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Thursday, 27 August , 2009 / ermes

I tartassati


“…la storia insegna che dal debito si esce o con l’inflazione o con la cresci­ta. Nessun Paese è mai riu­scito a ridurre il suo debi­to con più tasse e bassa crescita. Noi l’inflazione (fortunatamente) non la possiamo più fare, quindi non ci resta che crescere”. Più chiaro di così…

I tartassatiQuelle tasse sui salari

di Francesco Giavazzi, Corriere della Sera, 27.08.09

Nel suo primo di­scorso politico, il 6 febbraio 1994, presentan­do il programma di Forza Italia, Berlusconi disse: «Noi vogliamo un’Italia con meno tasse. Proporre­mo la riduzione delle ali­quote fiscali, perché sia­mo convinti che aliquote più giuste siano un incen­tivo al lavoro, all’investi­mento, al rischio d’impre­sa, e soprattutto un gran­de disincentivo all’evasio­ne ». Sette anni dopo, nel Contratto con gli italiani, prometteva tre sole aliquo­te: zero, 23 e 33%.

Dal 1994 la pressione fi­scale (e cioè il totale delle tasse che famiglie e impre­se pagano alle varie ammi­nistrazioni pubbliche, e calcolata dall’Ocse in mo­do omogeneo per tutti i Paesi) è cresciuta di oltre 3 punti. Nello stesso perio­do in Germania è scesa di un punto, mentre in Fran­cia è salita, ma meno di un punto (0,7). Il livello della pressione fiscale ita­liana (oltre il 43%) è oggi simile a quello francese, ma 7 punti superiore a quello tedesco. Ci supera­no solo i Paesi scandinavi, di circa 5 punti (negli Stati Uniti la pressione è infe­riore al 30%). Ma in Italia la pressione «ufficiale» non è un buon indicatore del peso del fi­sco perché è commisurata a un Pil che include una stima dell’economia som­mersa, che le tasse non le paga. Questo significa che la pressione fiscale effetti­vamente subita da chi non evade è maggiore di quel­la ufficiale, di circa 11 pun­ti. In Italia chi non evade paga più tasse che in Sve­zia, il Paese dell’Ocse in cui il fisco è più esoso, e la differenza non è piccola, circa 6 punti in più.

Sul lavoro dipendente, dove non si evade e quin­di i dati ufficiali sono più attendibili, tra il 2000 e og­gi (i dati Ocse non sono di­sponibili prima del 2000) il carico fiscale è cambiato in modo diverso per diver­si lavoratori. Un dipenden­te che percepisce lo sti­pendio italiano medio (26.200 euro lordi l’anno) sta un po’ meglio: la sua aliquota marginale è scesa di un punto e mezzo. Ma un dipendente il cui sala­rio è del 30% superiore a quello medio (quindi la gran parte dei lavoratori del Nord, dove i salari lor­di sono più alti) ha subito una vera stangata: un au­mento dell’aliquota di qua­si 8 punti, dal 40 al 49% (questi dati si riferiscono all’aliquota marginale di un lavoratore senza fami­liari a carico).

A meno di una svolta nella politica economica del governo (che non c’è nel Dpef scritto dal mini­stro dell’Economia, ma si intravede nella proposta del ministro Sacconi di de­tassare un’ampia parte dei prossimi rinnovi contrat­tuali), il ventennio di Ber­lusconi si chiuderà con una pressione fiscale più alta del giorno in cui egli scese in campo. La bassa crescita di questo venten­nio (circa un punto in me­no del resto d’Europa) ri­flette anche l’incapacità dei vari governi che si so­no succeduti, anche quelli guidati da Berlusconi, di ridurre il peso del fisco. Un insuccesso che non possiamo giustificare con il livello del debito pubbli­co ereditato dagli anni ’80: la storia insegna che dal debito si esce o con l’inflazione o con la cresci­ta. Nessun Paese è mai riu­scito a ridurre il suo debi­to con più tasse e bassa crescita. Noi l’inflazione (fortunatamente) non la possiamo più fare, quindi non ci resta che crescere. Il modo per riprendere la crescita lo aveva intui­to Berlusconi 15 anni fa: una riforma coraggiosa del fisco.

3 Comments

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  1. Eva Approfond / Aug 27 2009 4:28 PM

    Ultimo venne il corvo.

  2. Eva Specializz / Dec 12 2011 1:20 AM

    Smilitarizziamola, piuttosto.

  3. Eva Calcol / Aug 21 2012 11:22 AM

    Lavoro e Pil, tutti i ritardi dell’Italia: Federico Fubini ieri sul Corsera

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