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Thursday, 16 December , 2010 / ermes

Come una trottola nell’universo…


Ripropongo di seguito il primo capitolo di un godibilissimo e documentatissimo libello di Armando Massarenti, Il filosofo tascabile (Parma, 2009 – pp. 15-19). Sottotitolo: Dai Presocratici a Wittgenstein. 44 ritratti per una storia del pensiero in miniatura… Mai pinacoteca fu più espressiva e divertente!

In volo con Anassimandro

Di solito le storie della filosofia cominciano con Talete. Questa però non è una storia, ma una galleria di micro ritratti di grandi filosofi, che peraltro potrebbe anche non essere ordinata in senso cronologico, e che parte, per nostra insindacabile decisione, da Anassimandro.

Perché proprio lui? Perché è quello che ci permette di togliere un po’ di retorica a certe fumose trattazioni sui cosiddetti presocratici, insieme composito di filosofi che, avendo lasciato solo “frammenti”, si possono tirare per la giacchetta un po’ come si vuole, magari rendendoli più oscuri e misteriosi di quel che sono, e confondendoli con la mentalità magico-religiosa dalla quale, da buoni “naturalisti”, per lo più si volevano emancipare. Appaiono, in queste storie, anche un po’ bizzarri. Uno dice che tutto è acqua e che i magneti hanno l’anima (Talete, il maestro di Anassimandro); un altro dice che tutto è aria (Anassimene), un altro ancora, Eraclito, detto l’”oscuro”, predilige il fuoco, finché arriva Empedocle che mette tutto insieme e presenta un mondo fatto di terra, aria, fuoco e acqua. Di Empedocle la leggenda narra che morì buttandosi nell’Etna per dimostrare che era un dio, ma, al di là dell’efficacia dell’immagine, chissà su quali evidenze potrà basarsi una prova del genere. Anassimandro (610/609-547/546 a.C.), con il suo ápeiron, l’infinito da cui tutti gli esseri avrebbero origine, fa parte della serie, ma è anche colui che ci fornisce il senso più preciso della rivoluzione culturale che quei primi filosofi misero in atto. Anche della sua vita si raccontano episodi insulsi. Diogene Laerzio dice che una volta, deriso da alcuni bambini mentre cantava, esclamò: “Bisognerà cantare meglio, per via dei bambini”. Tra coloro che hanno saputo cantare bene la lezione di Anassimandro, rendendola assai chiara e penetrante, c’è un fisico, Carlo Rovelli, che, grosso modo, ha messo le cose nei termini seguenti. Il Cielo sta sopra e la Terra sta sotto, giusto? Così si è sempre pensato. E lo vede anche un bambino. Il quale potrebbe chiedere: ma come fa la terra a non cascare? C’è qualcosa sotto che la sorregge? Potrebbe esserci, per esempio, altra terra. Oppure una grande tartaruga appoggiata su un elefante, o delle gigantesche colonne, come dice la Bibbia. Il problema è ben espresso nella seguente barzelletta. Due amici ingaggiano un dialogo filosofico: “Se Atlante regge il mondo sulle spalle, chi regge Atlante?” “Una tartaruga” “E chi regge la tartaruga?” “Un’altra tartaruga.” “E chi regge quest’altra tartaruga?” “Mio caro amico, è tutto tartarughe, fino in fondo!”

E’ facile sconfinare nella parodia e nel regresso all’infinito. Eppure questa immagine del mondo, fatto di terra e di cielo, con un sopra e un sotto, osserva Rovelli, “è condivisa dalle civiltà egiziana, cinese, maya, dell’antica India e dell’Africa nera, dagli Ebrei della Bibbia, dagli Indiani del Nord America, dagli antichi imperi di Babilonia e da tutte le culture di cui abbiamo traccia. Tutte eccetto una: la civiltà greca. Già nel periodo classico, per i Greci la Terra era un sasso che galleggia nello spazio senza cadere: sotto alla Terra non c’è altra terra all’infinito, né tartarughe, né colonne: c’è lo stesso cielo che vediamo sopra di noi. Come hanno fatto i Greci a comprendere presto che la Terra è sospesa sul nulla, e il cielo continua sotto i nostri piedi? Chi lo ha capito e come?”

Eccoci dunque al nostro eroe. Anassimandro ha ridisegnato profondamente la mappa del cosmo, sostituendo un cosmo fatto di cielo sopra e Terra sotto, con un cosmo aperto, fatto di una Terra che vola, circondata dal cielo. Una rivoluzione concettuale addirittura più profonda di quella di Copernico (e poi di Galileo, Newton, Einstein) che ha fatto volare questa terra dal centro del mondo a un’orbita che gira intorno al Sole. La rivoluzione moderna non sarebbe stata possibile senza quella di Anassimandro. Mentre Copernico si avvale di un immenso lavoro concettuale e osservativo svolto dagli astronomi alessandrini e arabi, Anassimandro “si appoggia solo sulle prime domande, sulle prime imprecise speculazioni di Talete, il suo concittadino e maestro, e sui suoi occhi con cui osservare il cielo. Nient’altro”. Su questa base così esigua egli compie quella che Karl Popper ha definito “una delle idee più audaci, delle più rivoluzionarie e delle più portentose scoperte dell’intera storia del pensiero umano”: la scoperta che la Terra vola in uno spazio aperto.

Se a qualcuno non è chiaro che questa scoperta, che a noi può apparire scontata, fa di Anassimandro un gigante del pensiero di tutti i tempi, pensi a come essa permetta di vedere in modo nuovo la geologia, la geografia, la biologia e la meteorologia. “Anassimandro di Mileto, l’allievo di Talete, ebbe per primo l’audacia di disegnare l’ecumene su una tavoletta” scriveva Agatemero. Ma soprattutto ebbe l’audacia di dubitare delle certezze dei suoi propri sensi e dei propri maestri, e di cercare un modo alternativo di vedere il mondo e le conoscenze acquisite. Da allora la conoscenza, la scienza, il pensiero, abbandonate le certezze del sapere mitico religioso, si abbeverano alla fonte del dubbio per compiere i loro più esaltanti passi avanti, in un processo critico e aperto, che non avrà mai fine. Con Anassimandro non è solo la nostra Terra che ha cominciato a volare, ma anche le nostre idee e la nostra intelligenza.

6 Comments

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  1. ermes / Dec 30 2010 10:36 AM

    Non ho resistito… di seguito il secondo capitolo…

    Opinioni di Parmenide

    Intorno alla metà degli anni Cinquanta Karl Popper incontrò Albert Einstein. Al culmine dell’animata discussione, si spazientì e apostrofò il fisico « Parmenide! ». Non era un complimento. Significava che Einstein si affidava a quella che Popper considerava la meno plausibile delle cosmologie. Popper quel giorno doveva essere più irritabile del solito. In realtà, poi, cambiò idea e si cimentò in un’interpretazione del pensiero di Parmenide, restituendo alle teorie del filosofo presocratico un ruolo fondamentale nello svolgimento della storia del pensiero filosofico di tutti i tempi.

    Parmenide (prima metà del secolo v a.C.) nacque a Elea, città dove svolse l’importante ruolo di legislatore e dove fondò la celebre scuola della quale fece parte Zenone. Anche Platone gli dedica un dialogo, nel quale si racconta di un viaggio del filosofo ad Atene e di una conversazione avuta con il giovanissimo
    Socrate. Del suo pensiero ci restano solo diciannove frammenti tratti dalla sua opera più importante, quel trattato Sulla natura che, come si usava, venne scritto in elegante poesia esametrica.

    Il poema racconta un viaggio immaginario dell’autore presso la sede della dea Diche (la Giustizia), laddove gli vengono mostrate le due vie della conoscenza umana: quella che conduce alla verità e quella che conduce all’apparenza. Gli assunti di Parmenide sono essenzialmente due: 1. L’essere è e non può non essere; 2. il non essere non è e non può essere. La verità, afferma il filosofo, è « rotonda » ed effettivamente il metodo razionale qui utilizzato, basato sulla logica della non-contraddizione, esprime una sua propria indiscutibile circolarità. E la prima volta che viene concettualizzato l’essere, per quanto non si dia una spiegazione razionale di ciò che esso effettivamente sia.

    L’esigenza comune a tutti i filosofi dell’antichità era quella di spiegare il principio (arché) dei mutamenti perenni cui è soggetta la natura, rintracciando un principio immobile da cui essi vengono generati. Per Parmenide, il mutamento non può esistere. Tutto ciò che ci appare come tale non è altro che frutto di un’illusione. La verità ultima è che nulla muta.

    Parmenide cerca di dimostrare con metodo razionale i suoi assunti, senza ricorrere alla parabola mitologica, com’era in uso nell’antichità. Che l’essere sia uno, immortale, immobile, indivisibile, che non esista il vuoto e dunque alcuna possibilità di mutamento, è tutto logicamente dimostrato. Il risultato è una visione del cosmo perfettamente sferica e finita che non è lontana da quella di Einstein: « Se prendessimo un binocolo e lo puntassimo nello spazio, vedremmo una linea curva chiusa all’infinito ». Cioè, alla fine dei conti, vedremmo una sfera finita.

    Ma non è proprio a questa idea parmenidea ed einsteiniana di un mondo immobile deterministico che si oppone il concetto popperiano di un universo probabilistico e aperto? Per Parmenide tutto è in sé immobile e immutabile. Se guardiamo la luna, ci sembra che muti, di fase in fase, nel corso di un mese di tempo. Ma si tratta solo di un’illusione fallace dei sensi e del gioco caduco dell’ombra e della luce. La luna, in realtà, resta sempre uguale a se stessa. Se solo assumiamo questa posizione concettuale, successivamente saremo in grado di scorgerla per intero, anche quando la sua forma luminosa ci si mostra diminuita a un semplice quarto.

    Poiché, inoltre, l’inganno è continuamente rinnovato dal fluire del tempo, anche lo scorrere stesso del tempo deve potere essere considerato un’apparenza vana e illusoria. Ma allora, ci chiediamo — come si chiedeva Popper — perché nel suo poema il filosofo dedica un così ampio paragrafo oltre che alla via della verità, anche alla via dell’opinione, dell’apparenza e dell’illusione? La risposta è semplice. Perché, per cercare la verità, si può procedere solamente a partire dalla confutazione dell’apparenza, a partire dalla confutazione logica di ciò che è illogico, a partire dalla dimostrazione delle contraddizioni.

    Camminare sulla strada della verità significa confrontarsi dialetticamente con l’apparente illusione dei sensi e utilizzare la logica. Cosa che fece, appunto, Parmenide nella sua celeberrima confutazione della realtà del movimento, che ha sollevato innumerevoli reazioni nel mondo antico e non solo. Camminare sulla strada della verità significa utilizzare la ragione nello smascheramento dell’apparenza. Ma cercare la verità non è conoscerla. Per questo pensatore « venerando e terribile » — come lo definisce Platone — conoscere la verità dell’essere in sé non è umano, è divino. Ma quello che sottolinea Popper è che la via dell’opinione non è solo oggetto di condanna e di critica, ma è anche presentata come la migliore descrizione che un mortale possa dare di sé e del proprio modo di percepire il mondo che lo circonda.

    Parmenide dunque, nonostante il suo dogmatismo, confermerebbe l’ipotesi storiografica di Popper secondo cui la grandezza della filosofia, e dei presocratici in particolare, sta nell’aver creato una tradizione, la tradizione del pensiero critico, anche se avrebbe nel contempo la responsabilità di avervi posto fine. La scuola ionica fu la prima in cui gli allievi criticavano i maestri, una generazione dopo l’altra. Le visioni del mondo, le ipotesi cosmologiche si susseguivano ed erano esposte alla critica più severa, incoraggiata dai maestri. Parmenide fa parte di questa tradizione « illuministica».

    Quando parla del suo essere, immobile e compatto, e quando nega il vuoto, il divenire e il movimento, non ci presenta un’ontologia, ma una cosmologia, un’ipotesi sul mondo. Una cosmologia molto influente, che Popper ritroverà in buona parte del pensiero filosofico e scientifico, fino ad Einstein. Opponendogli la propria cosmologia, basata su un « universo aperto», Popper in fondo stava solo continuando la gloriosa tradizione inaugurata dai presocratici.

  2. Eva Rimedi / Jun 12 2011 11:31 PM
  3. Eva Schern / Dec 12 2011 1:23 AM

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