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Sunday, 16 December , 2012 / ermes

Inverno arabo?


“Se l’Occidente rinuncia al suo ruolo in questa fase di transizione, gli islamisti ci ruberanno le rivoluzioni. Lo stanno già facendo, anche laddove – come in Siria – la comunità internazionale non ha ancora elaborato una strategia. Per instaurare un modello democratico non basta organizzare un’elezione, non basta creare un Parlamento, non basta favorire la nascita di partiti, non basta addestrare un esercito locale. Non basta cacciare il dittatore. Quello è l’inizio, poi il sistema va aiutato a crescere. Invece si sentono soltanto i piagnistei degli statusquoisti che rimpiangono il passato”.

quo-vadis-arab-spring Non c’è vera pace senza democrazia

di Paola Peduzzi su IL – mensile del Sole 24 Ore, 20 novembre 2012

Dicono che la democrazia è roba da ingenui: sostenere il cambiamento in nome del cambiamento stesso è sciocco. Dicono che le migliaia di giovani che si sono messe a protestare, negli ultimi due anni, in tutto il Medio Oriente e oltre contro regimi decennali sono diventate masse strumentalizzate dagli islamisti – era così facile da capire, cari idealisti democratici, come avete potuto illudervi? Dicono che ogni piccolo movimento nel complesso mondo mediorientale diventa una bomba gettata contro l’Occidente e contro Israele. Dicono che meno si tocca meglio si sta: lo status quo, per quanto tirannico, è da preferire a più libertà e più diritti, tanto alla democrazia non si può arrivare.

Dicono addirittura che la democrazia è diventata un feticcio da salotti buoni, da filosofi francesi con la camicia aperta sul petto (ma non era l’ossessione di un illetterato guerrafondaio texano manovrato da menti nere neoconservatrici?), non certo e non più un piano attuabile. La democrazia è un’aspirazione, dunque. Un’aspirazione da esperti e ideologi che dalla fine degli Anni 90 – ispirati dall’interventismo umanitario di matrice blairiana – si sono messi a brandire i regime change come unica arma di salvezza mondiale. Nel frattempo, la democrazia è diventata aspirazione non di signorotti occidentali seduti in sale conferenze, ma di popoli che non l’hanno mai conosciuta e che ora la desiderano.

Il contagio democratico che faceva sorridere i contegnosi realpolitiker è infine arrivato, dal basso: vogliamo pane, lavoro, libertà, gridavano i ragazzi di piazza Tahrir, in Egitto, sfidando Mubarak e i suoi militari. I movimenti di piazza, in Paesi musulmani in cui gli estremisti non sono mai stati combattuti dai dittatori di cui oggi gli statusquoisti sentono tanto la mancanza, possono essere strumentalizzati. Gli islamisti stessi, quando la Primavera araba iniziava, si erano tenuti in disparte: non sapevano con chi stare, erano scioccati da tanta folla non movimentata da loro. Poi hanno capito come sfruttare la massa e il fattore salafita ha fatto il resto: l’elemento estremista – riccamente sostenuto dal network del terrorismo internazionale – non è mai stato espulso: non ce n’era l’interesse. Ora che gli islamici sono al governo, i salafiti vogliono la loro quota di potere. E per ottenerla bruciano bandiere e ambasciate.

Se l’Occidente rinuncia al suo ruolo in questa fase di transizione, gli islamisti ci ruberanno le rivoluzioni. Lo stanno già facendo, anche laddove – come in Siria – la comunità internazionale non ha ancora elaborato una strategia. Per instaurare un modello democratico non basta organizzare un’elezione, non basta creare un Parlamento, non basta favorire la nascita di partiti, non basta addestrare un esercito locale. Non basta cacciare il dittatore. Quello è l’inizio, poi il sistema va aiutato a crescere. Invece si sentono soltanto i piagnistei degli statusquoisti che rimpiangono il passato. Rimpiangere Mubarak? Il «faraone» che ha sterminato gli oppositori, che ha regalato l’Egitto ai militari, che ha firmato accordi con Israele ma non è mai di fatto riuscito – non ha voluto – controllare il traffico di armi e soldi verso Hamas e alleati? Gli statusquoisti temono che ci sia un’ondata di attentati contro Israele, ma durante il regime trentennale di Mubarak Israele è stato al sicuro? Tutte le mediazioni al Cairo con la regia di Mubarak tra Hamas e Fatah sono servite a pacificare Gaza?

Rimpiangere chi, il colonnello Gheddafi? Il dittatore che ha comprato mezza Libia con favori e l’altra metà l’ha gettata nelle fosse comuni? Il leader africano che ha fomentato il terrorismo, che ha fatto esplodere in volo un aereo con 260 passeggeri? Ci sentivamo più al sicuro quando dalla Libia partivano camion di miliziani per andare a combattere le nostre truppe alleate in Iraq, e Gheddafi lo sapeva e ci distraeva facendo il cascamorto con l’ex segretario di Stato americano, Condi Rice, assicurandole di aver rinunciato all’atomica, quando i magazzini di Tripoli erano pieni di materiale nucleare?

La dittatura non porta la pace, persino i bizzarri signori che conferiscono il Nobel per la Pace e quest’anno hanno pensato bene di darlo all’Ue (bailout occulto, è evidente) lo sanno: la pace arriva con la democrazia. La transizione richiede tempo e il tempo logora le opinioni pubbliche occidentali. Non c’è momento migliore – pensano gli islamisti – per attaccare, e infatti ci attaccano. Ma lo status quo, per loro, è teocrazia, repressione, fame per il popolo. Nel bel mezzo del regime change l’unico errore che si può fare è rassegnarsi, e ritirarsi.

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