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Monday, 25 June , 2012 / ermes

Vitando


Vale a dire, in pochi (troppo pochi) scorci… le sofferenze imposte ad uno tra i più grandi maestri (di filosofia, storia, spirito religioso…) del Novecento. L’unico, tra i docenti universitari italiani che rifiutarono di giurare fedeltà al Fascio, cui la neonata Repubblica democratica proibì di riacquistare la cattedra. Troppo scandalo -di qua e di là dal Tevere- per le sue parole, la sua preveggenza, il suo dolore costretto in corpore vili.

Dopo le condanne del 1916 e del 1921, rimessosi dalla grave malattia, Buonaiuti dette l’impressione di voler riprendere la strada su cui da tempo, verosimilmente fin dall’inizio, si era incamminato, di contribuire al profondo rinnovamento sul piano storico ed esegetico del cattolicesimo e della Chiesa, esprimendo peraltro una ferma volontà di restare legato all’uno e all’altra. La cattedra di Storia del cristianesimo nella Università di Roma conseguita nel 1915 dava certo maggiore forza e prestigio alla sua iniziativa.

Una sfida di questo genere non poteva che suscitare un’altrettanto forte iniziativa di contrasto e di condanna da parte delle autorità ecclesiastiche. Da tempo in Sant’Offizio erano pronte le ponenze, ovvero i resoconti e i riassunti documentati dell’attività di Buonaiuti, a cui [si] lavorava infaticabilmente (…) insieme in particolare ad Agostino Gemelli, e al gesuita padre Enrico Rosa, direttore de “La Civiltà cattolica” (…)

Insomma, in Sant’Offizio ormai si lavorava per arrivare, nei confronti di Bonaiuti, a una risoluzione definitiva. Giungevano notizie di riunioni in case private di studenti e studentesse attorno a lui, secondo una consuetudine [di diffamazione] da tempo avviata (…) E’ evidente che la ragione di questa particolare attenzione era la individuazione in Buonaiuti dell’elemento più forte culturalmente, più accanito e mai domo, nello sforzo di rinnovamento della esegesi storica del cristianesimo e del cattolicesimo, l’unico in grado di costruire una “scuola” e di avere una eco nell’opinione pubblica italiana.

Intanto Buonaiuti si era sforzato (…) di riprendere il discorso respingendo l’accusa di aver negato “il dogma più venerando della vita liturgica nel Cristianesimo”, cioè l’eucarestia (…) Con una lettera al papa che naturalmente non aveva avuto risposta, Buonaiuti aveva chiesto di essere riammesso alla comunione ecclesiastica, ma al tempo stesso aveva ribadito la necessità della sua libera attività scientifica. In una lettera successiva, Gasparri, cui Buonaiuti riconosceva “animo di pastore”, gli aveva spiegato che l’autonomia scientifica che egli rivendicava di fronte al magistero infallibile della Chiesa era una eresia espressamente condannata. E Buonaiuti aveva ribadito che l’indagine critica non poteva mai essere in contrasto con l’essenza della vita cristiana, ma poteva essere in contrasto con postulati di scuole e di sistemi che non erano la genuina tradizione della fede cristiana, alludendo alla Scolastica e al tomismo. La discussione con Gasparri continuò a lungo con ripetute conversazioni, dalle quali Buonaiuti comprese pienamente che si voleva il suo abbandono della cattedra universitaria, “prospettiva lugubre di una rinuncia”, mentre lui considerava l’insegnamento “una esplicazione della mia vocazione sacerdotale” (…)

La rivista dei Gesuiti avrebbe continuato ancora i suoi attacchi negli anni successivi, coprendo di insulti Buonaiuti (…) come “eretico dichiarato”, “modernista impenitente”, “autore di libri blasfemi, scandalosi e razionalistici”, “affetto dall’isterismo di un’indole femminile, infelice apostata” (…) A questi insulti Buonaiuti avrebbe replicato, rispondendo per le rime ma anche interrogando: “Voi, padre Rosa, comparirete un giorno al cospetto di Dio. Siete proprio sicuro che la vostra posizione sia più invidiabile della mia?” (…)

Così, il 18 marzo 1924 il Sant’Offizio, con una lunga motivazione (…) dichiarava Buonaiuti sospeso a divinis, condannava tutti i suoi libri e scritti, e gli interdiceva di continuare a scrivere e insegnare in materia attinente alla religione (…)

Dopo varie consultazioni all’interno del Sant’Offizio, la Congregazione, avanzate le solite premesse di continuità dell’atteggiamento di Buonaiuti, e fermo restando il precedente decreto, deliberava, il 30 gennaio 1925, che Buonaiuti doveva essere scomunicato nominatamente, personalmente ed “espressamente vitando”, e privato, secondo il canone 2300 del Codice di diritto canonico, del diritto di vestire l’abito ecclesiastico, con tutti gli effetti penali che ne sarebbero derivati, condannando e proscrivendo tutte le sue nuove pubblicazioni (…) ammonendo i fedeli a guardarsi da questo traviato sacerdote e a non lasciarsi ingannare dalle sue dottrine e dai suoi insegnamenti. A parte si comunicava alla Segreteria di Stato la sentenza di deposizione dell’abito ecclesiastico emanata contro Buonaiuti affinché fosse mandata a esecuzione mediante l’autorità civile. Non erano ancora iniziate le trattative per il Concordato fra Chiesa e Stato fascista, ma la Chiesa già presumeva di tornare a esercitare sullo Stato quel braccio secolare che per secoli aveva sostenuto le sue spesso cruente sentenze.

Secondo quanto è stato ricostruito, Buonaiuti, temendo una condanna di questo tipo, aveva chiesto all’università il collocamento in aspettativa, poi mutato in congedo straordinario di un mese, che gli era stato concesso. Ma nel momento di riprendere il servizio, il ministro Fedele gli chiese, a nome del governo, di sospendere le lezioni e assumere un incarico extra-accademico, per facilitare le trattative fra l’Italia e la Santa Sede, la quale ultima, verosimilmente, aveva posto come condizione per il buon esito delle trattative, l’allontanamento definitivo di Buonaiuti dalla cattedra di Storia del cristianesimo. Buonaiuti accettò l’incarico di lavorare al catalogo delle opere agiografiche della Biblioteca Vallicelliana di Roma e più tardi quello di curare l’edizione delle opere di Gioacchino da Fiore.

Egli fu molto colpito dalla cosiddetta “scomunica maggiore”. Ma poi scrisse:

Io, ad ogni modo non lasciai neppure ora la mia insegna sacerdotale. Rimasi nel mio ordine di idee: mi mantenni saldo e immobile nei miei propositi. La indelebilità del sacerdozio mi appariva tuttora cosa superiore a qualsiasi ostracismo inquisitoriale. E, sempre convinto che un sacerdozio indelebile possedesse eterno e incancellabile il diritto di esibire al pubblico la tessera per il suo riconoscimento, mi confermai nell’intenzione di conservare il segno esteriore del mio sacerdozio … Il Decreto che mi additava ai fratelli della mia tradizione e della mia Chiesa come scomunicato vitando non mi sottrasse un’amicizia, non fece il vuoto intorno a me … Posso dire che la rete delle mie amicizie si moltiplicò, al contrario, più fitta e più fervida intorno a me”. (E. Buonaiuti, Pellegrino di Roma. La generazione dell’esodo, a cura di M. Niccoli, introduzione di A. C. Jemolo, Laterza, Bari 1964, pp. 249-250 e passim.)

(…) E’ in questa fase così difficile e tormentata che Buonaiuti ricevette una intelligente lettera del suo antico amico, da molto tempo uscito dalla Chiesa, Salvatore Minocchi. Questi aveva letto l’opuscolo Una fede ed una disciplina, e rimproverava a Buonaiuti quello che riteneva un tentativo di ripudio del suo passato modernistico, affermando invece che quei tempi che lui aveva vissuto con e prima di Buonaiuti

costituirono il momento solenne in cui l’anima nostra giovanile si levò, di tra le scorie di una tradizione teologica destinata a scomparire dalla civiltà, per raggiungere viepiù alta una fede con una più vasta visione del principio cristiano … rimproverandogli che non vi sia, per il mondo contemporaneo, altra via di salute che in un ritorno puro e semplice alle vecchie tradizioni religiose, anzi teologiche del Medioevo … per cui si avverte sempre in te … una perenne e spiacevole duplicità, contraddizione del linguaggio del mistico devoto e dello storico spregiudicato, perciò un linguaggio sempre oscuro e incomprensibile. La Chiesa è un’istituzione veneranda … destinata a fare un gran bene. Ma l’idea di poterla riformare perché risponda a tutte le esigenze religiose e morali del tempo nostro non è che un’illusione … La Chiesa non ha bisogno da noi di apologie che non possono convincer nessuno. Ma, oltre i suoi vasti orizzonti, vi è pure una società umana che muove incontro al proprio destino. E’ un’accolta infinita di animi liberi, intenti a perseguire ideali di godimento e di felicità che sovente, troppo sovente, sono in contrasto con quelli religiosi; come se la religione altro non fosse che una dolorosa servitù dello spirito e del corpo. Sono essi, i ribelli al passato, i ribelli tante volte a ogni fede, ad ogni virtù, cui può esser giovevole o, anzi, doverosa la testimonianza di fede sincera che fu, per amore di una verità più sublime, ribelle alla teologia della Chiesa. E se tu non puoi essere utile al cattolicesimo ecclesiastico, puoi giovare però grandemente alla Patria italiana, e per essa alla causa del Cristianesimo … Non so … se tu realmente ti senti disposto a fare il gran passo della tua libertà e a lasciarti perdonare dal mondo … i molti sacrifizi della verità, che tu hai consumati sull’altare del tuo amore alla Chiesa. Anzi, dubito che tu possa farlo; mi sembri di esser riuscito a convincerti troppo della tua particolare idea conciliativa della fede cattolica, e me ne dolgo. Mi basta di dirti, però, che se un giorno uscirai dalla Chiesa per entrare nel mondo, non ti troverai nel deserto, ma in mezzo alla Patria comune: e nel nome di essa potrai continuare il tuo libero apostolato cristiano. Sarà la tua redenzione. E quel giorno sarà di letizia per molti; fra quelli, per il tuo compagno di idee, un tempo, ed anche un po’ tuo maestro.

(…) Ma era una via ormai chiusa per sempre, per Buonaiuti. Il quale nel 1928 scriveva al papa una commossa lettera in cui affermava che tre anni dopo la sua mirabile enciclica Quas primas (…) egli soffriva la pena di sentirsi separato dalla Chiesa, mentre si avvicinava il venticinquesimo anno della sua ordinazione sacerdotale. In realtà forse Buonaiuti non si rendeva conto che la Quas primas dell’11 dicembre 1925 rivendicava a Cristo uomo la qualifica di re e la triplice potestà legislativa, giudiziaria ed esecutiva, affermando che si trattava di un regno essenzialmente spirituale, ma che non poteva non estendere il suo potere su tutte le cose temporali. Era, dopo le distruzioni e le trasformazioni della prima guerra mondiale, il punto più alto di affermazione da parte della Chiesa di un potere su tutte le nazioni, di un riconoscimento da parte di esse del ruolo direttivo della Chiesa, società perfetta (…)

Comunque era una pena, quella di Buonaiuti, probabilmente confortata dalla comunità di giovani allievi, di ragazzi e ragazze che condividevano i suoi discorsi e i suoi riti cristiani nell’eremo di San Donato, presso il Sacro Speco, vicino a Subiaco. Vi erano anche gli allievi un po’ più anziani, il professor Ambrogio Donini, Alberto Pincherle, Alberto M. Ghisalberti.

(…) Nel 1933 Buonaiuti pubblicò un libro su La Chiesa romana (…) che nello stesso anno fu favorevolmente recensito da Salvatorelli (…) e sul quale il giudizio del Sant’Offizio fu molto sbrigativo. “L’autore (…) – scriveva la Congregazione – pretende di mostrare che la Chiesa Romana non solo ha un’origine umana, ma che oggi essa attraversa un periodo di decomposizione preagonica”. “Essa conserva ancora – scriveva Buonaiuti – alcune risorse spirituali ed elementari vitali, ma è facile prevedere che assai difficilmente riuscirà a scuotersi e risollevarsi dall’intima paralisi da cui è colpita. Immensa compagnia di assicurazione sui rischi di oltre tomba, la Chiesa Romana è ridotta ad un organismo mastodontico, apparentemente fortissimo, ma interamente arido, meccanico. Vegeta sui relitti del passato … Vive di rimpianti e di nostalgia, senza comprendere i bisogni dei nostri tempi”.

Buonaiuti sottolineava le principali cause di decomposizione della Chiesa: l’accentramento della Curia romana nel campo teologico, culturale e disciplinare; la metafisica medievale e aristotelica cristallizzate; la casistica burocratica della Curia romana; l’arrembaggio mondano e mercantile della diplomazia pontificia, soltanto preoccupata di successi effimeri ed esterni; l’autocratismo del Romano Pontefice, circondato dal servidorame orientalista della Corte pontificia, negata a ogni tenerezza e condiscendenza; la prevalenza, specie in Roma, dei Gesuiti, che hanno nelle mani i quattro quinti dell’insegnamento teologico. Un giudizio certo molto aspro, ma per molti aspetti assai acuto. Lo stesso giorno del giudizio del Sant’Offizio, il 26 gennaio, il libro fu inserito senza indugio nell’Indice dei libri proibiti.

(…) il 17 maggio 1944 un provvedimento di carattere più generale mise all’Indice tutti gli scritti pubblicati da Buonaiuti dal 26 marzo 1924 al[lo stesso] 17 maggio 1944.

(Guido Verucci, L’eresia del Novecento. La Chiesa e la repressione del modernismo in Italia, Torino 2010 – pp. 113-5, 117, 119-23, 129)

5 Comments

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  1. Eva Irrid / Jun 25 2012 6:17 PM

    Nel maggio del 1934 (…) l’editore Guanda di Modena pubblicò quasi contemporaneamente, nella collana Problemi d’oggi, due libri di contenuto religioso, che ebbero entrambi un grandissimo successo. Il primo era un libro di Buonaiuti (…) Il Vangelo e il mondo, e il secondo era di Adriano Tilgher, scrittore intelligente e brillante, antifascista e anti-idealista, intitolato Cristo e noi (…)

    La pubblicazione di questi due scritti, l’eco nella stampa, i riassunti dei giornali, volgarizzarono in questo caso le esegesi della Scrittura svolte dai modernisti. La critica storica moderna aveva mostrato nel modo più indubbio e sicuro che il cristianesimo non fu mai la religione bandita da Gesù, che Gesù non pensò mai di presentare se stesso come oggetto di culto e come centro di una nuova religione, che il culto di Gesù e il cristianesimo come religione particolare sorse dopo la morte di Gesù, in seguito alle presunte visioni dei credenti in lui, i quali credettero di vederlo risorto, e che è necessario non confondere il messaggio di Gesù e la religione in cui Gesù credette, che fu quella ebraica depurata, con la religione di cui egli, senza prevederlo né volerlo, divenne l’oggetto e il centro. Le due pubblicazioni gettarono nel panico l’arcivescovo di Modena, che scrisse al pontefice, al capo del governo italiano, al nunzio apostolico presso il re d’Italia, all’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, al prefetto di Modena, al sottosegretario del ministero dell’Interno, per denunciare la grave offesa alla religione cattolica che era stata fatta dai due scritti, ricordando che il capo del governo aveva espressamente dichiarato che non voleva fosse minacciata l’unità religiosa della nazione e aveva di fatto considerato il cattolicesimo la religione di Stato. Chiedeva che tutti vigilassero perché il fatto non avesse la “triste sequela” che avrebbe potuto avere. L’arcivescovo pregava il questore di togliere le due pubblicazioni dal commercio, ma il questore era in attesa di ordini da Roma. La più importante reazione al fatto fu il decreto di condanna dell’arcivescovo di Modena [medesimo] per entrambi gli scritti, decreto che il papa dispose fosse pubblicato su “L’Osservatore Romano”.

    (idem, pp. 123-5)

  2. Eva Esclud / Jun 29 2012 7:23 PM

    E poi ancora, nel libro: Umberto Fracassini, Francesco Mari, Giovanni Semeria, Tommaso Gallarati Scotti, Francesco Ferrari, Brizio Casciola, Giovanni Genocchi, Mattia Federici, Bacchisio Raimondo Motzo, Giuseppe Filograssi, Angiolo Gambaro, Primo Vannutelli, Alessandro Ghignoni, Antonino De Stefano, Pietro Antonio Stoppani…

    E altri dialoghi ancora: con Antonio De Viti De Marco, Antonio Fogazzaro, Umberto Zanotti Bianco, Stefano Jacini, Alfred Loisy, Raffaello Morghen, Raffaello Lambruschini, Carlo Sforza…

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