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Sunday, 14 June , 2009 / ermes

Accountability


“In parte per la consapevolezza della posta in gioco, in parte per le mutate circostanze di teatro, in parte per l’azione diplomatica esercitata dagli Usa, il nostro ruolo in Afghanistan sta assumendo una fisionomia diversa, più marcatamente aggressiva, probabilmente più efficace e sicuramente più rischiosa. Tutto ciò non solo è nella logica delle cose, ma è anche legittimo e necessario. La sensazione, però, è che l’opinione pubblica non ne sia stata chiaramente informata, com’è invece doveroso in democrazia”.

afghanistan-map Afghanistan l’ambiguità è un rischio

di Vittorio Emanuele Parsi – La Stampa, 12.06.09

Sono sempre più frequenti e sanguinosi gli scontri in cui sono coinvolte le truppe italiane in Afghanistan. Quello di ieri è il settimo degli ultimi 40 giorni. Come lo stesso comunicato del Comando di Herat chiarisce, i tre parà sono rimasti feriti nel corso di un’operazione di rastrellamento di elementi ostili attuata in maniera congiunta con l’esercito afghano. Non è una novità. Da quasi un anno i nostri soldati stanno facendo ciò per cui sono addestrati: combattere.

Il fatto in sé non dovrebbe destare scalpore: se si inviano forze militari in zona di guerra a sostegno del legittimo governo è perché si intende contrastare l’azione degli insorti (questo è lo scopo dell’Isaf). Sulla rilevanza del fronte afghano per la sopravvivenza politica della Nato sono state spese molte parole. Ed è persino banale osservare che, se si ritiene che la campagna afghana non debba essere perduta – pena il dilagare dell’instabilità in tutta l’Asia sud-occidentale, in Medio Oriente e nel Mediterraneo – allora le truppe europee presenti nella regione devono fare la loro parte, cioè combattere. In questo senso, d’altra parte, vanno e non certo da oggi le pressioni degli Stati Uniti e degli altri alleati più coinvolti nelle operazioni «scova e distruggi», cioè i canadesi, gli inglesi e gli olandesi. Lo stesso Obama, osannato dalla folla praghese appena qualche settimana fa, aveva chiesto (apparentemente) senza successo ai partner europei della Nato più truppe combattenti e una minor varietà di «caveat» alle regole di ingaggio dei diversi contingenti nazionali. Oltre tutto, occorre sottolineare che proprio la pressione maggiore cui le forze alleate stanno sottoponendo i Talebani nell’Helmand ha finito col sospingerli verso le aree circostanti, tra cui proprio la provincia di Farah, affidata al comando italiano.

In parte per la consapevolezza della posta in gioco, in parte per le mutate circostanze di teatro, in parte per l’azione diplomatica esercitata dagli Usa, il nostro ruolo in Afghanistan sta assumendo una fisionomia diversa, più marcatamente aggressiva, probabilmente più efficace e sicuramente più rischiosa. Tutto ciò non solo è nella logica delle cose, ma è anche legittimo e necessario. La sensazione, però, è che l’opinione pubblica non ne sia stata chiaramente informata, com’è invece doveroso in democrazia. Il punto è che, se non si dicono le cose come stanno, sono le truppe sul campo a correre un pericolo più elevato. Innanzitutto perché potrebbero dover «combattere con un braccio legato dietro la schiena», se i caveat cui devono sottostare non vengono adeguati e se i mezzi di cui sono equipaggiati non sono appropriati al tipo di missione. In secondo luogo perché rischiano di trovarsi «politicamente scoperti», cioè impegnati in una missione oggettivamente diversa da quella per cui hanno ricevuto mandato.

I Talebani sanno bene che più perdite infliggono alle truppe Isaf più cresce la probabilità che le opinioni pubbliche occidentali chiedano il ritiro dei propri contingenti. A maggior ragione sanno che è più conveniente colpire i contingenti di quei Paesi dove sia palese l’ambiguità sull’impiego e sul ruolo dei soldati. Un’opinione pubblica non consapevole di essere in guerra è infatti molto meno disposta ad accettarne gli inevitabili costi umani. E un governo che non sia stato esplicito nel chiarire che una missione di peace enforcing implichi la necessità di combattere può apparire più facilmente condizionabile a suon di morti Per essere franchi fino alla brutalità: l’ambiguità e l’opacità della nostra presenza in Afghanistan fa dei nostri soldati dei bersagli il cui «valore politico», agli occhi dei nostri nemici, rischia di essere doppio o triplo rispetto a quello dei loro commilitoni olandesi, inglesi, canadesi.

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One Comment

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  1. Eva Approfond / Sep 21 2009 6:19 PM

    Sulla stessa lunghezza d’onda.

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