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Monday, 6 April , 2009 / ermes

“Verso un concerto di democrazie”


Ho divorato d’un fiato l’ultimo libro di Robert Kagan. Di seguito, come invito alla lettura, uno dei passi che ritengo più significativi:

kagan_front_coverLe democrazie del mondo devono iniziare a riflettere su come proteggere i propri interessi e difendere i propri principi in un mondo nel quale gli uni e gli altri sono di nuovo esposti a gravi minacce. Ciò significa anche definire i nuovi mezzi per valutare e garantire la legittimità internazionale di eventuali interventi. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non può servire a tale scopo perché è rimasto completamente paralizzato dalla spaccatura apertasi fra i suoi membri democratici e autocratici. Ciononostante, il mondo democratico avrà ancora bisogno di adeguati meccanismi per appianare le divergenze e raggiungere una forma di consenso.

Una possibilità potrebbe essere quella di dar vita a un concerto globale o lega di democrazie, magari all’inizio a carattere informale, ma avente il proposito di tenere incontri e consultazioni regolari fra le nazioni democratiche per discutere i problemi del giorno. Un’istituzione di questo tipo potrebbe accogliere nazioni dell’Asia e del Pacifico, come Giappone, Australia e India, e le nazioni UE e Nato dell’Europa e del Nordamerica, insieme ad altre democrazie (come il Brasile) che, finora, hanno avuto pochi rapporti reciproci, fatta eccezione per i settori del commercio e della finanza. Tale istituzione si affiancherebbe, senza sostituirle, alle Nazioni Unite, alla Nato, al G8 e ad altre organizzazioni globali. Ma porrebbe l’accento su un particolare impegno a favore dell’idea democratica, e potrebbe diventare uno strumento per raccogliere le risorse dei paesi membri allo scopo di risolvere un certo numero di questioni che non possono essere affrontate dalle Nazioni Unite. Se avesse successo, potrebbe assolvere il compito di dare legittimità a interventi che le nazioni democratiche ritengono necessari, ma che quelle autocratiche si rifiutano di, approvare, proprio come la Nato ha dato legittimità all’intervento in Kosovo.

In un mondo sempre più diviso fra democrazie e autocrazie, i democratici di tutto il globo dovranno stare uniti e compatti. Ciò non richiede affatto la proclamazione di cieche crociate in nome della democrazia ovunque e in ogni momento, né uno scontro violento con le potenze autocratiche. Le democrazie non devono smettere di commerciare e intavolare negoziati con le autocrazie tanto su questioni di comune interesse quanto su altri temi. Ma la politica estera degli Stati Uniti e delle democrazie deve mettersi in sintonia con le distinzioni politiche del mondo odierno e deve riconoscere il ruolo che la lotta fra democrazia e autocrazia gioca in quasi tutte le più importanti controversie strategiche. Un autentico realismo negli affari internazionali richiede la comprensione del fatto che la politica estera di una nazione è fortemente influenzata dalla natura del suo sistema di governo. Le democrazie devono essere solidali tra loro e devono sostenere chi cerca di aprire uno spazio democratico in paesi dove esso si è chiuso.

Il sostegno alla democrazia ha importanza strategica anche perché consolida la forza del mondo liberale e smaschera le debolezza delle potenze autocratiche. È facile guardare alla Cina e alla Russia attuali e giungere alla conclusione che sono impermeabili a influenze esterne. Ma non bisogna sottovalutare la loro fragilità e vulnerabilità. Questi regimi autocratici possono essere più forti che in passato in termini di ricchezza e influenza globale, ma vivono in un’era di netto predominio democratico. Ciò significa che hanno un inevitabile problema di legittimità. Non sono come le monarchie dell’Europa del XVIII e XIX secolo, che tale problema non avevano perché il mondo per secoli e secoli non aveva conosciuto altro che autocrazie.

Le autocrazie di oggi si sforzano di creare un nuovo tipo di legittimità, ma non è un compito facile. I leader cinesi premono l’acceleratore dello sviluppo economico temendo che qualsiasi rallentamento porterebbe alla loro caduta. Si sforzano di sradicare anche il più piccolo accenno di opposizione politica perché vivono nel timore che si possa verificare un collasso analogo a quello sovietico o ripetersi la quasi fatale esperienza da loro stessi vissuta nel 1989. Più ancora di un’invasione nemica, temono il sostegno esterno a ogni forma di opposizione politica interna. In Russia, Putin è impegnato a sbarazzarsi dei propri avversari, anche se appaiono deboli, perché teme che qualsiasi segno di vita dell’opposizione potrebbe portare alla caduta del suo regime.

Le democrazie del mondo hanno tutto l’interesse a mantenere in vita le speranze di una democratizzazione in Russia e in Cina. Gli ottimisti degli anni immediatamente successivi alla fine della guerra fredda avevano ragione a credere che una Russia e una Cina in via di democratizzazione sarebbero state partner internazionali migliori. Una Cina democratica avrebbe meno probabilità di trovarsi coinvolta in un conflitto con gli Stati Uniti, anche perché gli americani sarebbero più tolleranti nei confronti dell’ascesa di una grande potenza democratica di quanto lo sarebbero nei confronti dell’affermarsi di una grande potenza autocratica.

L’errore degli anni Novanta è stato pensare che la democrazia fosse inevitabile. Oggi, l’ottimismo eccessivo è stato in molti casi rimpiazzato da un pessimismo altrettanto eccessivo. Molti europei sostengono che le influenze esterne non avranno alcun effetto sulla Russia. Ciononostante, se si ripensa alla guerra fredda, parecchi di questi stessi europei sono convinti che gli accordi stipulati a Helsinki negli anni Settanta hanno avuto un sottile, ma in definitiva profondo influsso sull’evoluzione dell’Unione Sovietica e del blocco orientale. La Russia di Putin è forse più impermeabile all’azione di tali metodi di quanto lo fosse l’Unione Sovietica di Leonid Brežnev? Lo stesso Putin non lo crede. Né lo pensano i leader cinesi, altrimenti non spenderebbero miliardi per controllare le chat-room su internet e per condurre una campagna di repressione contro il gruppo Falun Gong.

Gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero promuovere la democrazia anche in Medio Oriente? Un modo per trovare una risposta a tale domanda è provare a capovolgerla: gli Stati Uniti dovrebbero promuovere l’autocrazia in Medio Oriente? Questa, dopo tutto, è la sola alternativa possibile. Qui non si può assumere una posizione neutrale. Le democrazie del mondo possono fare due sole cose: o sostenere l’autocrazia, con aiuti, riconoscimento ufficiale, relazioni diplomatiche amichevoli e regolari rapporti economici, oppure usare in vari modi la loro influenza per promuovere l’attuazione di riforme democratiche. Gli strateghi e gli analisti politici possono discutere su quale sia il ritmo più opportuno per la realizzazione delle riforme o sul peso delle pressioni da esercitare, ma pochi europei e un numero ancora inferiore di americani sarebbero disposti a dire che le democrazie dovrebbero semplicemente sostenere gli autocrati mediorientali e non promuovere il cambiamento.

I principali problemi, dunque, sono in realtà una questione di tattica e di tempi. Ma che si preferisca un ritmo rapido o lento, un approccio hard o soft, resterà sempre il pericolo che qualsiasi tipo di pressione possa determinare una vittoria dell’islamismo radicale. E un rischio che vale la pena correre? Un’analoga domanda si era posta di continuo durante la guerra fredda, quando i liberals americani chiedevano che gli Stati Uniti smettessero di appoggiare i dittatori del Terzo Mondo, mentre i conservatori e i neoconservatori avvertivano che quei dittatori sarebbero stati rimpiazzati da comunisti filosovietici. Talvolta il timore si è avverato. Ma ancora più spesso i nostri sforzi hanno contribuito alla creazione di governi moderati e filoamericani. La lezione degli anni di Reagan, quando governi filoamericani e sostanzialmente democratici hanno preso il posto delle dittature in Salvador, Guatemala, Filippine, Taiwan, Corea del Sud e in altri paesi ancora, è stata che, in fin dei conti, valeva la pena correre il rischio.

Potrebbe essere opportuno correrlo ancora una volta in Medio Oriente, e non soltanto come strategia di promozione della democrazia, ma anche come parte integrante di un più ampio sforzo per risolvere il problema del radicalismo islamico, accelerando e intensificando il suo confronto con il moderno mondo globalizzato. Fra le tante opzioni sbagliate che si possono scegliere per affrontare questo spinosissimo problema, la meno sbagliata potrebbe essere quella di affrettare il processo: più modernizzazione, più globalizzazione, a un ritmo più rapido.

(Robert Kagan, Il ritorno della storia e la fine dei sogni, Milano: Mondadori, 2008 – pagg. 126-131)

7 Comments

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  1. ermes / Apr 6 2009 9:09 AM

    P.S.: il titolo del post corrisponde al titolo del paragrafo donde è tratto il passo del libro di Kagan.

    P.P.S.: Abeona aveva già accennato allo stesso Kagan un po’ di tempo addietro.

  2. Eva Ignor / Apr 6 2009 9:20 AM

    “Nelle zone più vitali del mondo, in Asia orientale, in Europa e in Medio Oriente, gli Stati Uniti sono ancora la chiave di volta che sostiene tutto l’edificio. Se la si toglie, l’edificio crolla.

    “Ciò vale anche in un senso più ampio. Nel corso degli ultimi sessant’anni la potenza americana ha assicurato un certo numero di servizi internazionali, servizi a vantaggio non soltanto degli Stati Uniti, ma anche di molte altre nazioni. Per fare un solo esempio, la marina statunitense garantisce, a ragione o a torto, la sicurezza e la libertà delle acque internazionali a favore di tutte le nazioni, e lo fa anche quando il proprio paese è in guerra. Per quasi tutto il corso della storia, il controllo dei mari e delle vie commerciali è stato costantemente conteso fra le grandi potenze. Quando sono entrate in guerra l’una contro l’altra, l’intero sistema commerciale internazionale ne ha pagato le conseguenze, e le nazioni neutrali hanno sofferto quanto quelle partecipanti al conflitto. Se gliene fosse data l’opportunità, la Cina e l’India si scontrerebbero per il controllo dell’oceano Indiano, e il Giappone e la Cina per il controllo delle acque che li separano. E nel caso di una guerra, le principali vie commerciali si chiuderebbero non soltanto per queste nazioni ma per tutti i paesi. Senza il predominio navale americano, i conflitti regionali in Medio Oriente e nel golfo Persico potrebbero portare alla chiusura dello stretto di Ormuz e del canale di Suez. Se ciò non è avvenuto negli ultimi decenni, il motivo non sta nel fatto che le nazioni del mondo hanno elaborato, appreso e adottato nuove norme di comportamento internazionale, ma nel fatto che la flotta americana presidia gli oceani.”

    (Ancora Kagan, op. cit., pp. 124-5)

  3. Eva Ragion / Apr 7 2009 12:16 PM

    “Le democrazie occidentali negherebbero di avere intenzioni di questo tipo, ma Putin, proprio come i leader cinesi, fa bene a preoccuparsi. I politici americani ed europei ripetono di continuo di volere che la Russia e la Cina si integrino nell’ordine democratico liberale internazionale; ma non c’è da sorprendersi se i leader di quei paesi si mostrano diffidenti. Può un sistema autocratico entrare nell’ordine liberale internazionale senza soccombere alle forze del liberalismo?

    “Prevedendo la risposta, le autocrazie stanno comprensibilmente recalcitrando, e con una certa efficacia. Anziché accettare i nuovi principi di una sovranità ridotta e di un’indebolita protezione internazionale per gli autocrati, la Russia e la Cina stanno promuovendo l’affermazione di un ordine internazionale che assegni un alto valore alla sovranità nazionale e che possa proteggere i governi autocratici dall’ingerenza straniera.

    “E ci stanno riuscendo. L’autocrazia sta tornando alla ribalta. I mutamenti che si verificano nella struttura ideologica delle potenze mondiali più influenti hanno sempre avuto concrete ripercussioni sulle scelte compiute dai leader di nazioni più piccole. Il fascismo era di moda in America Latina negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, in parte perché sembrava riscuotere successo in Italia, Germania e Spagna. Il comunismo si è diffuso nel Terzo Mondo nel corso degli anni Sessanta e Settanta non grazie agli sforzi di proselitismo dell’Unione Sovietica, ma perché gli avversari dei regimi al potere scatenarono le loro rivolte sventolando la bandiera del marxismo-leninismo e in seguito ottennero aiuti da Mosca. Quando il comunismo è morto nella stessa Mosca, le ribellioni comuniste in tutto il mondo si sono fatte sempre più rare. Quindi, se la crescente potenza delle democrazie mondiali negli ultimi anni della guerra fredda, culminata nella loro quasi completa vittoria dopo il 1989, ha contribuito all’ondata di democratizzazione che ha investito gli anni ottanta e Novanta, appare più che logico aspettarsi che l’ascesa di due potenti autocrazie possa nuovamente invertire la tendenza.

    “E’ un errore credere che l’autocrazia non eserciti alcun fascino nel mondo. Grazie a decenni di eccezionale crescita, oggi i cinesi possono a ragione sostenere che il loro modello di sviluppo economico, fondato sulla combinazione fra un’economia sempre più aperta e un sistema politico chiuso, può essere una soluzione efficace per molte nazioni. Di certo offre un modello perfetto di autocrazia, un vero e proprio libretto di istruzioni per creare ricchezza e stabilità senza concedere la liberalizzazione politica. Il modello di «democrazia sovrana» proposto dalla Russia attrae gli autocrati dell’Asia centrale (…)

    “Queste due nazioni forse non sono più in grado di esportare ideologia, ma certamente possono offrire agli autocrati un’ancora alla quale aggrapparsi allorché le democrazie diventano ostili. Negli anni Novanta, quando, dopo l’emanazione di una fatwa che chiedeva la morte di Salman Rushdie, le relazioni dell’Iran con l’Europa si incrinarono in modo grave, l’autorevole leader iraniano Akbar Hashemi Rafsanjani non mancò di osservare come fosse più facile mantenere buone relazioni con nazioni come la Cina. Nel 2005, quando ricevette severe critiche dall’amministrazione di George W. Bush per avere represso con la forza una manifestazione dell’opposizione, il dittatore dell’Uzbekistan rispose entrando nella Shanghai Cooperation Organization e stringendo rapporti più stretti con Mosca. I cinesi forniscono notevoli aiuti alle dittature dell’Africa e dell’Asia, minando gli sforzi compiuti dalla «comunità internazionale» per spingerle a concedere riforme — il che, in termini pratici, significa spesso un vero e proprio cambio di regime — in paesi come il Myanmar e lo Zimbabwe. Gli americani e gli europei possono anche protestare, ma le autocrazie non hanno alcuna intenzione di rovesciare altri regimi autocratici soltanto per l’insistenza del mondo democratico. I cinesi, che non molto tempo fa hanno represso le dimostrazioni studentesche con estrema violenza, non daranno certo una mano all’Occidente per rovesciare un governo birmano accusato di fare la stessa cosa. Né saranno disposti a imporre condizioni sugli aiuti alle nazioni africane per obbligarle a concedere riforme politiche e istituzionali che essi stessi non hanno alcuna intenzione di attuare in Cina.

    “I funzionari cinesi possono anche rimproverare i leader birmani o esortare il governo di Khartum a trovare una soluzione per il conflitto sudanese. Allo stesso modo, Mosca potrà in qualche occasione prendere le distanze dall’Iran. Ma i governanti di Rangoon, Khartum, Pyongyang e Teheran sanno benissimo che i loro più affidabili e in definitiva unici protettori in un mondo generalmente ostile si trovano a Pechino e a Mosca. Nel grande scisma fra democrazia è autocrazia, gli autocrati hanno comuni interessi e una visione unitaria dell’ordine internazionale.”

    (Idem, pp. 88-92)

  4. Eva Sragion / Apr 8 2009 1:22 AM

    Il precedente commento è ovviamente tutto dedicato al buonissimo e sciaguratissimo “popolo della pace”.

    (Scusate l’arrabbiatura)

  5. Eva Esager / Apr 8 2009 1:25 AM

    Caduta di stile dell’Autore:

    “Come ha scritto Bernard Lewis, lo scopo della rivoluzione islamica, in Iran come in altri paesi, è stato e rimane quello di «spazzare via tutte le escrescenze straniere e miscredenti imposte sui territori e sui popoli musulmani nell’era del dominio straniero, per restaurare l’autentico ordine islamico stabilito da Dio». Una di tali «escrescenze miscredenti» è la democrazia. I fondamentalisti vogliono riportare il mondo islamico al punto in cui si trovava prima che l’Occidente cristiano, il liberalismo e la modernità contaminassero la pura fede islamica.”

    (Ibidem, p. 108)

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