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Wednesday, 19 August , 2009 / ermes

Cresciuti e pasciuti


Ho appena terminato Paradiso e Potere (Milano, 2003) di Robert Kagan. Senza troppi giri di parole, come al solito

bob_kaganL’America è un gigante con una coscienza. Non è la Francia di Luigi XIV e neppure l’Inghilterra di Giorgio III. Gli americani non invocano, neppure fra sé e sé, la ragion di stato per giustificare le proprie azioni. Non sostengono il diritto del più forte, non dicono al resto del mondo, come fecero a Melos gli ateniesi, che «i forti governano dove possono e i poveri soffrono quello che devono». Gli americani non hanno mai accettato i principi del vecchio ordine europeo e non sono mai stati seguaci di Machiavelli. La loro è una società intrinsecamente liberalprogressista ed essi, nei limiti in cui credono al potere, lo considerano un mezzo per far avanzare i principi di una civiltà e di un ordine mondiali democratici. Condividono le aspirazioni europee a un sistema planetario più ordinato, basato non sulla forza, ma sulle regole: dopo tutto era questo il mondo che volevano realizzare quando gli europei esaltavano ancora le leggi della Machtpolitik. Ma questi ideali e aspirazioni, pur costituendo il fondamento comune della politica estera al di qua e al di là dell’Atlantico, non sono sufficienti a eliminare la grande diversità di prospettiva con cui europei e americani vedono il mondo e il ruolo della forza negli affari internazionali. (p. 46)

La situazione attuale è piena di paradossi. A permettere agli europei di rifiutare la politica di potenza e svalutare il ruolo della forza militare come strumento delle relazioni internazionali è stata la presenza delle truppe americane sul loro suolo. Il nuovo ordine kantiano del vecchio continente poteva fiorire soltanto all’ombra della potenza americana, che obbediva alle regole del vecchio ordine hobbesiano. E’ stata la forza americana a permettere agli europei di credere che la forza non fosse più importante. E adesso che la potenza militare americana ha risolto il problema europeo, e in particolare il «problema tedesco», gli europei, e in particolare i tedeschi, possono permettersi di credere che quella potenza, e la «cultura strategica» che l’ha generata e sorretta, siano obsolete e pericolose. La maggioranza degli europei non vede, o non vuol vedere, il paradosso più grande di tutti: la loro uscita dalla storia è stata resa possibile dalla permanenza nella storia degli Stati Uniti. L’Europa, non avendo né la volontà, né la capacità di presidiare il suo paradiso per impedire che venga invaso non solo fisicamente ma anche spiritualmente da un mondo che non ha ancora accettato la regola della «coscienza morale», si trova a dipendere dalla disponibilità americana a usare la sua potenza militare per dissuadere o sconfiggere quanti nel mondo credono ancora nella politica della forza. (pp. 81-82)

… gli Stati Uniti, benché abbiano svolto un ruolo fondamentale nel condurre l’Europa dentro il suo paradiso kantiano, e ancora lo svolgano nel renderlo possibile, non possono varcare la soglia dell’Eden. Essi restano, con tutta la loro enorme potenza, impigliati nella storia, a vedersela con i Saddam e gli ayatollah, con i Kim Jong Il e gli Jiang Zemin, lasciando ad altri la maggior parte dei benefici. (p. 84)

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5 Comments

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  1. Eva Annot / Aug 19 2009 10:25 AM

    L’idealismo non è mai stata l’unica ragione della generosità e della propensione dell’America ad agire di concerto con gli alleati. Il multilateralismo di Washington durante la guerra fredda aveva motivazioni più strumentali che ideali. Dopo tutto, «fare da soli» dopo il 1945 voleva dire vedersela in solitudine con l’Unione Sovietica. Voleva dire lacerare l’Occidente. E con le truppe sovietiche ammassate nel cuore dell’Europa non era neppure concepibile che una qualsiasi politica estera americana potesse avere successo senza essere «multilaterale», ossia senza includere gli interessi dell’Europa occidentale. Ma per la maggior parte degli americani il multilateralismo autenticamente idealistico era morto con Wilson e il patto della Società delle Nazioni. Dean Acheson, che è stato uno dei principali artefici dell’ordine internazionale postbellico, giudicava «impraticabile» la carta dell’ONU, e l’ONU stessa un esempio della malriposta fiducia wilsoniana «nella perfettibilità del genere umano e nell’avvento della pace e del diritto universali». Acheson e i tanti altri che contribuirono alla creazione dell’ordine postbellico erano sì idealisti, ma idealisti pragmatici. Ritenevano essenziale che l’Occidente presentasse un fronte comune contro il blocco comunista, e se per far questo bisognava ingoiare la pillola di quella che Acheson chiamava sprezzantemente «la Sacra Scrittura» della carta dell’ONU, erano disposti a stare al gioco. L’appoggio alle Nazioni Unite non era altro che «uno strumento della diplomazia». Questo è un punto che va tenuto ben presente: molti aspetti del comportamento americano durante la guerra fredda, che in retrospettiva appaiono così ammirevoli e di cui gli europei e molti americani lamentano la scomparsa, sono stati in realtà delle concessioni effettuate a beneficio della causa dell’unità occidentale. (pp. 87-88)

  2. Eva Riannot / Aug 19 2009 10:25 AM

    Il mito della tradizione «isolazionista» dell’America è duro a morire. Ma è un mito. La storia dell’America è una storia di espansione territoriale e di influenza tutt’altro che inconsapevoli. L’ambizione a svolgere un ruolo da protagonista sulla scena mondiale è profondamente radicata nel carattere americano. Fin dall’indipendenza, se non prima, gli americani, che pure erano in disaccordo su molte cose, condividevano la fiducia nel destino grandioso della loro nazione. Anche quando erano soltanto un gruppetto di colonie deboli e poco coese disposte lungo la costa atlantica, minacciate da ogni lato dagli imperi europei e dalle terre ancora selvagge, gli Stati Uniti apparivano ai loro leader un «Ercole nella culla», «l’embrione di un grande impero». La prima generazione repubblicana – i Washington, gli Hamilton, i Franklin e i Jefferson – era assolutamente certa che il continente nordamericano sarebbe stato assoggettato, che la ricchezza e la popolazione sarebbero cresciute e che la giovane Repubblica avrebbe un giorno dominato l’emisfero occidentale e occupato il posto che le spettava fra le grandi potenze mondiali. Jefferson profetizzava la nascita di un grande «impero della libertà». Hamilton era convinto che l’America avrebbe «entro breve tempo assunto un atteggiamento confacente al suo grande destino», che sarebbe diventata «maestosa, efficiente e artefice di grandi cose. Una nobile carriera l’attende». (pp. 97-98)

  3. Eva Annod / Aug 19 2009 10:26 AM

    Non che gli americani non abbiano mai flirtato con il genere di idealismo internazionale da cui è permeata ora l’Europa. Nella prima metà del Novecento hanno combattuto la guerra, di wilsoniana memoria, «per porre fine a tutte le guerre», e un decennio dopo un segretario di Stato ha apposto la sua firma su un trattato che bandiva la guerra. Negli anni Trenta Roosevelt riponeva la sua fiducia nei patti di non aggressione e chiedeva soltanto che Hitler permettesse di non attaccare i paesi elencati in un suo documento. Persino dopo la conferenza di Yalta del 1945, un Roosevelt ormai sull’orlo della tomba proclamava «la fine del sistema dell’azione unilaterale, delle alleanze esclusive, delle sfere di influenza, dell’equilibrio di potenza»: al loro posto sarebbe subentrata «un’organizzazione universale alla quale potranno finalmente partecipare tutte le nazioni amanti della pace … una struttura di pace permanente». Ma anche Roosevelt non credeva più in fondo a questa possibilità. Dopo Monaco e Pearl Harbor e poi, dopo un’ondata passeggera di rinnovato idealismo, con il tuffo nella guerra fredda, il principio guida della strategia americana è diventato «la logica della forza» di cui scriveva Kennan. Acheson parlava di organizzare «situazioni di forza» in tutto il globo. «La lezione di Monaco» ha finito per dominare il pensiero strategico americano, e benché soppiantata per un breve periodo dalla «lezione del Vietnam», essa resta tuttora il paradigma dominante. Pur essendoci ancora fra le élite una piccola frazione che aspira alla «governance globale» e rifiuta l’uso della forza, gli americani, da Madeleine Albright a Donald Rumsfeld, da Brent Scowcroft a Anthony Lake, non hanno dimenticato Monaco, almeno come metafora. E per le generazioni più giovani, che non rammentano né Monaco né Pearl Harbor, ora c’è l’11 settembre. Una delle cose che separa più nettamente europei ed americani è il disaccordo filosofico, se non metafisico, su quale sia esattamente il punto in cui si situa oggi l’umanità nel continuum fra le leggi della giungla e le leggi della ragione. Gli americani non credono che la realizzazione del sogno kantiano sia così vicina come pensano gli europei. (p. 102)

  4. Eva Riannod / Aug 19 2009 10:26 AM

    Gli Stati Uniti si propongono di difendere e favorire un ordine internazionale liberale. Ma l’unico ordine internazionale liberale, stabile e duraturo, che essi riescono a concepire è un ordine che abbia al suo centro l’America. E non riescono neppure a concepire un ordine internazionale che non sia difeso dalla forza militare, e più precisamente, da quella americana. Se di arroganza si tratta, per lo meno non è un’arroganza nuova. Henry Kissinger chiese un giorno al vecchio Harry Truman per che cosa gli sarebbe piaciuto essere ricordato. E la risposta che ottenne fu: «Abbiamo sconfitto completamente i nostri nemici e li abbiamo costretti ad arrendersi. E poi li abbiamo aiutati a riprendersi, a diventare democratici e a reinserirsi nella comunità delle nazioni. Soltanto l’America avrebbe potuto far questo».

    Anche i realisti americani più pragmatici si sono lasciati prendere dal sentimentalismo nel contemplare quella che un giorno Reinhold Niebuhr ha definito «la responsabilità» americana «di risolvere … i problemi del mondo». Mentre concepiva la sua dottrina del contenimento – prevedendo che sarebbe stata una strategia molto difficile da attuare per una democrazia – George Kennan vi vedeva tuttavia «il banco di prova del valore complessivo degli Stati Uniti come nazione fra le nazioni». E arrivava a dire che gli americani dovevano essere «grati alla Provvidenza che, sottoponendoli a questa sfida implacabile, ha fatto dipendere l’intera sicurezza della nazione dal loro autocontrollo e dall’accettazione delle responsabilità connesse alla leadership morale e politica che la storia intendeva chiaramente porre sulle loro spalle».

    Gli americani sono idealisti. In alcuni casi lo sono più degli europei. Solo che non conoscono altro modo per promuovere gli ideali se non con la forza. Non hanno alle spalle nessuna esperienza positiva di governo sovranazionale e c’è ben poco nella storia che li spinga a riporre la fiducia nel diritto e nelle istituzioni internazionali, per quanto possano desiderarlo, e ancora meno che possa convincerli a seguire gli europei nel ripudio della potenza militare. Gli americani, da bravi figli dell’Illuminismo, credono ancora nella perfettibilità dell’uomo e non hanno perso la speranza nella perfettibilità del mondo. Ma restano realisti limitatamente al fatto di credere ancora nella necessità della forza in un mondo tutt’altro che perfetto. Quel poco o quel tanto di diritto che regola i comportamenti internazionali, ne sono convinti, esiste perché una potenza come gli Stati Uniti lo difende con la forza delle armi. Gli americani, insomma, proprio come dicono gli europei, a volte si vedono ancora come nei panni degli eroi, come Gary Cooper in Mezzogiorno di fuoco: difenderanno la città dai banditi, che i suoi abitanti lo vogliano o meno. (pp. 106-107)

  5. Eva Termin / Aug 19 2009 10:27 AM

    Il divorzio strategico fra l’Europa e gli Stati Uniti spaventa quanti fra noi sono cresciuti nell’era della guerra fredda. Di fronte alla visione rooseveltiana di un mondo in cui l’Europa sarebbe stata irrilevante, De Gaulle provò un moto di orrore e dichiarò che così si «rischiava di mettere in pericolo il mondo occidentale». Considerando l’Europa «una questione secondaria» come suggeriva Roosevelt, l’America, chiese il generale, non avrebbe «indebolito proprio la causa che si proponeva di difendere, vale a dire quella della civiltà?». L’Europa occidentale era essenziale per l’Occidente. Niente poteva sostituire il valore, il potere, l’esempio luminoso dei popoli antichi». Il discorso, naturalmente, «valeva in particolare per la Francia». Ma, a parte l’amour-propre francese, non c’era qualcosa di vero nelle parole di De Gaulle? Se gli Stati Uniti dovessero concludere che l’Europa è soltanto una seccatura insignificante, la società americana non si disancorerebbe lentamente da quello che ora si chiama «Occidente»? E’ un rischio da non prendere alla leggera, né di qua, né di là dell’Atlantico. (pp. 113-114)

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