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Saturday, 17 January , 2009 / ermes

Repetita (non) iuvant


Forse con un tono un po’ professorale (ma possono permetterselo eccome…), Alesina e Giavazzi spiegano come la crisi finanziaria del 1929 si trasformò in breve tempo nella Grande Depressione. Una lezione che non seguire si rivelerebbe drammatico in questi mesi: ma si sa, noialtri preferiamo risolvere tutto in teologia e battute da taverna

la_crisiMolti furono gli errori di politica economica che seguirono il crac del 1929, da cui bisogna guardarsi anche oggi. Il primo, e più direttamente collegato al sistema finanziario, fu compiuto dalla Federal Reserve che, anziché fornire liquidità alle banche, la tolse. La Fed, relativamente giovane e inesperta (era stata creata nel 1913, solo quindici anni prima della crisi), scambiò la causa con l’effetto: poiché vedeva che le banche avevano smesso di erogare prestiti, pensò che non avessero più bisogno di liquidità. Un grave errore di teoria economica che la Fed di oggi e la Bce (nonostante la sua altrettanto giovane età) sono ben lontane dal ripetere. Oggi le banche centrali hanno fornito abbondante liquidità alle banche perché potessero continuare le loro operazioni creditizie: questo non ha risolto la crisi, ma ha certamente evitato il collasso immediato del sistema del credito.

Il secondo fu un clamoroso errore dei politici: nel 1930 il presidente Herbert Hoover non pose il veto alla legge proposta dal deputato Willis C. Hawley e dal senatore Reed Smoot che, nel vano tentativo di proteggere i produttori americani, introduceva dazi sulle importazioni e scatenò così una guerra commerciale tra gli Usa e il resto del mondo, soprattutto l’Europa. Hoover ignorò una raccolta di firme di ben 1.028 economisti, compresi tutti i più famosi dell’epoca, che lo scongiuravano di impedire un ritorno al protezionismo. Industriali come Henry Ford e banchieri come Thomas Lamont, capo della J.P. Morgan, lo pregarono di mettere il veto, ma la politica prevalse sull’economia. 11 risultato fu il collasso delle esportazioni americane con pesanti conseguenze sulla crescita e sull’occupazione. La guerra commerciale estese la crisi al resto del mondo, in particolare all’Europa, che adottò politiche protezionistiche in risposta a quelle statunitensi.

Proprio per questo adesso può essere molto pericoloso appellarsi al «nazionalismo economico», ovvero all’idea che in un momento di crisi lo stato debba proteggere la proprietà nazionale delle aziende indipendentemente dalla loro efficienza: meglio un’azienda di proprietà italiana anche se inefficiente che un’azienda italiana posseduta da uno «straniero» ma produttiva. Un errore gravissimo, sia politico che economico.

Hoover commise un altro errore: adottò una strategia punitiva contro gli «speculatori» di Wall Street. Introdusse regole pesanti che limitavano le operazioni finanziarie, con il risultato di ostacolare, invece che facilitare, la stabilizzazione dei mercati finanziari. Anche oggi si respira un’aria simile. Alle critiche — più che legittime — verso chi ha contribuito alla crisi dei subprime, si sommano slogan un po’ superficiali su speculatori e regolamentazione dei mercati finanziari tout court. Anziché sfruttare la crisi come un’occasione per capire come migliorare il funzionamento dei mercati, la si utilizza come scusa per aggredire l’economia di mercato.

Hoover intervenne poi nelle contrattazioni salariali, impedendo alle imprese di tagliare le retribuzioni. In un periodo di recessione e di deflazione, cioè di diminuzione dei prezzi, molte imprese non riuscirono a mantenere costanti i salari e fallirono. L’interventismo nel mercato del lavoro finì per rivelarsi controproducente: invece di mantenere il potere d’acquisto dei salari e così sostenere la domanda, la ridusse, aumentando disoccupazione e miseria.

Infine Hoover non capì che in periodi di recessione è necessario consentire che il deficit pubblico salga: cercò al contrario di evitarlo, aumentando in modo consistente le imposte e dando così un altro duro colpo all’economia. I paesi che in passato sono stati più virtuosi oggi hanno lo spazio per far salire il deficit e dovrebbero consentirlo, come stanno facendo gli Stati Uniti; quelli come l’Italia, che hanno già un debito elevato, sono più in difficoltà. Una cosa comunque è certa: non è il momento di alzare le tasse; è il momento di ridurle controllando la spesa.

La crisi del 1929 ci insegna che furono politiche economiche errate a trasformare una crisi finanziaria in una profonda depressione. Oggi si cita spesso Frankun Delano Roosevelt, il presidente che fece uscire l’America dalla Grande depressione grazie al programma di intervento statale noto come New Deal. A questo proposito vanno però chiariti due punti. Primo, senza gli errori interventisti di Hoover e il suo protezionismo, la Grande depressione non ci sarebbe stata. Secondo, le dimensioni del settore pubblico americano ai tempi di Roosevelt erano minime rispetto a quelle dello stato sociale odierno. Prima del New Deal non esisteva sostanzialmente alcun sistema di sicurezza sociale e, al di fuori del settore militare, in America lo stato era pressoché inesistente. Oggi siamo in una situazione ben diversa, lo stato ha già un ruolo rilevante. Invocare un maggior intervento statale rifacendosi a Roosevelt denota scarsa conoscenza della storia.

(Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, La crisi. Può la politica salvare il mondo?, Milano: Il Saggiatore, 2008 – pp. 24-27)

2 Comments

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  1. Eva Rinven / Jun 12 2010 12:46 PM

    Alesina, Giavazzi e Pagano citati da Brooks. Non c’è più religione.

Trackbacks

  1. Essere o non essere: questi sono il problema « Abeona forum

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