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Sunday, 30 September , 2012 / ermes

Ierocrazia


“…da Costantino a Teodosio, tra la conversione dell’imperatore vittorioso a ponte Milvio nel 312 grazie alla croce (in hoc signo vinces) e gli editti che, a partire da quello di Tessalonica del 380, imposero la fede di Cristo come unica religione ammessa nei confini dell’impero. Fu allora che si determinò la trasformazione della croce da simbolo di martirio e di redenzione in simbolo di potere utilizzato dalle autorità politiche ed ecclesiastiche per la «conquista di corpi e di anime». Fu allora che le parole di Cristo «il mio regno non è di questo mondo» (Giovanni 18, 36) – che nell’età dei Lumi avrebbero suggerito a Voltaire amari commenti sulle tenaci commistioni tra Stato e Chiesa – trovarono una clamorosa smentita nel poderoso affermarsi del nuovo monoteismo trinitario che soppiantò il paganesimo”.

Cristiani da martiri a persecutori

di Massimo Firpo, Sole 24 Ore, 27 novembre 2011

«Chi di spada ferisce di spada perisce», si legge nel vangelo (Matteo 26, 52), e così anche che nessuno ardisca sradicare la zizzania fino al tempo del raccolto (Matteo 13, 30). Ma nel vangelo di Luca (14, 23) si legge anche «costringili a entrare», san Paolo ordina di scacciare «di mezzo a voi quel malvagio» (I Corinzi 5, 13) e lo stesso Gesù proclama di non essere venuto «a portare la pace, ma una spada» (Matteo 10, 34). Si potrebbero elencare altri luoghi evangelici che nel corso della storia hanno offerto contrastanti argomenti ai (pochi) fautori del rifiuto di ogni violenza in materia religiosa, così come ai sostenitori del contrario, e cioè del diritto-dovere di imporre agli altri la vera fede – qualunque essa sia – di cui ci si erge a interpreti e tutori. Del che offre conferma la spettacolare disinvoltura con cui i teologi di tutte le confessioni hanno usato la Bibbia per far dire al Padre eterno ciò che le contingenze politiche rendevano opportuno che egli dicesse, ora per rivendicare ora per negare la tolleranza religiosa a seconda del carattere minoritario o maggioritario della propria Chiesa, cattolica o protestante che fosse. Dai pogrom antiebraici alle persecuzioni degli eretici fino alla torri di New York non si contano le schiere di fanatici convinti di agire in nome del loro Dio e legittimati in tal senso da qualche autorità religiosa. Solo con il Vaticano II, del resto, la Chiesa cattolica ha riconosciuto come inderogabile diritto umano quella libertà di coscienza che ancora nel 1864 il Sillabo di Pio IX aveva definito come un folle «delirio», mero sinonimo di «libertà di perdizione». Ben venga, naturalmente, e onore al merito di coloro che hanno saputo cambiare le proprie opinioni, dando prova ancora una volta di un relativismo storico che, piaccia o non piaccia, è iscritto nella storia del cristianesimo stesso e della sua capacità di adeguarsi al mutare dei tempi.

Sono solo alcune fra le tante riflessioni che scaturiscono da questo denso libro, in cui viene ricostruito il rapido evolversi della nuova religione da Costantino a Teodosio, tra la conversione dell’imperatore vittorioso a ponte Milvio nel 312 grazie alla croce (in hoc signo vinces) e gli editti che, a partire da quello di Tessalonica del 380, imposero la fede di Cristo come unica religione ammessa nei confini dell’impero. Fu allora che si determinò la trasformazione della croce da simbolo di martirio e di redenzione in simbolo di potere utilizzato dalle autorità politiche ed ecclesiastiche per la «conquista di corpi e di anime». Fu allora che le parole di Cristo «il mio regno non è di questo mondo» (Giovanni 18, 36) – che nell’età dei Lumi avrebbero suggerito a Voltaire amari commenti sulle tenaci commistioni tra Stato e Chiesa – trovarono una clamorosa smentita nel poderoso affermarsi del nuovo monoteismo trinitario che soppiantò il paganesimo. Fu allora che la Chiesa – costantiniana o teodosiana che dir si voglia – fondò un potere destinato a durare e a rinsaldarsi nel corso dei secoli, recando impressi sino a oggi i segni di una granitica «autorappresentazione identitaria» che non solo consentiva, ma imponeva la coercizione nei confronti di renitenti alla conversione, dissidenti, scismatici, e con essa il ricorso al braccio secolare di un’autorità civile ormai piegata al primato della fede e della teologia.

È in questo nodo tanto aggrovigliato quanto decisivo della storia dell’Occidente che Filoramo accompagna il lettore con rigorosa competenza e non comune capacità narrativa, tale da consentire anche ai profani di orientarsi nelle convulse trasformazioni della fine del mondo antico, fatte non solo di vicende politiche e militari, ma soprattutto di conflitti di culture, di profonde crisi economiche e sociali, di ridefinizioni radicali di poteri e di ruoli, di nuovi popoli e nuove fedi. La decadenza politico-militare dell’Impero, lo sfaldarsi della sua unità, il dilagare della violenza nella vita quotidiana di tutti fecero da sfondo al radicarsi del cristianesimo, al definirsi del suo impianto dottrinale tra aspre controversie teologiche, eresie, lotte intestine, destinate a intrecciarsi sempre più strettamente con le questioni politiche. Con l’indebolirsi dell’autorità statuale, infatti, i vescovi vennero assumendo un ruolo pubblico riconosciuto dai redditi, dai privilegi e dai compiti loro assegnati dalla legislazione costantiniana (con il loro prevedibile corredo di simonia, rivalità, scontri violenti eccetera), mentre gli imperatori si impegnavano sempre più energicamente nelle controversie religiose per garantire un necessario carattere unitario a quella che si accingeva a diventare una religione di Stato. Se Costantino poteva convocare il concilio di Nicea del 325 prima ancora di essere battezzato, pochi decenni dopo sant’Ambrogio era in grado di teorizzare il principio che l’imperatore è nella Chiesa, e non sopra la Chiesa.

Si impose in tal modo una nuova teologia politica, fondata sulla supremazia del sacerdozio sul regno, che invano l’imperatore Giuliano (l’Apostata) cercò di scongiurare nel suo breve regno con una restaurazione dell’antica religione che finì solo con l’incentivare le persecuzioni contro i pagani dopo la sua morte. Mentre anche la violenza diventava un metodo di conversione, le sottili questioni dogmatiche, le lotte antiereticali, il confronto con la filosofia greca imponevano l’inedita autorità dei teologi (figure sconosciute ai culti precedenti) e davano vita al magistero dei primi grandi padri della Chiesa. Con i decreti conciliari una precisa ortodossia dottrinale si imponeva come legge dello Stato, e di conseguenza l’eresia (alla quale lo scisma veniva omologato) si configurava come un reato politico minaccioso per la stabilità dello Stato. Il Codice teodosiano promulgato nel 438 sancì definitivamente questa criminalizzazione del dissenso religioso. Nel frattempo anche le tenaci persistenze pagane diventavano oggetto di crociata e di conquista da parte «di vescovi zelanti e turbe fanatiche di monaci cristiani» per sostituire il nuovo al vecchio spazio sacro, distruggere gli antichi idoli, insediare le chiese sui templi. In meno di ottant’anni la Chiesa dei martiri si trasformò nella Chiesa dei persecutori, le pecorelle di Cristo si riconobbero nei fautori di un’aggressiva ierocrazia e la frattura fra la città di Dio e la città dell’uomo teorizzata da sant’Agostino venne ricomponendosi nella cornice asimmetrica di un potere civile fattosi sacro e di una Chiesa fattasi potere (ma fonte della propria e dell’altrui sacralità), i cui rapporti strutturalmente conflittuali sarebbero stati ridefiniti senza tregua dalle vicende storiche (e dai teologi) dei secoli futuri. Grandi e decisive vicende di secoli lontani, senza dubbio, che tuttavia aiutano a comprendere – conclude Filoramo – alcuni aspetti dell’odierno riproporsi, pur in forma diversa, di una «concezione ierocratica della Chiesa, con conseguenze preoccupanti, a cominciare dalla violazione della libertà di coscienza dei fedeli in nome del rispetto dei supremi interessi legati ai valori non negoziabili».

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Giovanni Filoramo, La croce e il potere. I cristiani da martiri a persecutori, Laterza, Roma-Bari, pagg. 456, € 24,00

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