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Tuesday, 20 December , 2011 / ermes

Il tacchino deduttivista


“Arrivati in Sicilia l’hanno consegnato al sindaco di Salemi e chiuso nella casa dei mentecatti. Costui di tutto il processo d’unificazione è stato il perdente assoluto (…)

“Così va il mondo, anche se è doloroso comprenderlo (…) Eroe del ridicolo. D’altronde i Mille sono una cifra tonda, epica, «Salve o falange di gagliardi, o Mille guerrieri venturosi», scrive Garibaldi nel suo Poema autobiografico; che numero avrebbe mai potuto essere milleuno se non un numero che guastava l’epica e la rendeva fiaba? (…) in questa sua irriducibile nullità, in questa sua comica inesistenza, quel garibaldino io dico che giganteggia. Bisognerebbe fargli un monumento, però a rovescio: un enorme piedistallo di marmo che spiaccica sotto di sé un piccolo individuo in bronzo come se fosse di pasta sfoglia: Al milleunesimo ignoto la patria matrigna pose”.

 Il milleunesimo garibaldino

Ho sentito dire che è l’anniversario dell’Unità d’Italia, anzi ho sentito dire che finalmente l’anniversario è finito e tutti si sono sfogati, per cui da dire ci sarebbe rimasto poco; e su quel poco sarebbe meglio soprassedere, casomai tenerlo per il duecento cinquantenario.

Però c’è un piccolo fatto che riguarda l’Unità d’Italia che nessuno ha notato o ha voluto notare; e più precisamente il piccolo fatto è accaduto durante l’impresa dei Mille, bellissima avventura sotto ogni aspetto; ma c’era uno dei mille, forse il milleunesimo, che non la pensava così. Non è un fatto che m’invento: prendete Abba (Cesare Abba, Da Quarto al Volturno, straordinario diario della spedizione), le due navi sono salpate da poco da Genova, l’impresa è appena cominciata, quando si sente gridare: «Un uomo in mare!».

L’uomo, dice Abba, appariva già lontano, lottava con le onde; «Macchina indietro!»; viene calata una lancia, lo raggiungono, vien ripescato. «Dicono sia genovese». L’incidente accade il 6 maggio 1860. Poi le navi fanno sosta a Talamone in Toscana, e ripartono; e il 10 maggio, scrive ancora Abba, «uno dei nostri si è gettato in mare. Si dice sia lo stesso dell’altra volta». Allora non è stata una disgrazia! c’è qualcuno che per due volte si è voluto annegare. Lo ripescano, Bixio è furibondo per il tempo perso, gli tolgono i vestiti bagnati, poi lo chiudono in una cabina con una coperta addosso. Ma come? Uno dei Mille, uno partito per questa enorme avventura, che nessuno aveva costretto, un volontario che voleva far l’unità d’Italia, per due volte si butta in mare pur di non andare oltre! Il fatto è raccontato anche da Bandi, ufficiale garibaldino, nel suo bel libro I Mille: «Un uomo in mare!», si ferman le macchine, viene calato un canotto, lo riportano a bordo, è lo stesso che si era buttato il primo giorno di navigazione; gli fanno vomitare tutta l’acqua che aveva bevuto. Dicono che non aveva il cervello sano, aggiunge Bandi, che voleva fuggire, «che si lagnava di certe visioni che gli balzavano dinnanzi agli occhi».

Pure Garibaldi nelle sue Memorie lo cita, segno che la cosa ha impressionato tanti; Garibaldi dice che c’era un tale a bordo «che aveva la mania di volersi annegare», per due volte tentò di farlo, ma appena sentiva la freschezza dell’acqua, scrive Garibaldi, cambiava idea e nuotava come un pesce verso i soccorritori. Alexandre Dumas nella sua cronaca della spedizione (Les garibaldiens, 1861) riferisce che questo tale si getta addirittura tre volte, «- È vivo? – domandano cinquecento voci. – Vivo! – risposero dalla lancia. – Bravi – urlò Garibaldi – se fosse annegato sarebbe stata una jettatura». «Non m’invento nulla», sono le parole di Dumas, il grande scrittore; sul numero forse esagera un po’. Ma tre volte o due volte, più o meno come si vede le fonti concordano.

Garibaldi dimostra un leggero cinismo. Bandi dice che aveva due grandi occhi da spiritato, lo chiama pazzacchione. Può darsi lo fosse. Però si viene a sapere che il primo tuffo lo effettua quando si scopre che a bordo ci sono mille fucili ma non ci sono le cartucce, neanche una, non sono state imbarcate, e non c’è neanche carbone bastante per arrivare in Sicilia. Com’è possibile? Voi direte. Beh, è l’approssimazione italiana, che si rivela fin dalle origini. Bandi dice che quel tale si butta perché «non aveva cuore» di affrontare i nemici. Io dico che affrontare i nemici senza cartucceà non so, l’approssimazione in questo caso forse è un po’ troppa; ci vuole una gran fantasia partir per la guerra con i fucili scarichi, come fossero fucili per finta; a quel punto con mille scope da cavalcare si poteva inventare un’armata di cavalleria, magari i borbonici si impressionavano, essendo napoletani, cioè notoriamente dei fantasiosi; magari scappavano, anche magari solo per il fatto di veder mille uomini adulti su delle scope e con delle apparenze di schioppi, Garibaldi in queste astuzie era un mago, nel far credere quel che non era, perciò è sempre rimasto simpatico, il contrario di un generale prussiano, che calcola tutto, ma poi il mondo non coincide col calcolo.

Però nel caso delle cartucce era stato Garibaldi per la verità a esser fregato; le aveva regolarmente pagate, dicono avesse tirato sul prezzo, e i contrabbandieri di Genova non le hanno consegnate, e, dice Bandi, nel trasportarle dallo scoglio di Quarto alla nave, in quel poco tratto di tempo, avevano trovato un altro a cui venderle. Doppio profitto. È incominciata così l’Unità d’Italia, con un giro di piccole truffe. Quindi se c’era a bordo una mente razionale, che vedeva l’impresa con occhio lucido, io credo che si sarebbe gettato; tenuto anche conto che senza carbone non si va lontano, anzi si naufraga, o si è preda delle navi nemiche. Garibaldi dice che sarebbe stata una jettatura.

Cosa significa? Significa, credo, che se la ragione si fosse impossessata dei Mille, cioè se per disgrazia tutti avessero visto con occhio lucido la situazione, avrebbero fatto come aveva fatto quel tipo, si sarebbero gettati, e Bixio e Garibaldi in due chissà se sarebbero riusciti a fare l’Italia. Però la storia andò diversamente, Garibaldi era un grande improvvisatore e inventore; e risultò così che quel singolare personaggio, quell’anomalo garibaldino aveva torto. Ma non sono mai riuscito a sapere chi era, se per caso aveva tenuto un diario, come Cesare Abba, tutto però disfattista e all’incontrario: «à Mi sono imbarcato in una pazziaà qui nessuno ha il cervello a postoà è la nave dei follià si grida all’unitàà unità di che cosa?»; invece nulla, non un rigo, nessuna dichiarazione, non è neppure nell’elenco dei Mille, anche se è sicuro che nell’impresa c’era, però dico che a suo modo è stato un eroe, l’eroe solitario delle cause perse, c’è qualcosa in lui di affascinante e disperato, che ha a che fare con i deliri umani, solitari e collettivi.

Arrivati in Sicilia l’hanno consegnato al sindaco di Salemi e chiuso nella casa dei mentecatti. Costui di tutto il processo d’unificazione è stato il perdente assoluto. Perché le truppe borboniche hanno perso, ma bene o male si sono riciclate; Bandi racconta che durante il parapiglia della battaglia di Calatafimi un sergente di parte borbonica, alto e rosso di capelli, gli aveva sparato da pochi metri, l’aveva ferito e quasi ucciso. Poco tempo dopo, mentre marciavano vittoriosi verso Messina, era tornato a incontrare questo sergente alto e rosso, ma era passato alle truppe garibaldine, e come lui tanti altri, che erano inoltre stati promossi ufficiali.

Così va il mondo, anche se è doloroso comprenderlo. Il nostro povero garibaldino era stato promosso da jettatorio a ridicolo («La scena terminò in ridere» scrive Bandi in conclusione); ecco! Eroe del ridicolo. D’altronde i Mille sono una cifra tonda, epica, «Salve o falange di gagliardi, o Mille guerrieri venturosi», scrive Garibaldi nel suo Poema autobiografico; che numero avrebbe mai potuto essere milleuno se non un numero che guastava l’epica e la rendeva fiaba? Però in questa sua irriducibile nullità, in questa sua comica inesistenza, quel garibaldino io dico che giganteggia. Bisognerebbe fargli un monumento, però a rovescio: un enorme piedistallo di marmo che spiaccica sotto di sé un piccolo individuo in bronzo come se fosse di pasta sfoglia: Al milleunesimo ignoto la patria matrigna pose.

di Ermanno Cavazzoni, Il Sole 24 Ore – Domenica, 18 dicembre 2011

4 Comments

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  1. fabristol / Feb 4 2012 2:01 PM

    OT

    Che è successo a questo blog?

  2. lagiardiaintroversa / Feb 4 2012 2:09 PM

    Niente di particolare, solo una fase di impegni lavorativo-studierecci incrociati, sicché si scrive e pubblica molto a rilento! Personalmente solo una fase di noia, ormai mi appalla pure l’idea di pubblicare le castronerie degli omeopati(sti) e delle Morresi di turno. E poi, da quando Avvenire non è più accessibile online non c’è gusto. ;-)

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