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Thursday, 22 April , 2010 / ermes

Colloquia


E’ già tempo che, a fronte della mediocrità imperante d’intorno, delle superstizioni che affollano le menti, del silenzio dei correi e del passato che passa e non più torna, mi convinco dell’importanza di riandare ai maestri, di piegare la lente a ripescare gli artefici delle libertà che sì tanto si deturpano, dopo conquiste che necessitarono le vite di molti, le morti di tanti.

E’ già tempo che il dolore volge ormai al desìo, è carico di frutti il silenzio… e la cetra pretende le sue corde di inaudito canto, scioglie in versi il poeta la sua solitudine e presenza. Circonda tutto, circonda tutti una povera, miserrima stirpe di automi, in coro anelanti catene, contenti delle ali recise, mascherati e deturpati dal morbo deforme, quello del quotidiano.

Non un volo, non un afflato, solo ansie, stanche galere che solcano i mari di sudore della massa incolta, che s’accresce, si estende, divora i raccolti, macina pietre e poi si perde, e poi si pente. Di qui, l’ammutinato osservatore che vorrebbe sfuggire l’avorio, le torri, le effigi – piombarsi nel gioco degli affetti, che però più non sono, rifuggono, fingono di non essere.

Non uno scambio, non un commercio d’idee, solo opinioni, putrefatte stanze ove si rimestano e rigovernano acque usate, acque ferrose, solite, ormai dure come la ghisa. Si cercava il tepore, l’abbraccio – si regalò l’impazienza, la fretta, tutto concorse a lividare gli orizzonti, a spengere i lumi delle feste, a incipriare nasi e gote, gotte e frogi.

Un tempo fu il Valla a svegliare da secoli di interminato squallore. Poi toccò ad Erasmo, che ne ammirò la mente sgombra, il rigore di analisi, la rettitudine morale. Partecipò la sua penna del di lui esercizio, tenzone, stile. Giacché allo stile del grande italiano ambì, allorché cominciò a discutere, a confondere, ad educare alla padronanza del latinorum, alla padronanza di sé.

Un tempo die’ scandalo ai troni e a’ superbi quel pretuncolo, dicendo e non dicendo, accusando e accarezzando altrui, e persino parlando male d’ebbri ed hebrei, come poi Voltaire… Entrambi per maggiore amore dell’umanità, entrambi errando e non conoscendo, non volendo – presuntuosi quali furono – dei drammi che pure avrebbero in parvissima parte concorso a creare.

Come Giano guardò indietro e sfidò i posteri, raccolse l’oro smarrito per le strade che portarono all’inferno, in terra. Seppe riaprire i vasi, resuscitò le anime dai canopi spenti, e fu danza di colori, fluire di suoni e sinestesie d’argento. Forse spaventò se stesso, forse come Galilei fermossi sul ciglio del baratro e visse ancora qualche anno, forse pregando, forse maledicendo.

Come Trimegisto svaporò i metalli, piegò la supponenza e restò di sasso, beffardo e malinconico, all’udire un Venerdì Santo, a Roma… oh mefitica Roma, un loquace predicatore di corte paragonare il sempiterno Giove al morituro Giulio, quello delle tauromachie, il papa che il Buonarroti non seppe se non deridere per l’eternità. Sorrise alle umane genti, ai fiori, alle culture. Berciò le volte, le celesti.

E di dialogo in dialogo, corruttore dei pargoli, profittò (de) il Manuzio, insinuò il Cervantes, scaldò il Paleario, che ne avrebbe buscate… Ricordò che la scuola in greco è ozio ed in latino perfino gioco… Rinominò in patto scritto il testamento nuovo, in istrumento, ereticando con facezia. Del più grande degli uomini disse: “Sancte Socrates, ora pro nobis”.

E di dialogo in dialogo, l’universo mondo controvertì, ogne suo angolo contaminando: ma non la santissima Ispagna, paese di confine e sozzure, non l’amara Italia, pelle di zigrino riversa di liquami e sciatta. Da noi non giunse per secoli il suo amabile conversare, i suoi Colloquia non furono giammai tradotti… se non ora, signori: ecco il teatro, ecco l’assurdo della riarsa mia terra.

Bruciata dal sole, bruciata dall’uomo, è terra di vergogna e insipienza, ove è preferibile tacere e nulla pensare. Solo ora appaiono tradotte per intiero le sue conversazioni, rese di fatto notturne. Si conta un’ultima edizione venetiana del ‘554, un paio di dialoghi a Livorno nel 1882-83, quasi come messaggi in bottiglia arenati sulla costa della lingua del divin commediografo.

Bruciata dal sole, bruciata dall’uomo questa terra disperata. Nuova selezione di colloqui – quasi sassi acciottolati in un pugno – nel Novecento (stampe e ristampe solo nel ’59, nel ’67 e infine nel 2000). Tutto qui, tutto allora. Oggi per ventura, per fortuna, recupero dalle Pleiadi e qui rilancio un classico del pensiero finalmente nella mia lingua, un gioiello screziato nel ‘518 e ora finalmente in-forme nella favella dei miei padri.

Dal Dialogo fra un corteggiatore e una fanciulla

M. …ma dicono che la castità è una cosa graditissima a Dio.

P. E io voglio sposare una ragazza casta per vivere castamente con lei. La nostra sarà un’unione più degli animi che dei corpi. Faremo figli per la società e per Cristo. Quanto si allontanerà un matrimonio così dalla verginità? E forse a un certo punto vivremo insieme come Giuseppe visse con Maria. Ma nel frattempo impareremo a essere vergini. Non si arriva infatti subito alla vetta.

M. Cosa sento? La verginità deve essere violata perché la si impari?

P. Perché no? Allo stesso modo che bevendo sempre meno vino si impara a diventare astemi. Chi ti sembra più temperante, chi si trova in mezzo all’abbondanza e se ne astiene, o chi si allontana dalle cose che inducono all’intemperanza?

M. Penso che sia più saldamente temperante colui che di fronte all’abbondanza non si lascia corrompere.

P. E chi va lodato per la sua castità, quello che si castra con le sue mani, o quello che si astiene dal sesso con tutte le membra sane?

M. Secondo me, andrebbe lodato il secondo. Il primo è un pazzo.

P. Ma forse che quelli che, legandosi con un voto, rinnegano il matrimonio non si castrano, in un certo senso, con le loro mani?

M. Proprio così.

P. E allora la virtù non è non avere rapporti sessuali.

M. No?

P. Prendila così. Se non avere rapporti sessuali fosse una virtù di per sé, averne sarebbe un vizio. Ora, può capitare che non avere rapporti sessuali sia un vizio, ed averne una virtù.

(Erasmo da Rotterdam, Colloquia, Milano: Mondadori – I Classici del pensiero, 2008, p. 457. Come già in edizione per i tipi Einaudi – Biblioteca della Pléiade, Torino, 2002)

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