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Tuesday, 25 September , 2012 / ermes

“…interminati / spazi”


Di seguito alcune riflessioni tratte da una recensione di un libro di Predrag Matvejevic, pubblicata da Repubblica lo scorso 17 luglio a firma di Achille Varzi. Quale parametro più arbitrario, nei nostri giudizi, della pretesa di conoscere la vera (e giusta) natura delle cose?

Il confine dei confini

Che cos’aveva di così speciale quel solco d’aratro da costare addirittura la vita al fratello che osò varcarlo? Che cos’aveva di magico la matita con cui Jefferson disegnò i confini dai quali nacquero gli Stati del Nordovest? Com’è possibile che alle potenze coloniali sia stato sufficiente tracciare delle linee su una mappa per spartirsi a tavolino le “terre pagane”? Solco dopo solco, linea dopo linea, i confini hanno invaso le nostre vite e riempito i nostri atlanti. A loro abbiamo asservito le nostre azioni e affidato la nostra storia, le nostre radici, diciamo pure la nostra identità. Da loro dipende il nostro senso di appartenenza a un luogo e per loro abbiamo imparato ad avere rispetto e a pretenderlo dagli altri. Diceva Lord Curzon che i confini sono la lama di rasoio sulla quale giace sospeso il nostro destino di pace e di guerra, ed è davvero così, oggi come sempre: dai conflitti nel Kashmir ai contrasti in Asia Centrale sino alle guerriglie di quartiere, ai litigi tra vicini, ai diverbi sui gol fantasma e sugli arrivi al fotofinish. Da dove viene tutto il potere di queste linee così sottili?

La risposta, ovviamente, è che viene da noi. Ai tempi di Romolo si poteva anche pensare che scaturisse dalla loro presunta sacralità. L’aratro traduceva in solco il volere inesorabile delle divinità. Oggi abbiamo imparato a dire che si tratta di convenzioni, accordi, stipulazioni, e non è un caso che oltre alla matita Jefferson e i colonialisti avessero usato anche il righello. È comunque rischioso prendersene gioco, ma tant’è: almeno sappiamo che il potere dei confini è artificiale. Risiede interamente nell’autorità di chi li traccia e nel consenso di chi li accetta.

(…) Sarà anche il confine più sublime che il Creatore potesse donarci, come diceva Mazzini. Ma resta il fatto che ancora di recente Italia e Svizzera hanno ritenuto di doversi accordare sull’esatta collocazione del confine di stato in considerazione dei mutamenti climatici cui sono soggette le linee di cresta dei ghiacciai e della graduale erosione cui sono soggette le linee di cresta rocciose.

Tutto questo dovrebbe farci riflettere, perché non c’è retorica peggiore di quella che spaccia l’artificiale per naturale. Ma soprattutto dobbiamo riflettere quando dalla geografia passiamo al resto. Perché anche col resto è solo questione di scala. (…) i dibattiti sull’aborto e sull’eutanasia dimostrano che le cose non sono così semplici. Spesso si tratta davvero di decidere se una persona è ancora in vita, così come si tratta di decidere quando una persona comincia propriamente a esistere. Come si fa a negare che i criteri che ci guidano in queste decisioni siano espressione delle nostre credenze, delle nostre teorie, delle nostre convinzioni?

Eccoci così al dilemma di fondo. Nel Fedro Platone faceva dire a Socrate che bisogna smembrare l’essere come un buon macellaio, seguendone le “nervature naturali”, ed è comprensibile che tanto le scienze quanto il senso comune abbiano preso questa ricetta molto sul serio. (…) D’altro canto (…) l’esistenza di vere e proprie venature naturali è un postulato metafisico che oggi più che mai appare dubbio e pregiudiziale (…).

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3 Comments

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  1. Eva Ribad / Sep 29 2012 11:55 AM

    “Che cosa ha restituito a una parte della specie, cioè chi è nato e vissuto in Occidente dopo circa i tre quarti del Settecento, libertà ed eguaglianza? Probabilmente, a parte le condizioni ecologiche favorevoli, è stata l’invenzione della scienza moderna, del libero mercato e del diritto positivo. Che però non assecondano la natura umana. In realtà, creano condizioni lontane dalle preferenze o disposizioni innate. Come la competizione e la libertà economica, che vanno contro la logica degli scambi a somma zero prevalsi fino al mercantilismo e sfidano l’invidia che alimenta la politica dei sentimenti egualitaristi: ma creano ricchezza e quindi risorse da investire anche in tecnologie per migliorare la convivenza sociale. L’uso sistematico del pensiero controintuitivo, diffuso dalla scienza, consente di andare oltre il senso comune, scoprire le leggi che governano i fenomeno naturali e quindi inventare tecnologie per controllarli sempre meglio. Infine, lo stato di diritto, ha spersonalizzato finalmente il potere.

    “Non è stato e non è, quello occidentale, il migliore dei mondi fantasticabili. E il modello politico liberaldemocratico la quadratura politica del cerchio di relazioni socialmente realizzabili. Ma in tutta la storia dell’uomo non trovo esempi di sistemi politico-governativi che abbiano saputo produrre più ricchezza (mediamente meglio distribuita), aspettativa di vita, salute, sicurezza, libertà, eguaglianza e felicità. Bisognerebbe guardarsi dal volere, come chiedono di regola i politici in occidente per guadagnare voti, che qualcuno dei componenti della formula liberaldemocratica venga ridimensionato. Inseguendo progetti astratti o intuizioni che promettono di far andare ancor meglio le cose. Ma che, in realtà, assecondano solo disposizioni che sono certamente naturali e, nondimeno, in se stesse, cioè prescindendo dal contesto e da come vengono regolate, né salutari né buone”.

    (Gilberto Corbellini sul Sole del 12 agosto scorso)

  2. Eva Aggiung / Sep 29 2012 11:56 AM

    Sullo stesso foglio, provocatoria domanda di Rovelli!

    (provocatoria dacché -anche alla luce dell’intervento di Corbellini- seppur Rousseau avesse indovinato il descrivere non per questo sarebbe comunque ‘giusto’ seguir Rousseau quando prescrive…)

  3. Eva Espand / Oct 14 2012 12:36 AM

    Sempre Varzi, su Repubblica del 5 ottobre scorso: La guerra delle mappe.

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