Skip to content
Sunday, 8 March , 2009 / ermes

Le anime sante dei corpi decollati


Evidentemente riprendendo il filo di una lunga storia di amore per la libertà, di amore per le idee… Leonardo Sciascia, in Porte Aperte:

porte_aperteMa c’era, nella giuria che era sortita eletta per quel processo, in qualcuno dei giurati (la legge voleva ora che si chiamassero assessori), un qualche segno, appena percepibile, di umana tenerezza. Non verso l’imputato, ché nessuno poteva mai riuscire a provarne; ma verso la vita, le cose della vita, l’ordine e il disordine della vita. Ben altro che l’omosessualità c’è tra gli uomini per cui nella sensibilità, nell’intelligenza, nei pensieri, ai pochi felici, ai pochi infelici, è dato di incontrarsi, di riconoscersi, di scegliersi: come gli omosessuali in una pagina di Proust famosa.

Cinque giurati effettivi, uno supplente. Tre di loro, commercianti, gli si leggeva la preoccupazione dell’attività che per il processo avevano lasciato in mano altrui; e qualche volta ne facevano lamento. Degli altri, uno era impiegato municipale, uno professore di latino e greco in un liceo, uno agricoltore. Effettivi questi tre e due dei commercianti, uno dei quali, benché sembrasse distratto e come intento a seguire da lontano quel che in sua assenza avveniva nel magazzino di generi, come allora si diceva, coloniali, cui moglie e figlio stavano a badare, aveva buon orecchio e sottile giudizio per quel che avveniva in aula. Ma erano attenti anche gli altri quattro, dimessamente attenti; e sagaci. Una certa disattenzione e insofferenza, ogni tanto uno sbuffo di noia, era invece del supplente: che si sentiva inutile e come costretto a star lì dal capriccio del presidente.

Con tre di loro – il commerciante di generi coloniali, l’agricoltore e il professore – il giudice aveva stabilito un rapporto di simpatia, un afflato, un’intesa: al di là delle poche parole che ogni giorno si scambiavano e sarebbe anzi da dire attraverso i silenzi che, con gli sguardi, ogni tanto, nel corso delle udienze e nelle riunioni in camera di consiglio, si scambiavano. E particolarmente con l’agricoltore: che aveva adusta faccia da contadino, grandi mani da contadino, proverbi e metafore da contadino; ma un giorno il giudice lo sentì parlare col professore del codice del Dafni e Cloe alla Laurenziana, e della macchia di inchiostro che vi aveva lasciato Courier. Il nome di uno scrittore, il titolo di un libro, possono a volte, e per alcuni, suonare come quello di una patria: e così accadde al giudice sentendo quello di Courier, sul cui volume delle opere complete, trovate nel solaio di un parente che non sapeva che farsene, aveva cominciato a compitare francese e ragione, francese e diritto.

Accadde poi un giorno, quando il processo stava per finire, che rientrando a casa il portiere gli consegnò una busta che pareva contenesse un cartone: grande, chiusa, senza il suo nome né quello di chi l’aveva portata o mandata. “Mi ha detto che era per lei, ma non ha voluto dirmi da parte di chi… ho insistito: ma mi ha detto che lei sapeva.” E come per scusarsi: “mi è parso un buon cristiano… Alto, una faccia da contadino; e vestito come i contadini quand’è festa”. Il portiere, come tutti quelli nati in un angiporto palermitano, aveva un certo disprezzo per i contadini, anche se li considerava, più per semplicità di mente che per vissuta religione, buoni cristiani. Il giudice capì. E il buon cristiano gli parve, quando aprì la busta e vide, una definizione che davvero si attagliava a chi l’aveva portata: tra due cartoni c’era una vecchia silografia popolare, soltanto quella. Non un biglietto, non una parola. L’immagine era di una Madonna, che due angeli coronavano, tra due santi; e uno dei due era inequivocabilmente san Giovanni. Aereo e circonfuso di raggi, il gruppo; tenuto su da nuvole che, per la verità, sembravano informi pietre. Sotto erano una chiesetta, un ponte con due alberelli, quattro figure oranti tra le fiamme del purgatorio, una ghigliottina, una forca da cui pendeva un uomo e la scritta: La pia opera delle anime dei corpi decollati. Il giudice ricordò: si riferiva, l’immagine, ad uno dei più oscuri culti, dei più spontanei, che nella Chiesa cattolica siciliana si fossero ad un certo punto manifestati: forse ufficialmente mai incoraggiati, ma certo ampiamente tollerati. La tolleranza era arrivata al punto, per le anime dei corpi decollati, che la parola “sante” si era insinuata tra le anime e i corpi, fondendosi il culto per le anime del purgatorio a quello per le anime dei decollati: “Le anime sante dei corpi decollati”, dicitura non ammessa e non praticata nello scritto, ma nel parlare comune e nella comune devozione dominante. E il giudice ancora ricordò, del paese in cui era nato e a cui ad ogni vacanza tornava, la piccola chiesa, molto somigliante a quella della silografia, delle Anime Sante: che doveva essere stata edificata per le anime del purgatorio, che eran tante per quanti nei secoli il paese aveva avuto di abitanti, nessuno ammettendo che in nessun altro luogo dell’oltretomba potesse trovarsi un suo ascendente, anche lontanissimo, che nel purgatorio; ma ad un certo punto le anime dei corpi decollati avevano cominciato a prendere avvento fino ad impadronirsene, sicché la chiesetta, che era ai margini dell’abitato, a chi vi si avvicinava in ore notturne, elargiva spaventose visioni di decollati (la testa in mano), di impiccati e comunque di spettri cui l’esser protettivi – salvaguardia di ogni violenza al passante cui apparivano – non toglieva che incutessero, appunto, spavento da far rizzare i capelli o addirittura da incanutirli.

Il movimento ad un simile culto doveva essere cominciato nella seconda metà del secolo XVI, nascendo allora la Compagnia dei Bianchi col proposito di confortare i condannati, di pregare con loro fino al momento fatale, di continuare a suffragarne le anime con preghiere e messe. Considerando che prima si negava ai condannati il conforto religioso, la storia della pietà aveva fatto un passo avanti. E anche la storia della ragione, se uno scrittore palermitano, lasciando ai figli, come il Guicciardini, dei “ricordi”, a quello che si avviava alla carriera giudiziaria particolarmente raccomandava di non dare la tortura, di non condannare alla frusta, di non condannare mai a morte “per qualsivoglia cosa”.

Ecco che il giudice era andato a ripescarlo, nel disordine dei suoi tanti libri, il libretto degli Avvertimenti cristiani di Argisto Giuffredi. Scritto cinque o sei mesi prima che tragicamente, nel 1591, morisse. E ritrovò subito il passo, per averne una decina d’anni prima piegata la pagina. “So bene” diceva il Giuffredi “che questo vi parrà un riguardo stravagante”; e altro che, se poteva parere: due secoli prima del Beccaria. E come era arrivato, il Giuffredi, a quell’idea “stravagante”? Per la tortura allora più usuale, che era della corda, chiaramente lo dice: “perciò che oltre al pericolo in che si pone uno, confessando, di morire, si pone anche a pericolo di rompersi il collo, rompendoglisi, come l’ho veduto io talvolta, o la fune o la trave dove è attaccata: ed avvertire che oggidì è ridotto questo negozio della corda a tal termine, che dove prima non si dava corda se non con quegli indizi o testimoni, co’ quali oggi, come di cose provate, si dà termine straordinario; oggi si dà corda con indizi sì leggeri, che è un vituperio…” E paventava evidentemente il Giuffredi gli effetti della tortura sugli innocenti: forse perché anche lui, subendola da innocente, e non sappiamo per quale accusa, era stato sul punto di dichiararsi colpevole; e in quanto al vituperio di darla facilmente il giudice pensò: “come oggi, nei nuclei di polizia giudiziaria: ed è, per noi giudici, un vituperio”. E la radicale avversione del Giuffredi alla pena di morte era senz’altro conseguente a quella alla tortura e la frusta, ma forse vi sia aggiungeva una ragione più angosciosamente intima: la condanna a morte, forse innocente, di una bellissima donna che in città teneva una specie di salotto letterario e di cui, giovane poeta il Giuffredi, forse era innamorato (e se no perché gli altri poeti palermitani avrebbero dedicato a lui i versi che scrissero in morte della bella donna?).

Lasciò la lettura del Giuffredi per cercare altro libro di cui improvvisamente si era ricordato: del Pitré, sul culto delle anime dei corpi decollati. Amava molto sgomitolare, tra i suoi libri e nei suoi pensieri, il filo di estemporanee curiosità. Da quando aveva cominciato ad avere a che fare coi libri: e perciò i suoi fratelli, che sui libri stavano con più volontà e fatica, lo consideravano un perdigiorno. Ma sapeva di aver tanto guadagnato, in quelle ore o giornate perdute; e comunque ne aveva sempre tratto piacere.

Il Pitré, ecco: venti pagine, tutto su quel culto. Ma mancava una risposta al perché. Perché in Sicilia, perché in quel secolo, perché la contraddizione di accorrere come a feste alle cosiddette giustizie e di conferire poi di santità ai giustiziati? Cominciò a rispondersi: ma noi lasciamo che ogni lettore cerchi da sé le risposte.

(passo riprodotto dalle pagine 365-369 del terzo tomo delle Opere di Leonardo Sciascia, volume edito da Bompiani, Milano, 2004)

6 Comments

Leave a Comment
  1. Eva Rilegg / May 10 2009 11:32 AM

    Felicità raggiunta, si cammina
    per te su fil di lama.
    Agli occhi sei barlume che vacilla,
    al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
    e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

    Se giungi sulle anime invase
    di tristezza e le schiari, il tuo mattino
    è dolce e turbatore come i nidi delle cimase
    Ma nulla paga il pianto del bambino
    a cui fugge il pallone tra le case.

    (Eugenio Montale, Ossi di seppia)

Trackbacks

  1. Il tacchino deduttivista « Abeona forum
  2. Leggere, scrivere e… far di conto! « Abeona forum
  3. “Lorsqu’on emploi trop de temps à voyager, on devient enfin étranger à son pays” « Abeona forum
  4. “Aria corrotta” « Abeona forum
  5. “…non vi fusse stampa” « Abeona

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: