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Tuesday, 15 November , 2011 / ermes

Come uscire da Utopia


“«Devo moltissimo ai colleghi stranieri che mi prestarono aiuto fra il 1968 e il ’69, nel momento in cui venni cacciato dall’Università». A Baczko era stata tolta perfino la scrivania dello studio, gli era stato tagliato il telefono di casa. Gomulka in persona, in un discorso ufficiale, aveva additato in lui e in quelli come lui i cattivi maestri che demoralizzavano la gioventù… «Parlando con lei, italiano e insegnante a Torino, voglio ricordare uno dei colleghi stranieri che più mi furono vicini, aggirando i controlli per farmi sentire la loro presenza, offrendomi posti da visiting professor, e quant’altro: Franco Venturi, il grande storico dei Lumi».”

I miei Lumi nel buio del ‘900

di Sergio Luzzatto, Domenica del Sole 24 Ore, 13 novembre 2011

Bronislaw Baczko è una persona schiva, e non ama parlare di sé. A ottantasette anni, vive solo con un cagnetto dal nome romanzesco ‐ Athos ‐ al tredicesimo piano di un enorme palazzo della periferia ginevrina. Si prepara oggi alla cerimonia di consegna dei premi Balzan, che avrà luogo a Berna il 18 novembre; ma, confessa, non sapeva neppure di essere candidato a uno dei quattro riconoscimenti di quest’anno, 750.000 franchi svizzeri (oltre 600.000 euro) per studi sull’Illuminismo. «Prima di darmi la notizia, la persona al telefono mi ha raccomandato di sedermi comodo… ».

Nato a Varsavia nel 1924, Baczko vive a Ginevra dall’inizio degli anni Settanta. Ha lungamente insegnato storia moderna alla facoltà di Lettere, formando con il docente di letteratura francese, Jean Starobinski, una formidabile accoppiata di specialisti del Settecento. A cavallo del 1960, entrambi avevano scritto volumi fondamentali sul più illustre citoyen de Genève, Jean-Jacques Rousseau. Gli studi di Baczko si sono poi allargati ad altre dimensioni della cultura politica settecentesca. Alla fine degli anni Settanta fece scalpore un suo libro sulle utopie, prima di quelli dedicati alla storia della Rivoluzione francese. In Italia è stato tradotto da editori piccoli e grandi, Einaudi, Feltrinelli, Donzelli, manifestolibri.

Mentre beve un succo di frutta ed elargisce arachidi ad Athos, il professor Baczko accetta di raccontare qualcosa del suo percorso intellettuale: della sua strada verso e attraverso i Lumi. La memoria di questo piccolo grande vecchio è impressionante, infallibile; si capisce che potrebbe dire molto di più, e che lo frena una discrezione a tutta prova. «Se lei è interessato al ‘biografico’ non venga neppure» ha detto, cortese ma fermo, alla vigilia di questo incontro: «io non faccio autobiografia». Eppure oggi, da una chiacchiera all’altra, un disegno si profila. Il disegno di un uomo per il quale la decisione di studiare l’età dei Lumi non è mai stata ‐ non ha mai potuto essere ‐ una scelta come un’altra.

«Non è con il Settecento che avevo cominciato»: all’inizio degli anni Cinquanta, giovane ricercatore dell’Accademia delle Scienze di Varsavia, Baczko si era messo a studiare una conventicola di esuli polacchi nella Francia del 1830 e dintorni. Pubblicò su questi esuli il primo suo libro, «ma era un libro brutto». «Marxista fervente, cercavo in tutti i modi di far rientrare la storia polacca dentro il quadro dell’interpretazione marxista della storia: il problema è che non ci entrava affatto». Dopodiché, Baczko aveva pensato di studiare direttamente Karl Marx. «Il giovane Marx, di gran moda all’epoca». Ma per studiare Marx aveva dovuto leggere Hegel, e leggendo Hegel aveva scoperto Rousseau.

Baczko aveva scoperto ‐ nel 1956 ‐ anche la Francia, grazie a uno stage culturale dell’Unesco: Parigi, Marsiglia, Aix-en-Provence… la sua prima volta in Occidente. «Certo, per noi che venivamo da una Varsavia ancora in rovine e da una Polonia dove mancava tutto, grande fu lo choc di scoprire i confort occidentali. Ma, al tempo stesso, la penuria del comunismo ci preoccupava ben poco. In Polonia, l’ottobre del ’56 fu il momento del grande disgelo. Vivevamo in uno stato di effervescenza ideologica, e di sovraeccitazione intellettuale»: la speranza era quella di rifondare il comunismo su nuove basi, trovando finalmente un modo per conciliare l’uguaglianza con la libertà.

È durante questa stagione – e dentro questa ricerca – che Baczko prende a misurarsi davvero con Rousseau, e con i nodi irrisolti del rousseauismo: i problemi personali di Jean-Jacques, la tensione fra solitudine e comunità; le implicazioni generali del suo pensiero, la tensione fra diritti dell’individuo e doveri della società. «Pensi un po’, possedevo le Opere complete di Rousseau in un’edizione francese del 1782». «Era un’edizione in sedicesimo, trenta volumi e passa che avevo comprato per strada (letteralmente) molti anni prima, nel 1947 o ’48. Studente senza un soldo, avevo visto tutti questi volumetti a un mercato delle pulci di Varsavia, buttati dentro una carriola. Dovevano venire da una di quelle case di tedeschi benestanti che erano state saccheggiate alla fine della guerra. Li ho visti lì, nella carriola, e non so che mi ha preso, ho deciso di comprarli. Sorprendentemente era un’edizione quasi completa, mancavano soltanto due volumi (su quattro) della Nouvelle Heloïse». Libri che oggi non possiede più: «ho dato l’intera mia biblioteca a una biblioteca pubblica in Polonia».

La città di Varsavia, Baczko l’aveva abbandonata quindicenne, nel gennaio del 1940, quattro mesi dopo lo scoppio della guerra mondiale e l’inizio dell’occupazione tedesca. «Ero cresciuto in una via del quartiere ebraico che si sarebbe poi trovata, dopo la costruzione del muro, nel pieno del ghetto. Ma quando ho deciso di partire verso l’Est, il muro non era stato costruito, il ghetto non esisteva ancora in quanto tale. C’erano giusto soldati tedeschi che venivano nel quartiere ebraico per guardarsi intorno. Per curiosità, per assistere allo strano spettacolo di tutti questi ebrei con la kippah in testa. Già era stato imposto, però, l’ordine di portare al braccio la stella di David, ed è stato così che ho deciso di andarmene. Il bracciale giallo con la stella era qualcosa che non potevo proprio sopportare, ha suscitato in me un impulso alla rivolta».

Senza scendere nei dettagli, il racconto di Baczko lascia intendere come l’ebreo polacco quindicenne abbia raggiunto l’Unione Sovietica. «Mi sentivo comunista, ero fiducioso che allontanandomi dai tedeschi per incontrare i russi avrei potuto diventare un uomo libero. E uomo libero sono diventato, in effetti. Ho avuto fortuna nella vita: non ho trascorso una sola notte in gattabuia o, comunque, in catene». Anche perché molti anni dopo le drammatiche vicende della guerra mondiale e della Soluzione finale, quando la Polonia di Gomulka volle ridurre in condizione di non nuocere intellettuali come Baczko (e come Zygmunt Bauman, o Leszek Kolakowski), la sua scelta fu quella di abbandonare nuovamente Varsavia, ma – questa volta – diretto verso Ovest.

«Devo moltissimo ai colleghi stranieri che mi prestarono aiuto fra il 1968 e il ’69, nel momento in cui venni cacciato dall’Università». A Baczko era stata tolta perfino la scrivania dello studio, gli era stato tagliato il telefono di casa. Gomulka in persona, in un discorso ufficiale, aveva additato in lui e in quelli come lui i cattivi maestri che demoralizzavano la gioventù… «Parlando con lei, italiano e insegnante a Torino, voglio ricordare uno dei colleghi stranieri che più mi furono vicini, aggirando i controlli per farmi sentire la loro presenza, offrendomi posti da visiting professor, e quant’altro: Franco Venturi, il grande storico dei Lumi».

Nel corso stesso del 1969 Baczko approfittò di un invito dell’università di Clermont-Ferrand, in Francia, per imboccare con moglie e figlie la strada dell’esilio. Oggi, ricorda non facili gli inizi della sua seconda (o terza) vita: un unico stipendio, un altro mondo di cui prendere le misure, eccetera. Quarant’anni sono trascorsi da allora, e le circostanze non hanno risparmiato lo studioso di Giobbe nel Settecento, e della fatalità del male. Ma un fondo irriducibile di illuministica fiducia sembra ancora sostenere le opere e i giorni di Bronislaw Baczko.

Il premio Balzan prevede che metà del compenso venga destinata dal vincitore a un progetto di ricerca, a sua scelta. Il professor Baczko non ha ancora deciso, ma un’idea l’ha già, bellissima. Vuole contribuire a un’opera collettiva immaginata da due colleghi svizzeri, Michel Porret e François Rosset, e vuole che quest’opera sia un Dizionario delle utopie.

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Fra i libri di Bronislaw Baczko tradotti in italiano: L’utopia. Immaginazione sociale e rappresentazioni utopiche nell’età dell’Illuminismo (Einaudi 1979); Come uscire dal Terrore. Il Termidoro e la Rivoluzione francese (Feltrinelli 1989); Giobbe amico mio. Promesse di felicità e fatalità del male (manifestolbri 1999); Napoleone e Washington. Bonaparte e il modello americano dal Consolato all’Impero (Donzelli 2009).

5 Comments

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  1. Eva Differenzi / Nov 15 2011 2:15 PM

    A proposito di Giorgio Washington e Napoleone Buonaparte…

  2. Eva Incastr / Dec 3 2011 3:32 PM

    “…fatalement, aborder la question des rapports entre les Lumières et la Révolution française. J’ai commencé mes recherches en partageant un cliché assez répandu jusqu’à aujourd’hui: ce sont les Lumières qui ont engendré la révolution. Ce cliché a été élaboré à la fois par les révolutionnaires qui se donnaient ainsi une généalogie intellectuelle, et par des contre-révolutionnaires qui chargeaient ainsi les Lumières de tous les excès et abus révolutionnaires. J’ai hérité de ce cliché dans sa version marxiste: à l’époque, j’étais un marxiste croyant. Le travail sur les Lumières, en particulier sur Rousseau, m’a aidé à m’émanciper intellectuellement: Jean-Jacques ne se prêtait guère aux schémas d’interprétation marxiste. J’ai essayé donc de comprendre comment entre les Lumières et la révolution s’installe un jeu, très complexe, de continuité et de rupture. Les Lumières ne forment pas une condition suffisante de la Révolutions française mais elles en sont pourtant la condition nécessaire. En 1789, les artisans de la révolution ne l’ont ni voulue, ni imaginée, ils y ont glissé sans en avoir eux-mêmes conscience et dans ce glissement les idées et les représentations des Lumières ont une importance extrême. C’est dans le langage des Lumières qu’ils donnent une signification globale à la crise de l’Ancien Régime: elle opposerait le droit à l’arbitraire, la liberté au despotisme, la justice au privilège. Toutefois, la réflexion et les pratiques révolutionnaires sont bien autre chose que l’application de telle ou telle doctrine: les hommes de la révolution se servaient librement de l’héritage des Lumières. La Révolution française présente cette remarquable particularité d’installer un espace politique moderne dans un environnement culturel et mental traditionnel. La bonne nouvelle révolutionnaire est souvent diffusée à travers les réseaux traditionnels de la culture orale; au bas des adresses grandiloquentes des assemblées révolutionnaires, les illettrés, “citoyens ne sachant ni lire, ni écrire”, marquent par une croix leur adhésion; la violence révolutionnaire conjoint le moderne et l’archaïque, le spectacle de la guillotine et le jeu de massacre. Les idées héritées des Lumières, la Révolution les soumet à ses propres contraintes et les moulent dans ses propres formes”.

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