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Friday, 2 November , 2012 / NickPolitik

Non ci resta che…

Tra tutti i fondi statali che si possono tagliare, proprio quello di assistenza ai malati di SLA è il più ineludibile?

Ok, abbiamo capito, le spese militari no ed eliminare l’8 per 1000 sarebbe da mangiapreti. Tranquilli, anche se già ci sono gli ingredienti, “SLA” e “8×1000”, per iniziare l’ennesima prolusione sulle contraddizioni di uno stato laico a chiacchiere, vorrei proprio soffermarmi sulla mancanza di inventiva da parte dell’attuale governo.

Ripeto: perché proprio quello sulla SLA? Non per altro, ma almeno si cerchi qualcosa che non la faccia più frignare, la ministra del lavoro. Vi prego, non se ne può proprio più di questa paraculata continua…

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Wednesday, 31 October , 2012 / ermes

A un passo, l’universo mondo

Qui dietro a 500 metri da casa, pazzesco. E vertiginoso. E commovente.

La Volta Sistina compie 500 anni

Ci sono date destinate a rimanere indimenticabili nella universale storia delle arti. Una di queste è il 1508. Quell’anno Giulio II della Rovere un vecchio papa che sembrava amare la politica, la diplomazia e la guerra più di quanto non amasse la pittura, chiama al suo cospetto due artisti. Uno è un ragazzo di appena venticinque anni, Raffaello Sanzio da Urbino, e a lui chiede di dipingergli ad affresco le pareti del suo appartamento privato, le Stanze più famose del mondo, quelle che da allora in poi tutti conosceranno come “di Raffaello”.

L’altro è Michelangelo Buonarroti, giovane uomo di trentatré anni, celebre per i capolavori di scultura (la Pietà di San Pietro, il David di Piazza della Signoria) lasciati a Roma e a Firenze. A quest’ultimo affida la decorazione della volta nella “cappella magna” che quasi trent’anni prima (1481-83) il papa all’epoca regnante, lo zio Sisto IV, aveva fatto affrescare lungo le pareti dai grandi professionisti umbri e toscani di quegli anni; dal Ghirlandaio, dal Botticelli, dal Perugino, fra gli altri.

Incomincia così nel 1508 l’avventura della volta della Sistina, il duello, quasi il corpo a corpo di Michelangelo con gli oltre mille metri quadrati di intonaco da riempire di centinaia di figure. Il contratto è dell’8 Maggio 1508, l’inaugurazione della prima parte, dall’ingresso fino al centro, è del 15 agosto del 1511, del 31 ottobre 1512 la conclusione dei lavori.

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Sunday, 30 September , 2012 / ermes

Ierocrazia

“…da Costantino a Teodosio, tra la conversione dell’imperatore vittorioso a ponte Milvio nel 312 grazie alla croce (in hoc signo vinces) e gli editti che, a partire da quello di Tessalonica del 380, imposero la fede di Cristo come unica religione ammessa nei confini dell’impero. Fu allora che si determinò la trasformazione della croce da simbolo di martirio e di redenzione in simbolo di potere utilizzato dalle autorità politiche ed ecclesiastiche per la «conquista di corpi e di anime». Fu allora che le parole di Cristo «il mio regno non è di questo mondo» (Giovanni 18, 36) – che nell’età dei Lumi avrebbero suggerito a Voltaire amari commenti sulle tenaci commistioni tra Stato e Chiesa – trovarono una clamorosa smentita nel poderoso affermarsi del nuovo monoteismo trinitario che soppiantò il paganesimo”.

Cristiani da martiri a persecutori

di Massimo Firpo, Sole 24 Ore, 27 novembre 2011

«Chi di spada ferisce di spada perisce», si legge nel vangelo (Matteo 26, 52), e così anche che nessuno ardisca sradicare la zizzania fino al tempo del raccolto (Matteo 13, 30). Ma nel vangelo di Luca (14, 23) si legge anche «costringili a entrare», san Paolo ordina di scacciare «di mezzo a voi quel malvagio» (I Corinzi 5, 13) e lo stesso Gesù proclama di non essere venuto «a portare la pace, ma una spada» (Matteo 10, 34). Si potrebbero elencare altri luoghi evangelici che nel corso della storia hanno offerto contrastanti argomenti ai (pochi) fautori del rifiuto di ogni violenza in materia religiosa, così come ai sostenitori del contrario, e cioè del diritto-dovere di imporre agli altri la vera fede – qualunque essa sia – di cui ci si erge a interpreti e tutori. Del che offre conferma la spettacolare disinvoltura con cui i teologi di tutte le confessioni hanno usato la Bibbia per far dire al Padre eterno ciò che le contingenze politiche rendevano opportuno che egli dicesse, ora per rivendicare ora per negare la tolleranza religiosa a seconda del carattere minoritario o maggioritario della propria Chiesa, cattolica o protestante che fosse. Dai pogrom antiebraici alle persecuzioni degli eretici fino alla torri di New York non si contano le schiere di fanatici convinti di agire in nome del loro Dio e legittimati in tal senso da qualche autorità religiosa. Solo con il Vaticano II, del resto, la Chiesa cattolica ha riconosciuto come inderogabile diritto umano quella libertà di coscienza che ancora nel 1864 il Sillabo di Pio IX aveva definito come un folle «delirio», mero sinonimo di «libertà di perdizione». Ben venga, naturalmente, e onore al merito di coloro che hanno saputo cambiare le proprie opinioni, dando prova ancora una volta di un relativismo storico che, piaccia o non piaccia, è iscritto nella storia del cristianesimo stesso e della sua capacità di adeguarsi al mutare dei tempi.

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Tuesday, 25 September , 2012 / ermes

“…interminati / spazi”

Di seguito alcune riflessioni tratte da una recensione di un libro di Predrag Matvejevic, pubblicata da Repubblica lo scorso 17 luglio a firma di Achille Varzi. Quale parametro più arbitrario, nei nostri giudizi, della pretesa di conoscere la vera (e giusta) natura delle cose?

Il confine dei confini

Che cos’aveva di così speciale quel solco d’aratro da costare addirittura la vita al fratello che osò varcarlo? Che cos’aveva di magico la matita con cui Jefferson disegnò i confini dai quali nacquero gli Stati del Nordovest? Com’è possibile che alle potenze coloniali sia stato sufficiente tracciare delle linee su una mappa per spartirsi a tavolino le “terre pagane”? Solco dopo solco, linea dopo linea, i confini hanno invaso le nostre vite e riempito i nostri atlanti. A loro abbiamo asservito le nostre azioni e affidato la nostra storia, le nostre radici, diciamo pure la nostra identità. Da loro dipende il nostro senso di appartenenza a un luogo e per loro abbiamo imparato ad avere rispetto e a pretenderlo dagli altri. Diceva Lord Curzon che i confini sono la lama di rasoio sulla quale giace sospeso il nostro destino di pace e di guerra, ed è davvero così, oggi come sempre: dai conflitti nel Kashmir ai contrasti in Asia Centrale sino alle guerriglie di quartiere, ai litigi tra vicini, ai diverbi sui gol fantasma e sugli arrivi al fotofinish. Da dove viene tutto il potere di queste linee così sottili?

La risposta, ovviamente, è che viene da noi. Ai tempi di Romolo si poteva anche pensare che scaturisse dalla loro presunta sacralità. L’aratro traduceva in solco il volere inesorabile delle divinità. Oggi abbiamo imparato a dire che si tratta di convenzioni, accordi, stipulazioni, e non è un caso che oltre alla matita Jefferson e i colonialisti avessero usato anche il righello. È comunque rischioso prendersene gioco, ma tant’è: almeno sappiamo che il potere dei confini è artificiale. Risiede interamente nell’autorità di chi li traccia e nel consenso di chi li accetta.

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Saturday, 15 September , 2012 / ermes

“It is the very error of the moon”

“Si parte da Middelburg nella Zelanda, dove un occhialaio, Hans Lipperhey, ha l’idea di mettere in successione in un tubo due lenti, una concava e una convessa: è nato il cannocchiale. Sono tempi di guerre, si prepara la più grande di tutte, quella dei trent’anni: il cannocchiale appena nato viene puntato sulle fortificazioni dei nemici, come mostra un dipinto di Jan Brueghel il Vecchio (…). La notizia circola rapidamente, tocca Parigi e Londra e approda a Venezia. Qui sveglia la curiosità di due amici, Galileo Galilei e fra Paolo Sarpi. I due coltivano studi di ottica e pensano al cielo più che alla terra”.

Quando fu uccisa la luna

di Adriano Prosperi, Repubblica – 13 agosto 2012

Si presenta come un giallo: ma è un appassionante libro di storia quello che tre storici della scienza hanno dedicato al telescopio di Galileo, alla sua costruzione e alle scoperte che ne nacquero (Massimo Bucciantini, Michele Camerota, Franco Giudice, Il telescopio di Galileo. Una storia europea, Einaudi). Un giallo, si è detto: perché quello che accadde allora fu l’uccisione del cielo, così come lo si contemplava e si credeva di conoscerlo da millenni. Vittima primaria, la luna: dalla falce lucida e splendente, partecipe della perfezione dei corpi celesti a quella roccia bucherellata che un geniale pittore toscano, il Cigoli, ebbe l’impudenza di mettere sotto i piedi della sua Madonna Assunta nella cappella Borghese di Santa Maria Maggiore, a Roma.

Ma ben più grave e intollerabile delitto fu l’aver portato dati sperimentali a dimostrare l’errore di un’umanità che si credeva al centro dell’universo e si vedeva all’improvviso sbalzata dal suo trono, espulsa dal guscio di un mondo chiuso e scaraventata nell’universo infinito. A secoli di distanza, abbiamo elaborato il lutto della perdita, tanto da immaginare un altro spazio, altri mondi, cercando di studiarli e provando a conquistarli, persino, fino ad arrivare alle spedizioni di oggi, con Curiosity su Marte.

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Monday, 10 September , 2012 / ermes

“Che fai tu Luna in ciel?”

Da molto interessante blog un molto inaspettato racconto:

Il Cigoli e la Luna scura di Galileo

A Roma, nella splendida chiesa giubilare di Santa Maria Maggiore, vi è una cappella di rara bellezza sia architettonica che artistica: la cappella Paolina, detta anche Borghese, contrapposta alla Sistina, edificata per custodire l’Immagine della Madonna “Salus Populi Romani”, per ordine di Paolo V Borghese, su disegno dell’architetto Flaminio Ponzio, tra gli anni 1606 e 1612. Oltre agli affreschi del Cavalier d’Arpino e di Guido Reni e lo sfavillante altare del Mariani, la cappella costudisce uno dei capolavori di Ludovico Cardi, detto il Cigoli, il quale nella cupola raffigurò l’assunzione della Vergine.

Il Cigoli, artista di scuola toscana a cavallo tra manierismo e classicismo barocco, allievo dell’Allori e del Buontalenti, autore di un trattato di “Prospettiva pratica”, fu grande amico di Galileo; entrambi allievi del matematico Ostilio Ricci, coltivarono l’uno il mestiere dell’altro. Galileo si dilettava nel disegno e Cigoli nelle osservazioni astronomiche. Nella corrispondenza fra i due si legge spesso delle macchie solari, che il pittore toscano osservò personalmente, confermando le tesi dell’amico scienziato. Inoltre Cigoli tenne costantemente informato Galileo sugli umori romani, particolarmente negli anni successivi alle scoperte celesti del 1610; i commenti degli scienziati che a Roma non accettavano le teorie galileiane sulle superfici scure della luna sono contenuti infatti in tre sue lettere del 1612.

Ebbene il Cigoli, nel suo affresco della cupola, nel raffigurare la Vergine Assunta, la cui iconografia chiaramente si richiamava anche a quella dell’Immacolata Concezione, non la dipinse mentre si ergeva sulla classica luna crescente, ma su un qualcosa di totalmente differente: rappresentò infatti la luna, per la prima volta nella storia dell’arte, esattamente come quella osservata dall’amico Galileo, molto più naturalistica, con i crateri e le ombre come quelli che si vedono nelle stampe del Sidereus Nuncius. Read more…

Sunday, 2 September , 2012 / ermes

Domandare è lecito

“…quando in Italia e in Spagna si succedevano i lugubri autos de fe con i roghi di impenitenti e relapsi, quando la Francia sprofondava nel baratro delle guerre civili tra cattolici e ugonotti, quando il duca d’Alba usava il pugno di ferro contro i ribelli calvinisti delle Fiandre, quando in Scozia la rivoluzione politica si intrecciava con quella religiosa, quando la Polonia scacciava gli antitrinitari che vi avevano trovato rifugio, quando anche il mondo protestante era travagliato dalla discussione sulla liceità della condanna a morte degli eretici”.

Guerra e pace ai tempi dell’Inquisitore

di Massimo Firpo, Domenica del Sole, 15 luglio 2012

Pochi anni dopo la conclusione del concilio di Trento, nel 1567, un dotto cardinale veneziano, Marcantonio Da Mula, sollevò alcuni quesiti che si posero al centro di una discussione a più voci, in parte allora svoltasi nella sua residenza e poi allargatasi ad altri interlocutori. Perché il mondo pagano non aveva conosciuto conflitti religiosi? Perché l’unica religione che esso aveva perseguitato era stato il Cristianesimo? E perché invece, lungi dall’instaurare un regno di pace e di fratellanza, il Cristianesimo aveva sempre alimentato una storia di divisioni, di scontri, di guerre sanguinose?

Sono, a ben vedere, domande implicite anche nello straordinario capitolo XIX del II libro degli Essays di Montaigne laddove, nel discutere di libertà di coscienza, elogiava le grandi virtù di Giuliano l’Apostata, «uomo grandissimo e raro», esecrato per la sua avversione alla nuova fede dai cristiani suoi contemporanei, che avevano tuttavia dovuto riconoscere che egli non si era mai macchiato di «spargimenti di sangue», a differenza di quanto facevano i cristiani del presente.

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