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Saturday, 25 August , 2012 / ermes

De relato


Interessantisssima recensione di Nuccio Ordine sul Corsera dello scorso 21 luglio:

Albert Einstein, un gigante sulle spalle di molti nani

La storia della scienza non è fatta solo di nani sulle spalle di giganti ma è fatta anche di giganti sulle spalle di “nani”»: Jürgen Renn, direttore dell’istituto Max Planck per la Storia della Scienza di Berlino, ha impiegato anni di ricerche per ricostruire l’ambiente culturale e scientifico in cui Albert Einstein ha concepito e realizzato le sue grandi scoperte. I risultati di questo lavoro sono confluiti in un importante volume ora pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri (Sulle spalle di giganti e nani. La rivoluzione incompiuta di Albert Einstein, pp. 361, € 30, traduzione di Giuseppe Castagnetti, Massimiliano Badino, Arianna Borrelli).

Il titolo evoca il celebre aforisma che, secondo il racconto di Giovanni di Salisbury nel suo Metalogicon, avrebbe coniato Bernardo di Chartres per indicare che chi viene dopo ha il vantaggio di vedere più lontano perché sale sulle spalle di coloro che l’hanno preceduto. Un aforisma che — indipendentemente dalla questione di chi sia stato veramente il primo a inventarlo — ha conosciuto una lunga storia dal Medioevo al Rinascimento, dal Seicento al Novecento attraversando i saperi più diversi: dalla teologia alla filosofia, sino al dibattito sulla scienza.

Jürgen Renn, partendo proprio dall’esperienza umana e intellettuale di Einstein, ha voluto invece ricostruire la storia di quei «nani» che hanno permesso al gigante scienziato, nei suoi studi pubblicati nel 1905 e nel 1915, di formulare le sue grandi scoperte sui concetti di moto, gravità, materia, tempo, spazio. Innamorato dell’Italia e affermato studioso del Rinascimento, il direttore dell’Istituto Max Planck accetta volentieri di raccontare al «Corriere» le sue ventennali ricerche sul teorico della relatività. «I miei colleghi e io abbiamo cercato di capire — esordisce — come l’aforisma dei nani e dei giganti, rilanciato anche da Newton, non fosse sufficiente a spiegare in maniera corretta il complesso e complicato percorso della scienza. L’attenzione non può essere focalizzata solo sui nani-giganti, il cui ruolo fondamentale è stato, volta per volta, riconosciuto nella storia. Esiste anche un mondo sommerso di “nani”, spesso sconosciuti, che hanno permesso ai nani-giganti di operare le loro straordinarie rivoluzioni. Il caso di Einstein è un esempio eclatante per documentare questo processo».

«Basta ricostruire — continua lo studioso tedesco — il milieu della fantasiosa Accademia Olimpia: qui, a partire dal 1902, Albert frequenta Conrad Habicht e Maurice Solovine. Sono anni intensi di discussioni sulla letteratura (Cervantes e Dickens), sulla filosofia (Spinoza e Hume), sulle metodologie della scienza contemporanea (Mach e Poincaré)». Senza il libero dialogo con questa stimolante comunità, sarebbe stato difficile affrontare in maniera non convenzionale una serie di questioni scientifiche vitali.

«Oltre alla preziosa amicizia con Marcel Grossmann — aggiunge Renn— anche l’esperienza vissuta all’Ufficio Brevetti di Berna ha giocato un ruolo fondamentale. Einstein ha avuto modo di frequentare amici come Mileva Marig e Michele Besso. Non a caso Besso, sconosciuto ingegnere senza successo, sarà ringraziato da Albert nel primo articolo sulla relatività del 1905».

Idee decisive, insomma, possono anche venir fuori da conversazioni in cui si abbattono i confini tra discipline e, soprattutto, si mettono in discussione i dogmi più accreditati. «In quei fecondi scambi — insiste Renn— era evidente il rifiuto per i saperi eccessivamente specializzati e per la concezione borghese della morale. Da un eccezionale sognatore come Besso, infatti, Albert riconosce di aver ricevuto sollecitazioni che non avrebbe mai potuto ricevere nell’ambiente accademico tradizionale. Proprio in questo contesto, il nostro scienziato svilupperà una coscienza critica che gli permetterà di coltivare quella sensibilità civile di cui gli anni di Princeton e delle battaglie contro l’atomica rappresentano la vetta più alta».

Ma il caso Einstein si presta anche a discutere una serie di interrogativi fondamentali per la storia della scienza: come è possibile, ad esempio, conciliare il progressivo sviluppo delle conoscenze con le rivoluzioni scientifiche che, a un certo punto del percorso, mutano radicalmente i paradigmi del sapere? In che maniera la rivoluzione copernicana (il cambiamento dal sistema geocentrico a quello eliocentrico) ha potuto convivere con le teorie accumulate nel corso dei secoli precedenti?

«Einstein — incalza Renn — è protagonista di una di queste grandi rivoluzioni: le sue teorie segnano il passaggio dalla fisica classica newtoniana alla fisica relativistica. Ma questo capovolgimento non implica che le conoscenze accumulate in precedenza vadano perdute: le scoperte di un Galileo o di un Newton sono state, nello stesso tempo, contraddette e confermate».

Il «nuovo» non cancella improvvisamente ciò che lo precede, ma permette di riutilizzare scoperte e strumenti del passato. «Le nostre ricerche — specifica Renn — mostrano come la successione delle teorie scientifiche possa seguire un modello evoluzionistico: nel senso che risultati marginali in teorie anteriori possano poi assumere una centralità in teorie successive. Si pensi, per citare un esempio, alla “variabile strana” per trattare il tempo nell’ambito dell’elettromagnetica, introdotta da Hendrich Lorentz: ciò che poteva sembrare periferico nel sistema del premio Nobel per la fisica, più tardi assumerà invece una rilevante centralità nel nuovo concetto di tempo all’interno della relatività di Einstein».

Lo studioso tedesco ci tiene a ricordare il ruolo importante che diversi ricercatori italiani hanno avuto nel suo Istituto di Berlino. «A questa ricerca collettiva — spiega — hanno dato un contributo notevole anche giovani italiani che negli ultimi due decenni, a vario titolo, hanno collaborato con il Max Planck. L’Italia, del resto, ha sempre avuto un ruolo di primo piano nella storia della scienza: penso a maestri del calibro di Eugenio Garin e Paolo Rossi o, prima ancora, a Favaro. Non si può parlare di scienza senza tener conto del Rinascimento italiano».

Ma il discorso sull’Italia offre l’occasione per qualche considerazione di carattere personale. «Ho conseguito il mio dottorato a Roma con il fisico Giovanni Gallavotti. Ho imparato l’italiano a lezione dal traduttore di questo libro, Giuseppe Castagnetti. Un amore trasmesso a due dei miei figli che parlano perfettamente la vostra lingua».

La rete di relazioni scientifiche intrecciate con tanti italiani e con il Museo Galileo di Firenze, diretto da Paolo Galluzzi, permette a Renn di cogliere anche un elemento di forte contraddizione nel nostro sistema universitario: «I continui tagli alla ricerca e all’istruzione — osserva preoccupato — minacciano seriamente il futuro di un grande Paese come l’Italia. Mi capita spesso di parlare con bravissimi ricercatori italiani disperati che non trovano strutture per accoglierli. Da noi, in Germania, le cose vanno diversamente. Proprio nei momenti di crisi bisogna aumentare i finanziamenti per la ricerca e per la formazione delle future generazioni. Così, al Max Planck, le risorse consentono di sostenere progetti ambiziosi di lunga durata».

. . .

Jürgen Renn (1956) è direttore dell’istituto Max Planck per la Storia della Scienza di Berlino. Insegna storia della scienza all’Università Humboldt e fisica alla Freie Universität di Berlino. A Albert Einstein ha dedicato diversi lavori come il catalogo della mostra (in collaborazione con Fabio Bevilacqua) Albert Einstein. Ingegnere dell’universo (Skira 2005) o il volume The genesis of general relativity (Springer 2007). Il suo ultimo libro, sulla storia della globalizzazione del sapere, è su Internet (http://www.edition-open-access.de/studies/1/index.html).

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