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Tuesday, 4 August , 2009 / ermes

“L’Ancien Régime et la Révolution”


Altre belle pagine di Gaetano Salvemini (questa volta dalla sua stupenda “Rivoluzione francese”):

salvemini1La caduta del regime feudale. La notte del 4 agosto

La maggioranza dell’Assemblea nazionale – terzo stato, nobiltà liberale, basso clero, – è sorpresa anch’essa da una cosi vasta frana di eventi. Sospettando della corte, non trova inopportune dapprima le rivolte popolari, che almeno hanno il vantaggio di disarmare il governo. Perciò l’Assemblea, per alcuni giorni, si limita a votare innocue mozioni sentimentali, in cui scongiura il popolo a rientrare nell’ordine e mostrarsi degno della libertà conquistata. Via via che dalle province pervengono notizie sempre più gravi, anche l’Assemblea è presa da un grande turbamento, e pensa di correre ai ripari.

Le proprietà di ogni sorta – riferiva nella seduta del 3 agosto un deputato – sono la preda del più colpevole brigantaggio; ovunque i castelli sono bruciati, distrutti i conventi, le fattorie abbandonate al saccheggio; le imposte, le rendite feudali, tutto è distrutto: sono senza forza le leggi, i magistrati senza autorità; la giustizia è un’ombra invano ricercata nei tribunali.

E proponeva una dichiarazione di biasimo pei disordini “contrari ai principi di diritto pubblico, che l’Assemblea non avrebbe mai cessato di tutelare.”

Nella seduta pomeridiana del 4 agosto, il giurista Target, rappresentante di Parigi, propose un altro proclama, in cui l’Assemblea avrebbe dichiarato obbligatorio il pagamento delle imposte e il rispetto dei diritti feudali fino a quando la legge non avesse altrimenti deciso. Ma quale effetto potevano sortire i biasimi e i proclami, se l’Assemblea non aveva nessuna forza materiale per imporre il rispetto dei suoi voleri?

Questo ben comprendevano i nobili, che più di tutti erano interessati al ritorno della normalità. Il visconte di Noailles spiegò che era necessario sopprimere le cause dei tumulti e curare il male alle radici; perciò propose che l’Assemblea proclamasse la proporzionalità delle imposte e la fine dei privilegi tributari, l’eguale ammissibilità di tutti i cittadini ai pubblici impieghi, l’abolizione senza indennità delle corvées e delle servitù personali, la libera riscattabilità degli altri diritti feudali. Anche il duca d’Aiguillon, uno dei più ricchi feudatari della Francia, riconobbe che causa dei disordini erano le ingiustizie e i diritti feudali: ma – osservava – se l’uguaglianza tributaria si può e si deve subito istituire, non era lecito abolire senza indennità i diritti feudali anch’essi proprietà sacra e inviolabile; bisognava quindi che continuassero ad essere pagati, salva la facoltà di riscattarsi con un capitale corrispondente alla rendita annua di ciascun diritto moltiplicata per trenta. La stessa idea del riscatto caldeggiò anche il bretone borghese Leguen de Kerangel, votando alle fiamme purificatrici “le infami pergamene” che conservano il ricordo degl’ingiusti diritti “acquistati in tempi di tenebre e d’ignoranza.”

A poco a poco quella massa di mille deputati, circondata nella vasta sala da una folla di spettatori facili ad esaltarsi, imbevuta dalle teorie filosofiche e umanitarie del secolo, impressionata dagli sconvolgimenti delle ultime settimane, si eccita, si suggestiona, si abbandona all’entusiasmo. il marchese di Foucauld parla contro i privilegi della nobiltà di corte. Il visconte di Beauharnais chiede la eguale ammissibilità di tutti i cittadini agli impieghi. Il vescovo di Nancy propone il riscatto dei diritti feudali goduti dalla Chiesa. Il vescovo di Chartres vuol soppresso il monopolio di caccia. Il duca di Châtelet propone la riscattabilità delle decime ecclesiastiche. L’Assemblea applaude e approva. Cadono così l’uno dopo l’altro il diritto di colombaio, le giustizie feudali, le corporazioni artigiane, le servitù personali. I rappresentanti delle province e delle città rinunziano anch’essi ai privilegi tributari e amministrativi locali. Si vota una medaglia commemorativa del grande avvenimento. Si delibera a Luigi XVI il titolo di Restauratore della libertà francese. Alle otto di mattina, quando la seduta è tolta fra acclamazioni e abbracciamenti generali, la vecchia società feudale è di diritto scomparsa.

Il visconte di Noailles, il quale aveva proposto la soppressione senza indennità di alcuni diritti feudali e la riscattabilità degli altri, era – come i maligni non mancarono di far osservare – un cadetto senza proprietà e senza diritti feudali: lo chiamavano Giovanni senza terra. Il marchese di Foucauld, che aveva investito i privilegi della nobiltà di corte, era un gentiluomo rurale. Il vescovo di Chartres, che aveva provocata l’abolizione del monopolio di caccia, non andava a caccia. E del duca dello Châtelet, il quale aveva chiesto la riscattabilità delle decime ecclesiastiche, si raccontava che ascoltando il discorso antivenatorio del vescovo di Chartres, avesse detto ridendo ai vicini: “Lui mi porta via la caccia; e io gli porterò via qualcos’altro.” Certo non è questa la spiegazione della famosa notte: uno slancio entusiastico travolse realmente la massa dell’Assemblea: anche coloro, che non sacrificavano in fondo se non i diritti altrui, poterono credere sinceramente di avere compiuto un grande dovere. Resta, però, innegabile il fatto che i privilegiati, se avessero rinunciato ai loro privilegi un mese prima, non solo avrebbero avuto un merito morale molto maggiore, ma avrebbero prevenuto o almeno attenuato la crisi: arrivati così in ritardo, non fecero se non riconoscere giuridicamente le distruzioni, che in moltissimi luoghi erano già avvenute di fatto.

Non si deve poi dimenticare, che se alcuni ruderi feudali, come le immunità tributarie, la corvée, la servitù della gleba, le banalità e i monopolî, i diritti di giustizia, furono aboliti senza indennità – ed è questa la parte davvero generosa di quelle deliberazioni – gli altri diritti furono dichiarati riscattabili, capitalizzandone le rendite a circa il 3,30%. Ora, le popolazioni rurali erano ben lontane dal possedere le somme vistosissime necessarie a compiere questa operazione – si trattava di circa 4 miliardi: il solo duca d’Aiguillon trasformava i 100 mila franchi annui di rendite feudali in un capitale liquido di 3 milioni. Ne consegue che nella notte del 4 agosto l’Assemblea, se abolì una parte dei diritti feudali, un’altra parte, e la più cospicua, tentò di salvarla dagli assalti dei contadini, innalzando contro questi l’obbligo del riscatto.

Inoltre, non appena nei giorni successivi fu necessario concretare in articoli precisi di legge i voti emessi nelle ore dell’entusiasmo tumultuario, ogni privilegiato accorse a salvare dal naufragio quanta più merce poteva; e i rappresentanti del terzo stato, quasi tutti cittadini indifferenti alle pretese dei contadini, o avversi perché proprietari anch’essi di diritti feudali, non opposero nessuna resistenza a siffatte manovre.

I diritti feudali furono classificati in personali e reali; aboliti senza indennità i primi, dichiarati riscattabili i secondi. Data la difficoltà di sceverare gli uni dagli altri, l’Assemblea elevò una casistica complicatissima, attraverso cui pochi diritti rimasero aboliti, e i più diventarono riscattabili, e il riscatto fu circondato con mille restrizioni e formalità. Tutti i diritti esistenti furono presunti legittimi. In caso di contestazione, l’obbligo di provare l’illegittimità fu messo a carico del coltivatore; cioè, data la difficoltà di fornire questa prova, fu resa vana quasi ogni lite a favore dei signori. Mutilata così e contorta l’idea primitiva, ne risultarono i decreti del 4-11 agosto, completati e sviluppati poi nei decreti 5-28 marzo e 3-9 maggio 1790, nei quali il primo articolo diceva: “L’Assemblea nazionale distrugge interamente il regime feudale,” e i successivi ristabilivano buona parte del regime distrutto a furia di eccezioni.

Su un solo articolo l’Assemblea si mostrò più larga e più generosa, che non fosse stata nella notte del 4 agosto: sulla decima ecclesiastica. Questa, che era stata dichiarata dapprima riscattabile, fu abolita senza indennità, salvo l’obbligo del governo di provvedere alle spese del culto. Le terre furono cosi alleggerite di un peso annuo di 120 milioni. Ma questi milioni erano inghiottiti in proporzioni più laute dai grossi proprietari – cosi i nobili compensavano a spese del clero la perdita dei diritti feudali, – mentre i piccoli ne approfittavano in minime dosi; viceversa le spese del culto passavano a carico del bilancio nazionale, cioè a carico anche dei contribuenti che non avevano nessuna proprietà.

Ci si manifesta così in questa prima impresa legislativa concreta compiuta dall’Assemblea nazionale quel contrasto, che si ritrova poi in tutta la politica dell’Assemblea, fra le grandi audacie nelle idee e i piccoli raggiri nei fatti. Le esigenze logiche, la moda filosofica e la scarsa esperienza politica trasformano ogni questione particolare in una questione di principî: principi assolutî di equità e di giustizia, cioè di ciò che nelle opinioni del secolo XVIII è ritenuto equità e giustizia. Peraltro, non appena dai principi si devono dedurre le conseguenze concrete, subito gli interessi, le abitudini, le passioni deformano le massime generali con mille eccezioni parziali: e quello che doveva essere un rinnovamento salutare per tutto il genere umano, si rattrappisce in leggi monche e contraddittorie, utili agli interessi di quelle classi possidenti che prevalgono nell’Assemblea. Strano miscuglio di entusiasmo e di prudenza, d’ingenuità e di furberia, che dà a questi primi rappresentanti della Francia moderna l’apparenza ora di donchisciotteschi dottrinari, prosecutori fanatici di ideali irraggiungibili, ora di freddi calcolatori intenti a trarre per sé la maggiore utilità dalla universale rovina.

I contadini, che nelle distinzioni e nelle eccezioni dei legisti non vedevano chiaro, come non avevano avuto bisogno di nessun permesso per abolire motu proprio dopo la rivoluzione di Parigi il regime feudale, così non curarono affatto i decreti dell’Assemblea. Accettarono quell’articolo che aboliva completamente il regime feudale, e si rifiutarono di obbedire agli altri. Mentre i nobili e gli ecclesiastici, forti dei tortuosi responsi dell’Assemblea, esigevano il rispetto non solo dei diritti legittimati ma anche degli aboliti, i contadini non riconoscevano né gli aboliti né i legittimati; andavano a caccia e a pesca per affermare coi fatti la fine dei monopoli feudali; deliberavano nelle loro adunanze che chi pagasse i diritti feudali sarebbe stato impiccato. Quando le guardie nazionali accorrevano dalla città ad opporsi alla loro furia devastatrice, le respingevano con le armi. Tutte le leggi, che l’Assemblea fulminava contro la loro pertinacia, restavano vane: perché non dall’Assemblea procedeva la distruzione o il rispetto di cosa alcuna, ma dai bisogni, dai desideri, dalle furie delle moltitudini sfrenate.

(Gaetano Salvemini, La Rivoluzione francese, 1788-1792, Milano: Feltrinelli, 1972 – pp. 113-117)

2 Comments

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  1. fabristol / Aug 5 2009 8:33 PM

    Proprio oggi il papa se l’è presa con i tempi moderni che sembrnao troppo simili alla Rivoluzione francese:

    http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/esteri/benedetto-xvi-36/rivoluzione-francese/rivoluzione-francese.html

    Magari direi io!!!

  2. home page / Dec 21 2012 4:43 PM

    I went over this site and I conceive you have a lot of superb info , saved to bookmarks (:.

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