto «passava ponte» come si diceva, poiché abitando in Borgo, e precisamente in Via del Campanile n. 4, non poteva accedere al centro di Roma, sulla sponda opposta, dove erano fissati i luoghi delle esecuzioni,se non in veste ufficiale, per ovvi motivi di incolumità persinale.

    “Pur correndo il rischio di essere un po’ lugubri c’è da dire che il Nostro era, professionalmente, molto versatile; poteva infatti procedere alla decapitazione con la scure e più tardi con la ghigliottina, eseguire una impiccagione e perfino lo squartamento con la mazza: quest’ultima orribile e inutile pena, comminata solo per terrorizzare il pubblico, veniva inflitta solo dopo la decapitazione, ed era comminata per i crimini più efferati, in particolare per l’omicidio di un prelato.

    “Questa attività procurata a Mastro Titta molti benefici e favori, a prescindere dal simbolico compenso di tre centesimi di lira romana percepiti per ogni esecuzione, mentre le cronache dell’epoca lo descrivono come un individuo bonario, gentile e, in alcuni casi pietoso, offrendo addirittura al condannato un’ultima presa di tabacco prima dell’esecuzione. Messo a riposo ad 85 anni, nel 1864, Mastro Titta morì cinque anni dopo, quasi contemporaneamente alla messa al bando della pena di morte e alla proclamazione di Roma Capitale”.

    Ibidem, pp. 75-76

  9. ermes / Jan 20 2009 12:44 AM

    “Appartenenti alla «Veneranda Confraternita dè devoti di Gesù Cristo al Calvario e di Maria Santissima Addolorata», creata nel Secolo XVII, i Sacconi Rossi avevano il compito, risiedendo sull’isola Tiberina, di ripescare, ricomporre e dare sepoltura a coloro che annegavano nel Tevere, e la loro «uniforme» era costituita, come si può intuire dal nome, da un saio e da un cappuccio di colore vermiglio. La preparazione e la sepoltura si sviluppavano in un macabro rituale, le ossa venivano scarnificate e composte in maniera diciamo così «artistica» nel cimitero sotterraneo del palazzo Pierleoni-Caetani in Piazza S. Bartolomeo all’Isola, dove tuttora i Sacconi Rossi risiedono.

    “Dal 1996, il 2 Novembre, i membri della Confraternita, in processione notturna, partendo dalla chiesa di S. Bartolomeo all’Isola, nel loro antico costume rosso e, illuminando il percorso con torce, raggiungono la riva del Tevere per commemorare coloro che vi sono annegati”.

    Ibidem, pp. 76-77

  10. ermes / Jan 20 2009 12:50 AM

    [Nello stesso testo citato, da pag. 49 a pag. 57, si parla di Pasquino, di Marforio, del Facchino, dell’Abate Luigi, di Madama Lucrezia e del Babuino.]

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