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Monday, 23 August , 2010 / ermes

“Bordeaux e Borgogna a Edimburgo??”


“Sempre Adam Smith aveva concesso che in Scozia c’erano tutte le condizioni per cominciare a coltivare dell’ottima uva – spendendo trenta volte tanto quanto costava produrre vino in Francia. «Sarebbe ragionevole una legge che proibisse l’importazione di tutti i vini stranieri, solamente per incoraggiare la produzione di Bordeaux e Borgogna a Edimburgo?».

“Questo era il vento che Richard Cobden si sentiva soffiare nelle vele”.

L’uomo che lottò (e vinse) per abolire il protezionismo inglese

Alberto Mingardi, Il Sole 24 Ore, 21 agosto 2010

Anima della Lega che fece eliminare i dazi sul grano, coagulò il consenso popolare su una battaglia liberista

Sappiamo cos’andrebbe fatto, ma non sapremmo come farci rieleggere una volta fattolo. La frase scappò di bocca al premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, ma la fotografia calza a pennello al nostro paese, come a tante altre democrazie del mondo. C’è una specie di fosso che si è scavato fra la politica democratica e l’elaborazione di soluzioni per sgomitare fuori dalla crisi dello stato sociale che, in un modo o nell’altro, segna gli scorsi vent’anni.

Da una parte stanno quelli con i voti, dall’altra quelli con le idee. E il problema non è solo italiano, non è roba di leader, di partiti carismatici anchilosati, di élite intellettuali autoreferenziali e rattrappite. È una questione grande e ubiqua. Mobilitare i molti, a vantaggio di proposte e non solo con slogan e appelli emotivi.

In questo senso, pochi svettano nella storia come Richard Cobden. Come ebbe a scrivere il suo biografo John Morley, Cobden fu una personalità unica «per la sua intrepida fede nella perfettibilità dell’uomo e della società». Per J.A. Hobson, «pochi grandi uomini pubblici in qualsiasi epoca e in qualsiasi paese hanno col proprio impegno personale contribuito così largamente al raggiungimento di una grande politica nazionale, come ha fatto Cobden col libero scambio».

A Manchester, nel 1838, Cobden partecipò – da principio, erano appena in otto – alla fondazione della Anti-Corn Law League. In Inghilterra, il commercio del grano era regolato dallo stato sin dal XII secolo, ma sono le Corn Laws del 1815 a essere passate alla storia come simbolo del protezionismo.

Grazie a esse, i prezzi dei prodotti cerealicoli rimanevano elevati come al tempo del blocco commerciale cui l’Inghilterra era stata sottoposta durante le guerre napoleoniche: le Corn Laws proibivano le importazioni fintanto che il prezzo domestico non avesse raggiunto i due penny a libbra. In un’epoca in cui un salariato percepiva in media dieci scellini a settimana, questo significava che doveva spendere uno scellino solo per una pagnotta. A beneficiarne era essenzialmente l’aristocrazia terriera.

Nato in una fattoria del Sussex nel 1804, secondo di undici fratelli, Cobden seppe fare di un principio economico una battaglia politica. Di origini modeste, prima del 1838 era riuscito a farsi da sé come industriale del cotone. Quando la passione politica prese il sopravvento, Cobden finì per rendere più ricchi gli inglesi e impoverire se stesso.

Educatosi da sé, Cobden aveva ben chiare le lezioni di Adam Smith sul “sistema della libertà naturale”. In assenza di restrizioni allo scambio, aveva letto nella Ricchezza delle nazioni, «il semplice e chiaro sistema della libertà naturale si stabilisce spontaneamente da solo. Ognuno, nella misura in cui non viola le leggi della giustizia, è lasciato perfettamente libero di perseguire il suo interesse a modo suo. Il sovrano è lasciato completamente libero da un dovere per cui mai la saggezza o la conoscenza umana sarebbero necessarie: il dovere di sovrintendere all’industriosità dei singoli, e di dirigerla verso impieghi che siano i più opportuni per l’interesse della società».

Quest’idea di libertà doveva esser però veicolata verso un obiettivo opportuno e raggiungibile, doveva innervarsi in un tessuto di interessi e bisogni, per non restare accademia. L’abolizione delle Corn Laws. Esse erano, almeno in parte, non tanto il risultato di idee economiche erronee quanto il prodotto di un sistema politico sbilanciato, nel quale si riaffermava la preminenza dell’aristocrazia a scapito della borghesia industriale e delle classi medie.

Cobden, spiega Hobson, «credeva fortemente che le classi medie fossero il primo degli strumenti del progresso politico e sociale, e perciò più potere avevano e meglio era». Infatti, «la loro prosperità avrebbe avuto immediatamente un riflesso su quella del loro prossimo, si trattasse dei loro impiegati, della loro nazione, oppure – attraverso il libero scambio e le comunicazioni a lunga distanza – del mondo intero». Per Cobden, l’apertura degli scambi era uno strumento per rendere vieppiù interdipendenti l’uno dall’altro tutti i paesi del mondo. Creando relazioni economiche stabili e durature, si sarebbero alzati i “costi della guerra”. Più le nazioni fossero state collegate e dipendenti l’una dall’altra, più avrebbero avuto da perdere sfidandosi in nome di qualche progetto di conquista.

Sempre Adam Smith aveva concesso che in Scozia c’erano tutte le condizioni per cominciare a coltivare dell’ottima uva – spendendo trenta volte tanto quanto costava produrre vino in Francia. «Sarebbe ragionevole una legge che proibisse l’importazione di tutti i vini stranieri, solamente per incoraggiare la produzione di Bordeaux e Borgogna a Edimburgo?».

Questo era il vento che Richard Cobden si sentiva soffiare nelle vele. Le grandi verità della scienza economica. La loro forza non solo nel dissodare antichi privilegi, ma anche nel mettere in dubbio la legittimità politica dell’imperialismo britannico. Cobden fu davvero un international man, curioso del resto del mondo e per questo convinto che la Gran Bretagna dovesse improntare le proprie relazioni con altri paesi al rifiuto dell’aggressione e alla costruzione di una pace stabile.

Ma non era un pacifista velleitario. Credeva che sarebbe stato il libero gioco degli interessi, la partecipazione di tutti alla divisione internazionale del lavoro, a far sì che la guerra non apparisse più “conveniente” a nessuno.

Cobden era uomo di molte monogamie. Legatissimo alla moglie Kate, di nove anni più giovane e corteggiata quando già lui aveva 36 anni, ma col garbo e la timidezza di un adolescente, improntò il suo movimento a un principio solo. La missione della Lega era una: liberare lo scambio. In parte fu una scelta tattica: già allora, la Lega doveva competere per l’attenzione del pubblico con movimenti di altro genere, tra cui il Cartismo, che avevano un obiettivo più esplicitamente politico, l’allargamento del suffragio.

Ma Cobden non voleva costruire consenso ammassando proposte e opinioni, ambiva a riunire dietro di sé interessi i più differenziati e vari possibili (la Lega tentò perfino un’operazione di radicamento nelle campagne, sfumata per l’opposizione dei proprietari terrieri) che trovassero un unico punto di convergenza. Saltato il tappo del protezionismo, non si sarebbe certo chiuso il percorso delle riforme: ma la strada sarebbe stata in discesa. Anche per la riforma elettorale.

È così che il “libero scambio” divenne una bandiera politica, di cui si appropriarono anche le classi popolari. L’azione della Lega univa anziché dividere: e sulla scia nacquero gruppi e gruppuscoli, gli operai per il libero scambio, le donne per il libero scambio… Fu un miracolo: la Lega trasformò i “consumatori”, uniti dall’essere tali, in un soggetto politico.

In più, c’era una questione di metodo. Chi crede nella libertà e vuole fare politica deve ricorrere al metodo dell’abrogazione: il suo mestiere è rimuovere ostacoli, abolire leggi, liberare dal presidio pubblico quanti più territori possibile, nell’economia e nella società. Questo signore di Manchester riuscì in quella che in politica è la più titanica delle imprese: vincere, e rimanere fedele a se stesso.

Deputato di Stockport dal 1841, Cobden per la Lega fece di tutto. Scrisse pamphlet, s’improvvisò editore, entrò in Parlamento. Ne era uno dei leader, col quacquero John Bright e con George Wilson, che del movimento era l’anima amministrativa. Bright rappresentava una larga fetta del popolo della Lega, composta da “non-conformisti”. Proprio la sofferenza e gli abusi subiti per via della Chiesa d’Inghilterra avevano radicato nei non-conformisti una profonda diffidenza nei confronti dello stato.

Cobden era un oratore accorto, e pare sia stato l’unico a mettere a tacere, con un discorso ai comuni nel 1845, il premier Robert Peel. Fu proprio Peel, l’anno successivo, anche sull’onda dell’emozione e della paura per la grande carestia irlandese, ad abolire le Corn Laws. Nel farlo, il primo ministro Tory non ebbe paura di riconoscere l’influenza del rivale.

La vittoria politica lasciò Cobden in bancarotta, disinteressato come si era della sua azienda. Negli ultimi anni si dedicò invece a questioni di politica internazionale, fondò il quotidiano pacifista Morning Star, fece lunghi viaggi in Europa. Sopravvisse al dolore della morte di un figlio rimanendone inevitabilmente segnato.

Per capire chi era davvero, per capire per che cosa lottava, vale la pena citare un suo discorso del gennaio 1846. Quando sapeva di essere sul punto di raggiungere il successo della vita. In un’assemblea a Manchester, chiese che tutti i membri della Lega, sul punto di vincere la loro battaglia sui dazi sul grano, si impegnassero «come commercianti e come industriali, a non chiedere mai qualsiasi genere di protezione per i prodotti manifatturieri di questo paese, e per abolire qualsiasi dazio protettivo contro tali importazioni». Ecco chi era Richard Cobden.

2 Comments

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  1. Eva Inquadr / Jan 3 2011 3:56 PM

    Luigi Zingales, Quanta voglia di protezionismo, L’Espresso – 06.01.10

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  1. Pulpiti e prediche « Abeona forum

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