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Thursday, 24 May , 2012 / ermes

Modello n.4: Giuditta!


“L’Argentina è più vicina di quanto non sembri?”

Strane critiche a Kirchner da chi non privatizza

Articolo di Alberto Mingardi, IL – Intelligence in lifestyle, 1 maggio 2012.

Alcune settimane fa, il presidente argentino Cristina Fernández Kirchner ha annunciato, a reti unificate, di aver rinazionalizzato la compagnia petrolifera Ypf, espropriando il 51% delle azioni in portafoglio a Repsol. La mossa della Kirchner ha lasciato basiti gli osservatori internazionali, e creato serie preoccupazioni al Governo spagnolo. Repsol è una grande impresa iberica e un serbatoio di entrate fiscali preziosissime in un momento teso come l’attuale. In America Latina, l’arrocco della Kirchner ha fatto presagire il più terribile degli scenari: quello in cui, allontanandosi dalla scena Hugo Chavez, la fiaccola del populismoeconomico passa alla “Presidenta”.

Il colpo di mano della Kirchner ha qualcosa da dire anche a noi. Dovrebbe ricordarci come nasce un’economia mista: per i capricci dei demagoghi.

Critico inascoltato dello statalismo ai tempi in cui brillava la stella di Enrico Mattei, e solitario vedeva nell’incipiente strapotere dell’Eni le avvisaglie di quel vasto sistema di corruttele che sarebbe esploso con Tangentopoli, don Luigi Sturzo ammoniva che «Stato è una parola astratta; parliamo degli uomini che tengono il potere; Governo (presidente e ministri); Parlamento (senatori e deputati); dicasteri (burocrazia dirigente); corpi giurisdizionali (giudiziari e amministrativi); enti pubblici (statali e parastatali)».

È questa la ragione più forte per temere le nazionalizzazioni, e auspicare le privatizzazioni. Quando il controllo di un’azienda finisce nelle mani dello Stato, essa non viene messa al servizio della “collettività”: piuttosto, diventa il giocattolo degli interpreti pro tempore, dell’interesse comune.

Sacra quanto la separazione fra Stato e Chiesa, dovrebbe allora essere quella fra Stato e impresa.

Il Governo tecnico, un governo cioè libero dalla necessità di conquistare e consolidare il consenso, avrebbe potuto rivelarsi un’occasione d’oro per officiare il ritorno alla normalità. Chiudere definitivamente, sull’onda dell’emergenza, la lunga stagione delle partecipazioni statali. Proprio perché porvi la parola “fine” taglierebbe trasversalmente lobby e gruppi d’interesse di destra e di sinistra.

E invece di privatizzazioni non c’è traccia neppure nel Documento di Economia e Finanza approvato dal Consiglio dei ministri.

La parola è sparita dal vocabolario pubblico, come se il semplice pronunciarla fosse anatema. Pare che lo stesso premier, nel suo viaggio in Asia, si sia limitato a fare riferimento a una stima, del resto eccessivamente prudente dei potenziali introiti della dimissione del patrimonio immobiliare pubblico.

L’Argentina è più vicina di quanto non sembri? Apparentemente, no. La vicenda Ypf/Repsol non ha mancato di trovare in Mario Monti un osservatore accorto e consapevole. Monti ha preso carta e penna per esprimere alla “Presidenta” «forte preoccupazione» per i provvedimenti del Governo argentino. Che tradiscono una strategia ostile agli investitori esteri, e votata a scegliere vincitori e vinti della gara concorrenziale, con scarso rispetto dei diritti di proprietà privata.

Giusto. Ma attenzione a essere credibili. Un Paese del Primo mondo che ha ancora in portafoglio quote importanti dell’industria energetica nazionale (Enel e Eni, senza contare le municipalizzate), può fare la ramanzina a un Paese del Secondo che proprio in quest’ambito sceglie la via delle nazionalizzazioni? E’ credibile un pístolotto a difesa della certezza del diritto e della separazione tra economia e politica da parte di uno Stato che detiene ancora il 100% della principale azienda televisiva, del monopolista (difeso con le unghie e coi denti) del recapito postale, che incidentalmente è anche banca e assicurazione, per non dire della compagnia di assicurazione che fornisce in monopolio l’assicurazione infortuni?

La ramanzina riesce perlomeno paradossale, specie se si tiene conto che la crisi che stiamo attraversando è legata alle difficoltà che l’Italia incontra nel piazzare sui mercati la propria carta sovrana. Le partecipazioni mobiliari dello Stato valgono un ventesimo del debito. Fare cassa privatizzando contribuirebbe ad abbassare l’asticella del debito e a ridurre la spesa per interessi. Anche a parità di spesa pubblica, la decisione di non privatizzare si traduce di per sé in oneri maggiori riversati sulle spalle dei cittadini. Parrebbe un Paese che fra i contribuenti e «gli uomini che detengono il potere», per non usare l’astratta parola Stato, sceglie costantemente questi ultimi. Insomma: un modello per Kirchner. E c’è poco da andarne orgogliosi.

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