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Wednesday, 16 December , 2009 / Iperione

“[…]man mano che si procede verso l’unanimità[…]”


[…] Io sono venuto qui soltanto per raccontare una mia recente esperienza, per esporre un esempio di diffamazione nel senso in cui compromissione, compromessi e unanimità, cui necessariamente corrisponde l’emarginazione, la configurano per il futuro. Questa mia esperienza è stata fatta su questo libro pubblicato: “L’Affaire Moro”. Certamente sono state usate armi contro questo piccolo libro che non hanno niente a che fare con la critica e che molto hanno a che fare con la diffamazione. Il 14 ottobre, per esempio, l’ANSA diffondeva questo comunicato: “L’ultimo pamphlet di Leonardo Sciascia, “L’Affaire Moro”, è appena uscito e già è circondato da un’atmosfera di giallo. Il libro pubblicato dall’editore Sellerio di Palermo, era stato annunciato di 250 pagine e del costo di lire 5.000, è uscito invece articolaro in 148 pagine e al costo di 3.500. L’annotazione più sorprendente è che il libro è presentato come seconda edizione pur non essendo mai circolata la prima. Il volume, comparso soltanto oggi nelle librerie, ha trovato subito in mercato favorevolissimo”. […]

Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 25)

  • a cura di Valter Vecellio

Sciascia riassume i termini della lunga aggressione cha ha dovuto patire nella breve, eppur densa comunicazione a un convegno su “Diffamazione come mezzo di lotta culturale e politica” del dicembre 1978. Eccone il passaggio centrale:

“…la diffamazione, quella che la legge definisce come reato di diffamazione, è non solo l’arma abituale dei forti contro i deboli, ma p anche sporadicamente, e comportando più rischio, l’arma dei più deboli contro i forti. Voglio dire che all’endemica e sempre trionfante prepotenza dei forti, alla menzogna dei forti, qualche volta capita che i deboli imprudentemente, rischiosamente, rispondano con la stessa arma. La stessa, si capisce, rispetto al codice, soltanto rispetto al codice, poiché si impone qui una distinzione: che i forti possono con sicurezza usare la menzogna, mentre il debole ha solo un esiguo margine di difesa o di illusione di difesa, ed è la verità. Per dirla più chiaramente, più banalmente, in questo nostro Paese non è possibile a un uomo onesto mettersi astrattamente contro il reato di diffamazione, ritenerlo sempre e comunque un reato da punire duramente; ma deve ogni volta, l’uomo onesto, caso per caso, valutarne la sua sostanza e gli accidenti, farsene opinione e giudizio nella sua particolarità al di là delle leggi che lo contemplano e dei tribunali che lo giudicano. E questo è tanto più vero oggi che sembra si sia arrivati al punto che le leggi relative all’ingiuria, alla diffamazione, alla calunnia, si possono quasi considerare cadute in desuetudine per i forti e ancora vigenti per i deboli. So di esprimermi impropriamente e specialmente trovandomi a parlare davanti a dei tecnici di diritto, ma credo che una discussione sul reato di diffamazione, su come lo si vorrebbe definito e punito, non può prescindere da una visione del problema dell’emarginazione, quale viene configurandosi nella non-società italiana. E ben visibile il fatto che la vita politica italiana è dominata da una sola tensione che è di fatto negazione della politica: la ricerca dell’unanimità, dell’unanimismo. Già una non-società fatta di consorterie, corporazioni, parte e partiti forti e privilegiati era sufficientemente preoccupante, ma aveva il suo punto debole, almeno, dal nostro punto di vista rassicurante, nell’essere come centrifugata, invertebrata; ma una non-società che viene vertebrandosi nella compromissione, nel compromesso e procede verso la unanimità, è assolutamente preoccupante. Ma questa è soltanto una piccola e imprecisa digressione.

Io sono venuto qui soltanto per raccontare una mia recente esperienza, per esporre un esempio di diffamazione nel senso in cui compromissione, compromessi e unanimità, cui necessariamente corrisponde l’emarginazione, la configurano per il futuro. Questa mia esperienza è stata fatta su questo libro pubblicato: “L’Affaire Moro”. Certamente sono state usate armi contro questo piccolo libro che non hanno niente a che fare con la critica e che molto hanno a che fare con la diffamazione. Il 14 ottobre, per esempio, l’ANSA diffondeva questo comunicato: “L’ultimo pamphlet di Leonardo Sciascia, “L’Affaire Moro”, è appena uscito e già è circondato da un’atmosfera di giallo. Il libro pubblicato dall’editore Sellerio di Palermo, era stato annunciato di 250 pagine e del costo di lire 5.000, è uscito invece articolaro in 148 pagine e al costo di 3.500. L’annotazione più sorprendente è che il libro è presentato come seconda edizione pur non essendo mai circolata la prima. Il volume, comparso soltanto oggi nelle librerie, ha trovato subito in mercato favorevolissimo”. Ora, l’annuncio fa davvero pensare che l’editore abbia dichiarato che questo libro era di 250 pagine e sarebbe costato 5.000 lire. Questo annuncio non è mai stato fatto, nel modo più assoluto, il libro è stato scritto così come è stato pubblicato; da dove possa essere venuta fuori questa notizia, non si può capire, ma ogni modo è data come a far capire che proviene dall’editore. Tra l’altro io non ho mai scritto libri di 250 pagine, la mia misura non va mai al di là delle 150 pagine, quindi si voleva adombrare non so che censura, che autocensura, che interventi che non esistevano affatto. Questo comunicato ANSA, nonostante la smentita lo stesso giorno dell’editore, non ha trovato la più ampia diffusione nei giornali, Bisogna poi dire della prima e della seconda edizione: l’editore, che è un editore piccolo, anche se raffinato come si suol dire, come dicono sempre i giornali, piccolo ma raffinato, l’editore ha delle strutture che gli permettono di tirare fuori dei libri in quattro, cinquemila copie al massimo, questa volta hanno previsto di tirarne 40.000, l’aveva affidato a una tipografia che tirava 1.000 copie al giorno. A un certo punto, dalle richieste delle Messaggerie, si sono accorti che 40.000 copie non bastavano. E allora hanno affidato a un’altra tipografia la stampa di altre migliaia di copie, mettendola come seconda edizione, poiché veniva dieci giorni dopo la prima, press’a poco. Comunque questo comunicato sul giallo inesistente su questo libro, venne ripreso da quasi tutti i giornali con titoli come questo: “Il libro di Sciascia esce e va a ruba, ma si tinge di giallo”. “A pagine ridotte il libro di Sciascia”. “Piccolo giallo pubblicitario”, tra parentesi: “Sciascia ha tagliato 102 pagine al pamphlet sul caso Moro”. “Forti tagli al libro di Sciascia su Moro”. “L’Affaire Moro” di Sciascia è uscito, ma c’è un giallo”, e così via titoli di questo genere.

Poi tutto quello che è uscito sui giornali e che sarebbe veramente da studiare, da analizzare, ma si trovano cose di questo genere per esempio in una critica che dovrebbe essere una critica letteraria: “Sciascia non fa il nome di un altro statolatro, Sandro Pertini, forse per omissione dovuta al fatto che nel frattempo Pertini è diventato presidente della Repubblica”, questa è un’insinuazione curiosa, stranissima, perché io non faccio l’elenco degli statolatri, anzi nel libro credo che non ci sia nemmeno una volta il nome di Berlinguer, per esempio, perché ci dovesse essere il nome di Pertini, non lo capisco. Ecco, poi c’è un’altra domanda, fatta sotto forma di domanda che invece è affermazione formulata con un certo scrupolo, con una certa eleganza, da un critico che credo sarà intervenuto, dovrà intervenire in questo convegno anche, dice: “Resta infine senza una risposta esauriente la domanda: che cosa oltre alla pietà e allo sdegno ha spinto Sciascia a scrivere “L’Affaire Moro”?”. Curiosa domanda, perché la pietà da sola basterebbe a far scrivere un libro, e anche lo sdegno; tutti e due insieme, basterebbero a far scrivere libri per tutta la vita; se un recensore si domanda perché scrivo un libro oltre la pietà e lo sdegno, la risposta di chi legge la recensione creso che sia quella…Naturalmente quasi tutti hanno ignorato il fatto che i diritti di questo libro vadano all’Università di Palermo per una ricerca sul comportamento della stampa italiana durante il caso Moro, e parla di un battage di lancio editoriale eccezionale. Ma figuriamoci, il lancio editoriale non è esistito per niente, tutto si è svolto così: io me ne stavo in campagna a trenta chilometri da Palermo, venivano dei giornalisti, e io, siccome quello era il loro lavoro,mi ritenevo quasi in dovere di fare con loro l’intervista, di dare loro il pezzo che mi chiedevano, l’editore non c’entrava per niente, né poteva entrarci. Questo recensore, per esempio, conclude così: “Se l’esito economico dell’operazione “Affaire Moro” fosse, come certo sarà, dei migliori, chissà che non venga in mente di devolvere almeno una parte dei proventi di questo affare agli eredi delle vittime di via Fani, i più bisognosi!”, con punto esclamativo. E poi si arriva a questa cretineria che per ora è usata sempre in senso diffamatorio; dice: “Il libro ha un’ambiguità estremamente irritante; concorre anche la veste tipografica, curata dall’editore Sellerio, con rara eleganza, la copertina con l’acquaforte di Fabrizio Clerici, carta pesante, testo spaziato, pulito, prezzo però abbordabilissimo!”, con punto esclamativo, come se il libro fosse stato finanziato dalla CIA o dal KGB. Non si capisce che cosa si vuole insinuare. Ecco, io ho voluto raccontarlo per accenni, ma a leggere tutto quello che si è scritto diventa un divertimento abbastanza drammatico, tragico direi.

Ho voluto raccontarvi questa esperienza. Questa è la diffamazione, io penso che sia una diffamazione, di cui sono stato oggetto per questo libro e naturalmente tutto ciò è dovuto al fatto che questo libro ha fatto una certa paura e allora credo che casi simili possano succedere e succederanno sempre più man mano che si procede verso l’unnimità”.

25) Segue.

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