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Friday, 17 April , 2009 / ermes

Ridentes


Prendendo a prestito da Un tal Lucas

le-ombre-bianche1Le jene

Da un mese nel nostro giornale hanno assunto in prova due jene. Una mattina, nello stanzone dove lavoro assieme ai colleghi Rosso e Milito, è entrato il capo dei servizi di cronaca con un tale che teneva queste due jene al guinzaglio. Le ha sciolte e se n’è andato. Sulle prime ci siamo un po’ allarmati, la jena è un animale sgradevole; anzi pare la combinazione araldica di tutti gli animali sgradevoli: ha qualcosa del ratto di fogna, del coccodrillo, dello scorpione, un che di pipistrello, e sembra che, invece della sua pelliccia, del resto inutilizzabile, indossi uno scendiletto sporco.

Vista di spalle, dalla potenza del groppone potrebbe essere scambiata per un grosso cinghiale; ma il cinghiale ha qualcosa di nobile, di leale, e non è selvatico come si crede. Sono gli uomini che ve l’hanno ridotto dandogli continua caccia. Tempo fa ho visto una femmina di cinghiale coi suoi cuccioli, in una gabbia; la tenevano davanti a un ristorante della Maremma, quei maledetti, vicino all’ingresso, per richiamo e garanzia di buona cucina. Bene, quando mi avvicinai a quella gabbia, la brava bestia cominciò a dimenarsi e a mugolare di gioia, strofinando il muso contro la rete, guardandomi con occhi imploranti, quasi chiedendo le mie carezze. Mi lasciò una serena impressione di affetto e la certezza che in ogni animale c’è un nostro amico, che non ignoriamo.

La jena no, non dà questa impressione, che persino i serpenti possono comunicare. La jena è fissa a un suo orribile traguardo, vuole il nostro cadavere, e ben putrefatto per giunta. Vile e sospettosa, manda un pessimo odore. Non so se questo sia dovuto al cibo che preferisce. Appare timida, ansiosa, non sta mai ferma, aspetta che gli voltiate le spalle soltanto; sempre fiutando l’aria col suo naso diabolico e mostrando i denti, per una sua incapacità direi comica a tener chiuse le labbra: è il suo sorriso perenne. Il suo riso, lo sappiamo tutti, è agghiacciante: ci senti il sarcasmo e la ferocia professionale dell’assassino.

«Allora,» disse quel giorno il capo dei servizi di cronaca «ve le lascio qui con voi, ci sono questi due tavoli liberi». E aggiunse: «Spero che diventerete buoni colleghi e che nei primi tempi le aiuterete». Veramente sorpreso, osai chiedere: «Colleghi? Che dobbiamo farne?». Il capo dei servizi di cronaca se ne andò senza nemmeno rispondere; sono un praticante, come Rosso e Milito, posso essere mandato via senza preavviso. Ci lasciò con le due jene. Esse dapprima misurarono su e giù lo stanzone, poi si sdraiarono sui loro tavoli: e rimasero lì a guardare noi, le finestre, il soffitto e la porta, alternativamente. Da farti girare la testa. Ogni tanto arricciavano il naso per lontani fetori che soltanto esse percepivano. Questo il primo giorno. Il secondo si fecero più audaci, venivano a frugare nei cestini della carta straccia, persino a leggere i nostri pezzi; e quando arrivò il ragazzo del bar coi nostri sandwich gli tagliarono la strada e se li mangiarono di colpo.

Ci si abitua a tutto. Dopo una settimana c’eravamo anche abituati al fatto che consumassero lì, sotto i nostri tavoli, con uno sgranocchiare infernale, la loro colazione. A mezzogiorno viene infatti un garzone di macelleria con un gran cesto di frattaglie e di ossa. In un attimo se lo lappano e restano poi a leccarsi le labbra e a girare attorno al cesto, sempre sperando che vi sia rimasto qualcosa. Ho fatto le mie proteste quando le bestie hanno cominciato a depositare i loro escrementi nei vani delle finestre. Dalla direzione del personale ci hanno risposto mandandoci un sacco di segatura. O prendere o andarsene. Abbiamo finito per accettare la sconfitta. Che ha qualche vantaggio; primo, le jene ci aiutano nel nostro lavoro; secondo, poiché tutti i colleghi vengono con qualche scusa a vederci, ne ricaviamo un certo prestigio. Noi siamo «quelli delle jene», l’attrazione del giornale. L’essenziale è lasciar sempre le finestre aperte e spruzzare ogni tanto un deodorante. E tapparsi le orecchie quando ridono alle loro storielle.

C’è di più; dopo una decina di giorni abbiamo cominciato, Dio ci perdoni, a stimarle. Sanno fare il loro lavoro, lo perfezionano anche, si direbbe che ce l’hanno nel sangue, questa maledetta cronaca. Noi abbiamo su di esse il vantaggio di conoscere bene o male grammatica e la sintassi; abbiamo maggiore abilità nell’incollare le notizie d’agenzia, sappiamo telefonare e usare le figure retoriche, la metafora, la metonimia, l’antonomasia, la litote e l’iperbole: abbiamo, suvvia!, una certa cultura classica che ci permette di citare autori e fatti e prendere le cose alla larga, letterariamente, anche con una certa eleganza. Ma quanto – mi chiedo – quanto durerà questo nostro vantaggio? Le due jene, oltre a un’intelligenza non comune hanno (ed è questa la loro naturale qualità), hanno il cosiddetto fiuto, che non s’impara. Ora, per il nostro lavoro, aver fiuto è tutto. Esse sentono un fatto di cronaca a venti chilometri, e non solo il cadavere. Sentono il morituro, la tragedia, la strage, la complicazione, la notizia che monta, si allarga, investe la città, tutto il paese. Succedono ogni giorno fatti orribili ma stancanti, e noi siamo portati dalla noia, dalla routine, e anche dalla pietà a lasciarli esaurire con qualche articolo, attenendoci generalmente alle notizie che ci forniscono gli inquirenti. Le jene no, esse non mollano mai. Vanno fino in fondo, hanno il loro metodo: lavorano soltanto sul cadavere. Gli tirano fuori tutto, le trippe, il cuore, il passato, l’infanzia, il servizio militare, gli amori, le possibili depravazioni, i nomi delle amanti, i rapporti incestuosi o di natura «particolare» (oh, come amano questa parola!), e le fotografie, e i diari, e le più innocenti confessioni, tutto. Alla rinfusa, ma tutto. Scovano gli amici delle vittime, i camerieri, i lacchè, i lenoni: li fanno parlare, si fanno raccontare dietro compenso le cose più segrete e più luride, quelle stesse cose che le vittime avrebbero voluto seppellire nell’oblio per sempre, e hanno creduto di farlo uccidendo o uccidendosi. No, le jene vanno lontano, risalgono, scovano: e quando il cadavere non ha ormai più segreti, quando il lezzo è insopportabile, tornano da noi, ridono a crepapelle, osano invitarci a pranzo, ai loro pranzi.

Riuscirò mai ad abituarmi? O devo considerare già scontato il fatto che saranno esse a stancarsi di noi e a chiederci di abbandonare tutto il lavoro nelle loro mani? Il successo che ormai ottengono le fa spavalde. Ogni tanto mettono le loro zampacce infette sulle macchine da scrivere e tentano di scrivere. Vogliono imparare: e col tempo ci arriveranno. Ma ecco scoppia un altro delitto, un altro scandalo: prima che arrivi la notizia le vedi infilare la porta e per un po’ si respira. La verità è che noi ci sentiamo già inutili, sorpassati. Questa mattina hanno assunto altre due jene e l’unica nostra speranza è che, col tempo, aumentando di numero, finiscano per divorarsi tra di loro. Se prima non divoreranno noi.

Ennio Flaiano, Le ombre bianche, Adelphi, Milano 2004
Pubblicato sul Corriere della Sera del 4 ottobre 1970

2 Comments

Leave a Comment
  1. a / Aug 16 2010 12:58 PM

    vorei sapere cosa vogliono realmente rappresentare le jene in questo brano. Non sono gli animali (la cui ortografia è iene). Potrebbero essere colleghi nuovi e rampanti, ma perchè chiamarli jene?

  2. Jovane / Aug 17 2010 3:31 PM

    Boh.

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