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Sunday, 10 June , 2012 / ermes

“La plupart de nos occupations sont comiques…”


“Con l’indebolirsi del prestigio delle autorità politiche e religiose tradizionali, la coscienza degli individui più sensibili è pertanto costretta a trasformarsi in una specie di Atlante che regge il mondo sulle proprie spalle, che cerca di soppesare il vero e il falso senza trovare soluzioni che prescindano dal punto di vista dei singoli. Tutto contribuisce a minare le certezze, a mettere in dubbio le pretese di verità assoluta, a rovesciare pregiudizi etnocentrici e antropocentrici confutando l’inferiorità dei “selvaggi” e ipotizzando un’intelligenza degli animali”.

Montaigne, il sismografo dell’anima

10 giugno 2012 – ancora Remo Bodei, ancora Il Sole 24 Ore Domenica

«Se gli altri si lamentano perché parlo troppo di me, io mi lamento perché loro nemmeno pensano a se stessi». Montaigne legittima così l’ininterrotto colloquio con se stesso durato oltre un quarto di secolo. Nel presentare la sua particolare versione del precetto delfico «Conosci te stesso!», non cerca però risposte definitive. Pur sapendo che «ognuno di noi è più ricco di quanto pensi», pur penetrando nelle «profondità opache delle pieghe interne» del proprio spirito, pur analizzando una miriade di esperienze (comprese quelle in apparenza più banali e quotidiane), egli non rinviene alcuna essenza, alcun autentico nucleo dell’io.

Lasciandosi trasportare dal moto ondoso degli umori, dei pensieri e delle fantasie, ne osserva piuttosto la natura fluida e inafferrabile come l’acqua. Sa che il soggetto cambia in ogni istante, che l’io di ora è diverso da quello di poco fa e che è trascinato lontano da sé dal perpetuo mutamento del tutto: «Il mondo non è che una continua altalena. Tutte le cose vi oscillano senza posa: la terra, le rocce del Caucaso, le Piramidi d’Egitto, e per l’oscillazione generale e per la propria. La stessa costanza non è altro che un’oscillazione più debole. Non descrivo l’essere. Descrivo il passaggio: non un passaggio da un’età all’altra o, come dice il popolo, di sette in sette anni, ma di giorno in giorno, di minuto in minuto».

Come non perdersi e dissolversi in questa incalzante metamorfosi? Come darsi una qualche consistenza? Come non diventare preda di un luttuoso senso di caducità e di un paralizzante timore della morte? Nota acutamente Fausta Garavini che i Saggi «non sono, come si è creduto e ancora sovente si crede, un breviario di saggezza ben temperata, un prontuario di morale salutifera, ma lo specchio delle paure e delle difese di un essere che si scopre frammentario e diversificato». Eppure, proprio grazie a questi ripetuti tentativi di plasmare l’anima, è possibile aumentare il “peso” della propria vita, offrendole un baricentro mobile su cui, di volta in volta, far perno: «con la mia prontezza nell’afferrarla voglio fermare la sua velocità nel fuggire, e con l’intensità dell’uso compensare la fretta del suo scorrere; quanto più breve è il possesso della vita, tanto più profondo e più pieno devo renderlo». Il progetto di registrare attentamente le variazioni del proprio io nasce in Montaigne dalla constatata labilità dell’esistenza. Nel suo orizzonte familiare e sociale la morte è onnipresente: delle sue cinque figlie ne sopravvive una sola, mentre le guerre di religione tra la Lega cattolica e gli Ugonotti insanguinano la Francia e la peste, la sifilide e il tifo diffondono il contagio.

Con l’indebolirsi del prestigio delle autorità politiche e religiose tradizionali, la coscienza degli individui più sensibili è pertanto costretta a trasformarsi in una specie di Atlante che regge il mondo sulle proprie spalle, che cerca di soppesare il vero e il falso senza trovare soluzioni che prescindano dal punto di vista dei singoli. Tutto contribuisce a minare le certezze, a mettere in dubbio le pretese di verità assoluta, a rovesciare pregiudizi etnocentrici e antropocentrici confutando l’inferiorità dei “selvaggi” e ipotizzando un’intelligenza degli animali.

Da simili esperienze e riflessioni trae alimento lo scetticismo di Montaigne, il suo invito alla tolleranza e il suo ruolo di mediatore tra le fazioni in lotta, che «con spaventosa impudenza si palleggiano le ragioni divine», mutandole secondo il variare dei loro interessi. Svolge questo ruolo non restando super partes, ma da combattente cattolico contro gli Ugonotti, da temporaneo prigioniero della Lega nella Bastiglia, da Signore che ospita due volte nel suo castello il capo dei calvinisti, Enrico di Navarra, e da fratello di Thomas e Jeanne, convertitisi al protestantesimo.

Quando il mondo traballa, anche la vita interiore oscilla e tende a separarsi dalla vita pubblica. Con i libri della sua biblioteca Montaigne innalza così un baluardo verso l’esterno: «Bisogna riservarsi una retrobottega tutta nostra, del tutto indipendente, nella quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine». Questo rifugio è tuttavia periodicamente violato dagli obblighi istituzionali, come la carica di sindaco di Bordeaux, e dalle missioni diplomatiche.

Per quanto nessun esercizio ci prepari adeguatamente alla morte («siamo tutti principianti quando ci arriviamo»), la soluzione che Montaigne elabora negli ultimi anni della sua vita, in contrasto con la tradizionale meditatio mortis e con l’arcigna austerità della morale stoica, consiste nella scoperta dei piccoli piaceri che costellano la vita e che la rendono, malgrado tutto, desiderabile. Assume perciò un atteggiamento sempre “più disteso” nei confronti della morte, imparando a frequentare la gioia. Non attendiamo, dice, il termine dell’esistenza, ma dividiamola in moduli separabili e autonomi: «Il mio piano è scomponibile in qualsiasi punto; non è fondato su grandi speranze: ogni giornata ne costituisce il termine. E il viaggio della mia vita procede nello stesso modo». Bisogna dunque scegliere la confidence avec le mourir contro ogni sua esorcizzazione, sforzandoci però di individuare zone protette: «Mi ravvolgo e mi rannicchio in questa bufera, che mi deve accecare e rapire con furia e con un assalto improvviso e insensibile».

Intesi non come un genere letterario, ma come un procedimento analogo a quello degli orafi nel valutare la purezza di un metallo, i Saggi mettono alla prova i pensieri e umori nel loro incessante variare nel tempo, servendosi come reagenti, per rendere evidenti le idee e l’espressione linguistica che le ricopre, di innumerevoli citazioni di autori antichi e moderni. Questa colossale edizione dei Saggi, con il testo originale a fronte dell’«Esemplare di Bordeaux» (1588), si avvale della nuova traduzione di Fausta Garavini e dell’imponente apparato critico di André Toumon. Come volume che inaugura la collana dei «Classici della letteratura europea», diretta da Nuccio Ordine (una delle poche rimaste sul mercato italiano), sarà seguito nell’autunno prossimo dalla prima edizione mondiale de La regina delle fate di Edmund Spencer e dall’unica edizione bilingue in Europa del Don Chisciotte di Cervantes.

C’è da invidiare chi non si è mai accostato ai Saggi: leggere Montaigne è una delle maggiori gioie intellettuali che sia dato provare. Aveva ragione Nietzsche a sostenere che «per il fatto che un tal uomo abbia scritto, è aumentato il piacere di vivere su questa terra».

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3 Comments

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  1. Eva Ritra / Jun 10 2012 12:11 PM

    “Benedetto” Spinoza secondo Bodei…

  2. Eva Arzigogol / Aug 9 2012 2:31 PM

    “Immaginate una pianta rampicante, la voluta descritta dall’anello di Möbius, le spire di una chiocciola, o l’elica prodotta da una tromba d’aria. Analogamente a questi fenomeni, il libro di Montaigne si avvita su di sé, si nutre della sua propria forma, e monta, sale, si espande. Lo prova, per esempio, la sua singolarissima struttura “geologica”. I Saggi sono infatti formati da tre strati successivi: il testo dell’edizione apparsa nel 1580, le aggiunte dell’edizione del 1588 e le integrazioni che l’autore annotò in margine a un esemplare di quest’ultima”.

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  1. Epicuri de grege « Abeona forum

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