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Friday, 1 June , 2012 / ermes

“…temprando lo scettro a’ regnatori / gli allor ne sfrònda”


“Gli studiosi si sono sempre chiesti come Machiavelli po­tesse sostenere che «Dio e la fortuna» ci lasciano governare la metà delle nostre azioni, ovvero come potesse fondare il li­bero arbitrio sulla pura contingenza, se credeva nella provvidenza divina, nel ri­petersi necessitante della storia e, secon­do molti, anche nel determinismo astra­le”.

Atomi di libertà per Niccolò

di Mario De Caro, Domenica del Sole 24 Ore, 5 febbraio 2012

“Sotto i Borgia, in Italia ci furono guer­re, terrore, omici­di e sangue e ne vennero fuori Michelangelo, Leonardo e il Rinascimento. In Svizzera, con amore fraterno e cinquecento anni di democrazia e pace, cosa è venuto fuori? L’orologio a cucù”. Come tesi storiografica generale, la celebre opinione espressa da Mr. Lime-Orson Welles nel Terzo uomo non è molto convincente (e certo non è equa verso la Svizzera, che con un millesimo della popolazione mondiale ha prodotto geni universali come Eulero, Borromini e Le Corbusier). Ma come sintetica presentazione del Rinascimento l’opinione di Mr. Lime tanto erra­ta non sembra.

Prendiamo ad esempio l’anno 1513, terribile e grandioso. A Firenze, cuore del Rinascimento, i M­edici, da poco tornati al potere, scoprono un complotto di parte repubblicana e scatenano una durissima repressione. Il 20 di febbraio, l’ex-segretario della seconda Cancelleria della Repubblica, Niccolò Machiavelli, viene arrestato, gettato in una cella orribile e sottoposto per sei volte alla tortura della corda. Forse rischia anche la pena di morte, cui non scampano altri repubblicani, o un lunghissimo imprigionamento; ma un evento imprevisto lo salva. Il 9 marzo, dopo un breve conclave, il figlio di Lorenzo il Magnifico, Giovanni de’ Medici, pur essendo un semplice diacono, è eletto papa (e con il nome di Leone X contribuirà a riportare Roma agli splendori dell’antichità). Per celebrare l’elezione viene concessa un’amnistia e Niccolò torna libero. Ma è guardato con sospetto dagli antirepubblicani, non ha più lavoro né può occuparsi di politica, come bramerebbe. Per rimettersi in gioco cerca di accreditarsi presso i Medici: così pensa di dedicare a Giuliano de’ Medici, fratello del papa, un trattatello che ha appena terminato: ma poco dopo Giuliano muore e la dedica è subito trasferita al nipote, Lorenzo di Piero de’ Medici. Il trattatello ha un titolo latino, De principatibus, ma diverrà celebre con il titolo italiano con cui, postumo, verrà dato alle stampe: Il Principe.

I francesi fanno iniziare la filosofia moderna con Cartesio e gli inglesi con Bacone, ma il vero inizio è il capolavoro machiavelliano ­del 1513. Sono note le ragioni che fanno del Principe un caposaldo della filosofia moderna: la tesi dell’autonomia della politica dalla morale; la visione secolarizzata della storia, ispirata ai grandi storiografi dell’antichità; la rigorosa indagine sulle leggi della politica; l’elaborazione di un’antropologia sostanzialmente naturalistica. Ormai di quell’opera tutto si sa; o meglio quasi tutto. Perché ora uno splendido libro di Alison Brown, The Return of Lucretius to Renaissance Florence (Harvard University Press, traduzione italiana in preparazione per Carocci) getta nuova luce.

Questo libro, al pari di The Swerve di Stephen Greenblat (recensito da Alessandro Schiesaro sul Sole del 4 dicembre), indaga la cruciale influenza della tradizione lucreziana sul Rinascimento italiano». Un’influenza che però non può che essere rilevata leggendo in controluce i testi, perché l’ortodossia guardò a quella tradizione con sospetto, se non con aperta ostilità; e non senza ragione, perché si trattava della più importante tradizione naturalistica dell’età classica, e in questa chiave venne ripresa nel Rinascimento in polemica con le ortodossie neoplatoniche e aristoteliche. Alla base dell’epicureismo c’è l’idea che l’universo sia costituito da atomi che talora deviano casualmente dal movimento rettilineo, aggregandosi a formare i corpi e a determinarne i movimenti. Gli dei, che pure esistono, si disinteressano delle nostre vicende, e non si dà sopravvivenza dell’anima individuale. Idee certamente eterodosse, anche nel Rinascimento.

Ma cosa c’entra tutto ciò con Machiavelli, che mai si professò epicureo e anzi infarcì le sue opere di riferimenti a Dio e alla Provvidenza (e per questo c’è chi, come Maurizio Viroli, lo interpreta come un filosofo cristiano)? C’entra, e molto, sostiene Brown. In primo luogo, già nel 1961 fu rinvenuto un manoscritto di mano di Machiavelli con la copia integrale del De rerum natura di Lucrezio e note a margine. Inoltre alcuni anni fa Gennaro Sasso evidenziò alcuni passi machiavel­liani in cui l’influenza lucreziana è evi­dente. Ma ora Brown mostra come nella Firenze di Machiavelli la tradizione lucre­ziana fosse assai più radicata e influente di quanto non si pensasse, al punto che ne furono intrisi anche due cancellieri della repubblica come Bartolomeo Scala (amico del padre di Niccolò) e Marcello Adriani (di cui Machiavelli fu segretario e forse allievo). Ma il tema più importante è quello della libertà umana. Gli studiosi si sono sempre chiesti come Machiavelli po­tesse sostenere che «Dio e la fortuna» ci lasciano governare la metà delle nostre azioni, ovvero come potesse fondare il li­bero arbitrio sulla pura contingenza, se credeva nella provvidenza divina, nel ri­petersi necessitante della storia e, secon­do molti, anche nel determinismo astra­le. La risposta è, secondo Brown, che nel Principe in realtà risuonano le tesi del De rerum natura sulla contingenza delle de­viazioni atomiche che, senza alcuna inter­ferenza provvidenziale o deterministica, lasciano spazio alla libertà umana.

Le argomentazioni di Brown sono convincenti. Ma se ha ragione, per gli storici delle idee ci sarà da lavorare: perché si dovrà cominciare a considerare Machiavelli come uno dei protagonisti della lun­ga tradizione – che origina con Epicuro e arriva a Roger Penrose e John Searle – se­condo cui la libertà umana è una proprietà naturale che si radica nell’indeterminismo. A chi contestasse questa interpretazione perché nel Principe Machiavelli non cita mai Epicuro o Lucrezio, basterà ricordare il quinto Concilio Lateranense. Correva il fatidico anno 1513 e quel Concilio guidato da papa Leone X de’ Medici, condannò l’epicureismo come eresia. Forse come diceva Orson Welles, in Svizzera c’era l’amore fraterno; ma certo in Italia era meglio essere prudenti.

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