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Monday, 28 May , 2012 / ermes

Epicuri de grege


“Mentre in Francia Montaigne eregge Lucrezio a modello e lo studia e lo cita con passione infinita (la copia da lui annotata è stata riscoperta da poco), mentre i personagggi di Shakespeare alludono alla danza degli atomi, Aeonio Paleario e Giordano Bruno pagano con la vita le loro letture pericolose e l’ispirazione che ne hanno tratto”.

Noi, moderni grazie a Lucrezio

di Alessandro Schiesaro, Domenica del Sole 24 Ore, 4 dicembre 2011

Nel 1841 un giovane studioso di filosofia e politica discuteva a Jena una dotta tesi su «Democrito e Epicuro», rintracciando nella nuova dottrina della declinazione atomica la svolta decisiva che Epicuro aveva impresso al materialismo antico, e a quello moderno. Gli atomi, spiegava, non si muovono lungo un’immutabile linea retta, ma deviano casualmente e impercettibilmente: solo così si spiega la miriade di aggregazioni atomiche possibili; solo così, soprattutto, si spiega la libertà d’azione dell’uomo, una «volontà libera dal fato / in virtù della quale procediamo dove il piacere ci guida». La tesi di Karl Marx non sarebbe mai stata scritta se quattro secoli prima, all’altro capo della Germania, un segretario papale di alterne fortune, Poggio Bracciolini, non avesse sfruttato le pause nei lavori del concilio di Costanza per perlustrare le biblioteche della zona e trarne capolavori di cui non restavano altro che la memoria e qualche citazione: l’epica di Silio Italico, tutto Quintiliano, il poema astronomico di Manilio.

E soprattutto se il caso non avesse aggiunto un’opera grandiosa che da qualche secolo aveva quasi del tutto fatto perdere le tracce di sé, il poema Sulla natura del discepolo romano di Epicuro, Lucrezio. È questa la fortunata “declinazione” di atomi che dà il nome al libro di Stephen Greenblatt, padre nobile del «New Historicism»: tutto congiurava contro la riscoperta di Lucrezio, se non il precipitare favorevole di condizioni imprevedibili; e nulla, dopo quella riscoperta, sarà più come prima.

Da quasi un secolo, da quando Petrarca aveva recuperato e diffuso alcuni degli autori canonici della letteratura latina, da Livio a Cicerone, la crescita di una nuova visione del mondo si era nutrita di nuovi testi, cioè di testi assai antichi che troppo a lungo erano stati dimenticati. In questa fioritura di scoperte e di studi il caso di Lucrezio merita però un posto a parte, perché la sua opera resta unica nel panorama della cultura romana.

Sulle orme dei grandi poeti epici, Lucrezio racconta in versi una battaglia sui generis, quella degli uomini oppressi dalla superstizione, che grazie al magistero di Epicuro riescono a spezzarne le catene e conquistare una comprensione razionale dell’universo basata su leggi di natura. Atomi e vuoto, infiniti, consentono l’aggregazione e la dissoluzione dei corpi e dei mondi (plurimi anche questi, come dirà poi Giordano Bruno… meritandosi il rogo) senza che gli dèi possano in alcun modo interferire con processi meramente fisici.

Né Lucrezio né il suo maestro arrivano a negare l’esistenza degli dèi, ma li riducono a modelli remoti e imperturbabili, icona della serenità cui potrà giungere chi si converte alla lezione liberatrice dell’epicureismo. Inutile quindi pretendere aiuto da queste divinità asettiche o temerne la collera, inutili le pratiche religiose che a Roma scandiscono minuziosamente lo scorrere dei giorni. Tutto questo, compresa la spiegazione dettagliata dei meccanismi fisici che presiedono alla costituzione dell’universo e ai fenomeni naturali, trattato appunto in poesia, una poesia potente e raffinata cui da secoli non si dischiudeva un compito tanto inusuale e sconvolgente. I contemporanei reagirono con un prevedibile intreccio di ammirazione e imbarazzo, elogiando le qualità dell’opera ma anche arginandone il ruolo nel dibattito culturale con una mossa che prefigurava il ben più pesante oblio cui la condanneranno il trionfo del cristianesimo e il generale naufragio dei testi classici.

Di Lucrezio, Poggio fa subito approntare una copia sul luogo, la attende con ansia impaziente che registra nelle lettere agli amici, e la inoltra poi al grande collezionista fiorentino Niccolò Niccoli (siamo nel 1417): quel nuovo archetipo, anch’esso ormai perduto, garantisce una volta giunto nella capitale della cultura la diffusione del poema fino alla prima edizione a stampa, per la quale si deve attendere il 1473.

L’esplosione di interesse per La natura delle cose è immediata, fragorosa. I protagonisti del l’Umanesimo e del Rinascimento lo leggono con meraviglia, lo prendono a modello di poesia o di dottrina, o di entrambe: da Poliziano a Pontano, da Marsilio Ficino al Sannazzaro e poi ancora Tasso, Boiardo, Copernico. Machiavelli giovane ricopia di sua mano il testo e tracce di questa frequentazione intensa affiorano nella sua opera. La «Primavera» di Botticelli, complici le Stanze del Poliziano, mette in scena il trionfo di Venere che inaugura, con sottile sfida all’ortodossia epicurea, un poema destinato a sradicare la fiducia umana nel loro operato. Leonardo ne trae ispirazione per la sua machina mundi, la concezione di un universo autonomo sottratto all’azione divina.

Paradossalmente è nell’Italia della Controriforma che Lucrezio guadagna un ruolo ideologico più marcato e infinitamente più pericoloso. Non viene mai messo all’indice (ma è comunque presto bandito dalle aule), forse perché il filtro di un latino complesso e inusuale sembra garantirne una diffusione strettamente elitaria. Chi lo legge e lo ammira si trincera dietro un «codice dissimulatorio», come lo ha giustamente definito Valentina Prosperi, che proclama a gran voce i difetti insanabili della dottrina epicurea, ribadisce fedeltà assoluta ai dogmi cristiani e facendosi scudo di questi anatemi esalta la caratura poetica di un testo eretico. Questo equilibrio equivoco non basta ovviamente a salvare chi sulla scia di Lucrezio inizia a minare le fondamenta della religione rivelata. Mentre in Francia Montaigne eregge Lucrezio a modello e lo studia e lo cita con passione infinita (la copia da lui annotata è stata riscoperta da poco), mentre i personagggi di Shakespeare alludono alla danza degli atomi, Aeonio Paleario e Giordano Bruno pagano con la vita le loro letture pericolose e l’ispirazione che ne hanno tratto.

Spetterà ad una generazione più fortunata, il cui campione è Newton, asserire definitivamente la compatibilità tra gli atomi epicureo-lucreziani e la creazione divina dell’universo senza temere l’Inquisizione, che nulla potrà, in ogni caso, per arrestare la penetrazione del materialismo nella cultura illuministica.

Su quella scia, grazie ai padri fondatori della repubblica americana, Lucrezio guadagna un tardivo suggello ufficiale nel testo di una costituzione che si impegna non solo a garantire la vita e la libertà dei cittadini ma anche a consentire «la ricerca della felicità», quasi che la repubblica ideale fosse il Giardino in cui Epicuro intratteneva i suoi discepoli.

Poco prima di morire, Italo Calvino aveva promosso Lucrezio a paradigma del nuovo millennio come poeta della «leggerezza» resa possibile proprio dalle «deviazioni imprevedibili dalla linea retta»: una «poesia dell’imprevedibile» che ancora ci accompagna solo grazie alla fortunata scoperta di un manoscritto perduto.

3 Comments

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  1. valerio / May 13 2013 11:47 AM

    Pensavo di mettere il vostro logo sul nostro sito con il vostro link per dar modo ai nostri visitatori di conoscere il vostro blog. Cosa ne pensi?

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