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Friday, 17 August , 2012 / ermes

“…non vi fusse stampa”


“I primi elenchi di libri proibiti cominciarono a circolare precocemente in sede locale, fino all’Indice pubblicato nel 1549 a Venezia dal nunzio Giovanni Della Casa, al rigorosissimo Indice di Paolo IV del 1558, all’Indice tridentino del 1564, a quello di Clemente VIII del 1596: compito di tale importanza e di tali dimensioni da convincere Pio V, il papa inquisitore per eccellenza, a istituire nel 1571 una nuova congregazione cardinalizia, destinata appunto a questo compito”.

Diritto finito all’Indice

Massimo Firpo sulla scorsa Domenica del Sole

La risposta della Chiesa di Roma alla sfida della Riforma protestante fu lenta e difficoltosa. Troppe fragilità personali, troppa distanza da ogni autentica sensibilità religiosa, troppi interessi fiorentini avevano impedito ai papi medicei, Leone X (1514-1521) e Clemente VII (1523-1534) di promuovere qualche significativo rinnovamento pastorale e istituzionale, e anche lo sfrenato nepotismo del loro successore, Paolo III Farnese (1534-1549), fu ben lungi dal segnare una svolta.

Ciò contribuisce a spiegare perché solo nel 1542, ben 25 anni dopo le tesi di Wittenberg, fosse istituito il Sant’Ufficio dell’Inquisizione romana, con il compito di debellare ogni forma di dissenso religioso, e solo nel 1546 potesse infine riunirsi il concilio di Trento, destinato tuttavia a concludersi solo nel 1563. Le istanze della repressione precedettero dunque quelle della riforma della Chiesa in capite e in membris, e ne segnarono profondamente la presenza e il ruolo sociale, il magistero dottrinale, gli orientamenti politici, l’identità storica lungo tutto l’arco di una Controriforma destinata a durare fino al concilio Vaticano II.

Tra i compiti primari di questo capillare controllo della vita religiosa, com’è ovvio, emerse l’esigenza di sorvegliare la circolazione dei libri, quel possente strumento di diffusione delle idee che lo stesso Lutero aveva definito come l’ultimo e il più grande dono di Dio, con il quale aveva voluto far conoscere «fino ai confini del mondo» la vera fede di un cristianesimo rinnovato. I primi elenchi di libri proibiti cominciarono a circolare precocemente in sede locale, fino all’Indice pubblicato nel 1549 a Venezia dal nunzio Giovanni Della Casa, al rigorosissimo Indice di Paolo IV del 1558, all’Indice tridentino del 1564, a quello di Clemente VIII del 1596: compito di tale importanza e di tali dimensioni da convincere Pio V, il papa inquisitore per eccellenza, a istituire nel 1571 una nuova congregazione cardinalizia, destinata appunto a questo compito.

Un compito immane e di fatto impossibile, che esigeva di fronteggiare una marea di libri sempre crescente e ovunque pullulante, al punto da indurre il cardinale Roberto Bellarmino, diventato poi san Roberto Bellarmino dottore della Chiesa, ad affermare mestamente che sarebbe stato opportuno che per molti anni «non vi fusse stampa» e ad ammettere che i censori romani riuscivano a stento e tra molte falle ad arginare la diffusione dei libri eterodossi soltanto al di qua delle Alpi, «almeno qui dove potiamo». L’Italia diventava così l’ultima e assediata cittadella della fede cattolica, poiché in Spagna agiva un’Inquisizione controllata dalla corona (e quindi sensibile alle sue esigenze politiche e giurisdizionali) e in Francia pluralismo religioso e istanze gallicane facevano diga al centralismo romano e impedivano che le autorità romane diventassero «signori di libri», domini librorum, come denunciava Paolo Sarpi. Un compito tanto più impossibile, infine, in quanto occorreva distinguere tra libri da condannare e libri da espurgare, libri del tutto erronei e libri non privi di errori, e ancor più perché il dilatarsi del concetto stesso di eresia dalla teologia alla filosofia (il platonismo), alla scienza (Galileo), alla letteratura, alla pseudosantità, al diritto finiva con l’estendere di fatto a tutta la produzione tipografica una sorveglianza destinata a diventare sempre più illusoria e velleitaria con il passare del tempo.

Ad essere coinvolti in questa debole quanto ossessiva prassi censoria furono anche i libri giuridici, come spiega in questo saggio Rodolfo Savelli, storico del diritto attentissimo alla contestualizzazione storica e quindi capace di cogliere con finezza le ragioni specifiche delle censure ecclesiastiche, dal «lento avvio» cinquecentesco fino al tramonto nell’età dei Lumi, quando esse finirono con il perdere di credibilità e valore, fino a diventare oggetto di scherno, nella convinzione che a Roma si proibisse «tutto ciò che non è Bellarmino».

Libri che incrociavano una molteplicità di temi particolarmente sensibili per le autorità religiose, come il prestito a interesse, per esempio, o le prerogative statali, l’amministrazione della giustizia e le immunità, il foro ecclesiastico, i matrimoni, questioni delicate, che rischiavano di sconfinare sul terreno sempre più dilatato dell’eresia: i libri che difendono «l’autorità temporale del principe», scriveva ancora Sarpi, sono «dannati e perseguitati più degli altri». A ciò si aggiungevano anche gli interessi materiali di tipografi e librai, che traevano profitto dallo smercio di opere che costituivano oggetto di studio nelle Facoltà giuridiche: di qui la particolare attenzione di cui furono fatti oggetto i commentari alle Institutiones, pubblicati a volte con l’esplicita precisazione che in essi era stato omesso tutto ciò che fosse contrario alle norme del diritto canonico.

Ne scaturivano oggettivi limiti di conoscenza e soggettivi scrupoli di coscienza (tali a volte da indurre a chiedere il permesso di leggere libri che non erano proibiti), censure e autocensure, favoritismi ed espedienti, autorizzazioni concesse e negate, all’insegna del costante timore delle autorità ecclesiastiche per la libertà di coscienza, per il discernimento dei fedeli. E intanto già nel Seicento la lista degli autori condannati si dilatava a comprendere numerosi giuristi cattolici, italiani, spagnoli, francesi, anch’essi schieratisi in difesa dell’autorità secolare contro i privilegi e le immunità ecclesiastiche, a dimostrazione di quanto il baluardo dei censori romani cominciasse a dare segni di cedimento.

Da quindici anni a questa parte gli archivi di quella che fu la congregazione dell’Indice sono aperti alle ricerche degli studiosi e numerosi studi ne hanno esplorato l’azione in materia di fede, di morale, di politica, di letteratura: è merito dell’autore di queste pagine aver affrontato il tema cruciale della cultura giuridica, anch’essa passata al vaglio di teologi sensibilissimi alla «ragion di Chiesa» e ossessionati per secoli da «quelli diavoli di Genevra» dai quali ai loro occhi erano nati tutti i mali del mondo moderno.

Rodolfo Savelli, Censori e giuristi. Storie di libri, di idee e di costumi (secoli XVI-XVII), Milano, Giuffrè, pagg. XXXIV-410, € 42,00

8 Comments

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  1. Eva Ripercorr / Aug 18 2012 10:37 AM

    “Il mio interesse per la storia è maturato solo all’Università, anche perché in genere si usciva dal liceo con interessi più letterari che storici. L’unione fra storia e filosofia dell’insegnamento tradizionale nei licei di solito penalizzava la storia, quasi sempre ridotta a una disciplina marginale. Però io ho avuto la fortuna, quando mi sono iscritto alla facoltà di Lettere dell’Università di Torino, di avere come professori alcuni grandi storici, come Giovanni Tabacco per la storia medievale e Franco Venturi per la storia moderna. Ad avvicinarmi a Venturi furono soprattutto interessi che scaturivano dal contesto politico di quegli anni – io mi sono laureato nel 1969, e quindi ho fatto gli ultimi anni di università sullo sfondo del ’68, delle forti tensioni politiche che animavano il movimento studentesco e scuotevano la società italiana. In quel contesto molti della mia generazione hanno vissuto un grande interesse per la storia, che infatti era allora una disciplina in pieno fermento, tra innovazione metodologica e conflitto ideologico. Aggiungo che in questa prospettiva ad avvicinarmi a Venturi era anche il suo passato di militante politico, di combattente nella guerra di Spagna poi spedito al confino dal Fascismo, di partigiano, di direttore del giornale Giustizia e libertà, di addetto culturale a Mosca nel primo dopoguerra quando si era definitivamente consolidato il suo severo anticomunismo, che gli aveva fatto assumere un atteggiamento molto aspro nei confronti del movimento studentesco. In qualche misura ad affascinarmi in lui, oltre alla sua grande statura intellettuale e storiografica, era anche questo coraggio del dissenso di fronte al conformismo politico gauchiste allora dominante. C’era poi nella sua cultura azionista e resistenziale qualcosa di tipicamente torinese, che coinvolgeva per esempio il ruolo assunto in quegli anni dalla casa editrice Einaudi, allora all’avanguardia anche nel diffondere in Italia i grandi maestri della cultura francese.

    “(…) Io sono stato iscritto per qualche anno all’allora glorioso Partito comunista italiano, ma penso che sotto quell’apparato di cultura e di retorica, di grande tradizione ed efficiente organizzazione, di consolidata teoria e di prassi politica, ci fosse senza dubbio la grande passione dei suoi militanti, ma alla fin fine un progetto politico sostanzialmente ambiguo e povero, per di più paralizzato dall’immobilismo degli equilibri internazionali, come poi si vide all’indomani del crollo del comunismo sovietico, quando tutto parve dissolversi nel nulla. Non posso dimenticare che proprio a ministri espressi dalla tradizione del partito comunista siamo stati debitori di una baldanzosa tanto quanto ottusa distruzione del sistema pubblico dell’istruzione in ogni ordine e grado, con particolare riferimento all’università, senza tuttavia dimenticare che tale distruzione ha poi trovato nei professori (coloro che avrebbero dovuto difenderla) i suoi più accaniti operatori. Il discorso sarebbe lungo, e qui mi fermo. Anche questo mi pare che sia un segnale piuttosto evidente di come il rapporto tra politica e cultura dei partiti di allora fosse tutto ideologico, fatto più di principi astratti che di progetti razionali.

    “(…) L’interesse per il dissenso religioso è scaturito da quello stesso contesto politico nel quale io sono cresciuto: cioè si studiavano gli oppositori, i radicali, i “contestatori”, come si diceva allora, e per converso le istituzioni repressive, l’Inquisizione, la censura. C’era alle spalle una tradizione che proveniva da grandi maestri della tradizione italiana, come Federico Chabod e Delio Cantimori, e si innestava su un filone laico della storiografia italiana che apparteneva anche alla mia cultura, sensibile alla storia delle minoranze, degli oppositori al ruolo dominante della Chiesa e al loro ruolo di avanguardia intellettuale e politica. Non è un caso che la mia generazione abbia prodotto una quantità di studiosi di grande livello – da Carlo Ginzburg ad Adriano Prosperi a tanti altri – che si sono dedicati a questi argomenti, al punto che mi è stato riferito che un commissario a un recente concorso è sbottato, non senza qualche buona ragione: “Ma insomma,basta con questa Inquisizione! (…)”.

    “In realtà non credo che esista alcun hortus conclusus per nessuno, e penso invece che sia bene confrontarsi sui problemi e i risultati della ricerca piuttosto che sulle premesse metodologiche e sulle astratte specificità disciplinari. Ma so bene che lo storico è una brutta bestia, guardato con diffidenza se non franca antipatia, perché è una sorta di onnivoro scienziato del passato, e quindi della cultura, perché tutto è storia e nulla è fuori dalla storia. Per questo un grande storico come Marc Bloch aveva definito lo storico come l’orco che si muove famelico in tutte le direzioni in cui sente l’odore di carne umana, senza porsi troppe domande sul fatto che quella carne umana sia quella di un condottiero militare, di un letterato, di uno scienziato, di un intero popolo o di un piccolo o grande pittore: sempre di carne umana si tratta.

    ” (…) quegli studi inquisitoriali sono diventati tra i temi più dibattuti della storiografia italiana anche perché hanno affrontato problemi cruciali nella storia del nostro paese, ricchi di molteplici articolazioni per ripercorrere i difficili rapporti tra Chiesa e Stato, i confini tra libertà e autorità, le forme di autonomia e di dissenso di grandi intellettuali così come di gente semplice e incolta, le forme individuali e collettive di sentire e praticare la vita religiosa ecc. Per quanto da usare con cautela (come tutte le altre del resto), occorre tener presente che le carte inquisitoriali sono tra le fonti più affascinanti che possano capitare sotto gli occhi di uno storico, che vi trova spesso in presa diretta la voce degli uomini del passato. La stessa apertura degli archivi del Sant’Uffizio ha provocato uno spostamento del centro dell’attenzione dagli eretici agli inquisitori, per così dire, dalle forme e manifestazioni del dissenso alle strutture del controllo e della repressione, dagli individui all’istituzione. E su questo terreno molto ancora resta da fare, come anche su quello del ruolo del Sant’Uffizio nei secoli successivi al Cinquecento. C’è lavoro per tutti, insomma, sia per chi voglia continuare a coltivare campi rivelatisi fecondi, sia per chi intenda dissodare nuovi terreni. Ma ciò che conta, alla fine, è solo il raccolto che ne viene fuori.

    “(…) Di romanzi ne leggo pochissimi, perché mi annoio da morire a leggere romanzi: trovo che le storie vere siano molto più interessanti e non capisco perché la gente debba perdere il proprio tempo a leggere storie inventate. Lo dico ingenuamente, consapevole del fatto che è un discorso rozzo e primitivo. Ma tant’è, per me è così. Libri che mi hanno segnato ce ne sono, certamente: alcuni classici della storiografia francese che ho letto quando ero studente, I re taumaturghi di Bloch, La Franca contea di Febvre; anche il Mediterraneo di Braudel mi piacque molto. Ma, per strano che possa apparire, mi piacque molto anche un libro molto più tradizionale e senza dubbio pieno di difetti che lessi per preparare l’esame di Franco Venturi, che erano le 1200 pagine dell’Età moderna di Giorgio Spini, un manuale per l’università scritto magnificamente, anche se in una prospettiva alquanto faziosa nella sua continua apologia del protestantesimo. Ma per uno studente che veniva dai manuali di liceo fu una vera scoperta. E poi gli scritti su Machiavelli e su Milano di Federico Chabod, gli Eretici italiani di Cantimori, i primi volumi del Settecento riformatore sul quale Franco Venturi teneva i suoi corsi durante il mio primo apprendistato, quando scrivevo la tesi di laurea e poi quando cominciai a collaborare con lui. La prima cosa che mi chiese fu di tenere un corso parallelo al suo, che quell’anno era sulla Russia dai decabristi ai bolscevichi; e lo feci, con grande imbarazzo e timore: conservo ancora una copia delle dispense per gli studenti che allora feci stampare dal titolo Rivoluzione nazionale e questione contadina nella Polonia dell’Ottocento. Non ne sapevo nulla, ma qualcosa imparai”

  2. Eva Apparent / Aug 20 2012 1:35 PM

    Recensione al libro di Gigliola Fragnito, Cinquecento italiano edito per i tipi del Mulino.

  3. alberto / May 15 2013 11:26 PM

    Bell’articolo, molto utile! Stavo facendo le mie belle letture di post pre-nanna, dove lasciare qualche commento, con la speranza di ritorni sul mio blog, quando ho letto questo articolo! Grazie delle dritte!!!

  4. ditta-traslochi / May 15 2013 11:26 PM

    Continuate così, bravi!

  5. simona / Dec 20 2013 6:34 PM

    Thanks for the nice weblog. It was very useful for me. Maintain sharing such ideas in the foreseeable future as well. This became actually what I was looking for, that i’m glad to came right here! Thanks for sharing the such information with us

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