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Monday, 30 October , 2006 / ermes

Meritocracy all’amatriciana


La parola “meritocracy“, coniata da uno scrittore satirico inglese con intento dispregiativo sul finire degli anni Cinquanta, è oggi al centro di ogni dibattito pubblico inerente i sistemi d’informazione, educazione, istruzione nel mondo anglosassone. Di più, è parola evocata con grandissimo trasporto positivo, è divenuta – come suole dirsi – una bella, amata parola. Ad essa si fa riferimento quando si affrontino i temi dello stato del pubblico e privato impiego, della ricerca intellettuale, dello sviluppo tecnologico… Il termine è divenuto dirimente, decisivo, è costantemente elemento di confronto, discussione e ancora elaborazione. Quanto detto, ripeto, oltre Manica e oltre Atlantico. Di qui dalle Alpi, al contrario, è raro financo che la parola “meritocrazia” sia nei dizionari, si tratta di termine poco diffuso, poco difeso, con poco appeal, ma tant’è, tal è l’Italia.

E’ pur vero che talvolta, come classica eccezione alla regola, si segnalano ottimi interventi e riflessioni in materia, ed Abonaforum è lietissima di riportarne notizia. Oggidì, propongo due articoli credo molto interessanti sull’argomento. Son due scritti di importanti editorialisti del Corsera, Francesco Giavazzi e Gian Antonio Stella. Osservatori ormai disincantati del (Bel)paese, il primo vanta, tra l’altro, un dottorato in economia conseguito al MIT di Boston, il secondo numerosi e prestigiosi premi giornalistici… Ma si sa, non è il cursus honorum a far la stoffa, conta ciò che si scrive o non si scrive, si nota o non si nota, dopo tutto anche Dario Fo l’è un Nobel, e che bel pasciuto Nobel! Ecco, dico che i due sono veri animali da inchiesta e denunce, ma di pasta tutt’affatto diversa dai Marco Travaglio, i Michele Santoro, i Giovanni Floris… e speriam continuino così!

graduate.gif Il Corriere potrebbe circondar tali editorialisti aperti, illuminati, ma sì diciamo pure liberaloidi, con autorevoli studi, inchieste, analisi, ricerche, speciali dando seguito alle loro accuse, ai loro interrogativi, e invece nulla… il foglio di via Solferino si mantiene un giornale minestrone, il suo direttore Paolo Mieli – il liberalissimo! – rivendica di voler fare un quotidiano sommamente generalista, popolare, teatro del tutto e del nulla, ove si possano dedicare pagine su pagine ai retrogusti dei vini da tavola, alle risse da spettacoli televisivi, ai colori dei fumetti… e allora, popolo triste, un po’ d’allegria!

Perché in Italia il merito conta poco
Le riforme nel cassetto
di Francesco Giavazzi, 29.10.06

«Preferisci un lavoro sicuro, anche se magari meno redditizio, oppure uno meno sicuro ma con migliori prospettive di reddito?». A questa domanda 6 giovani italiani su 10 rispondono di preferire quello sicuro anche se mal pagato. «Supponiamo che un’azienda attraversi un periodo florido e decida di aumentare gli stipendi: preferiresti aumenti uguali per tutti, a quelli che più ne hanno bisogno o a chi ha lavorato meglio?»: 4,4 su 10 rispondono o a tutti in egual misura o a chi ne ha più bisogno (da un’indagine di Renato Mannheimer spesso citata dall’on. Ds Nicola Rossi). Che futuro ha un Paese nel quale i giovani mostrano così poca audacia, così scarsa ambizione?
Innanzitutto esiste un’ampia minoranza che vive in un mondo dove ciò che conta è il merito e l’eccellenza: sono gli studenti che da un paio d’anni hanno ricominciato a iscriversi alle facoltà scientifiche, i giovani imprenditori che vendono i loro prodotti lontano dall’Italia. Si sentono cittadini del mondo, ma basta un piccolo incentivo, una piccola delusione, per convincerli a emigrare.
Se tra molti giovani prevale il timore per una società fondata sul merito è perché spesso si chiamano premi al merito quelli che in realtà sono premi all’anzianità. Negli uffici pubblici i cosiddetti «premi di produttività » sono assegnati non sulla base del merito (parola che i sindacati dei dipendenti pubblici hanno cancellato dal dizionario), ma dell’anzianità: così i più anziani, che spesso sono imeno produttivi, prendono di più. Meglio allora aumenti uguali per tutti che sono meno punitivi per i giovani di aumenti che confondono il merito con l’anzianità.
Supponiamo di riuscire a correggere queste distorsioni: è davvero migliore un mondo in cui la discriminazione dipende dal merito? È desiderabile una società nella quale, come negli Usa e in Gran Bretagna, i differenziali salariali tra coloro che lavorano sulla frontiera della tecnologia e i comuni mortali, o semplicemente i meno fortunati, si allargano a vista d’occhio? La risposta dipende evidentemente dai valori in cui ciascuno crede. È legittimo obiettare alla discriminazione fondata sul merito (anche se io non conosco un sistema più equo), ma discriminare in base al merito è certamente meglio che discriminare in base al censo. In Italia il reddito dei genitori è ancor oggi più importante, nel determinare quello dei figli, di quanto non lo sia negli Usa.
I giovani sono poco ambiziosi perché rischiare in Italia è più pericoloso che altrove. La nostra spesa sociale è quasi il doppio di quella inglese: 22,8% del pil contro il 14. E tuttavia tanto denaro pubblico fa poco per aiutare chi più ne ha bisogno. I programmi di welfare riducono il numero di inglesi a rischio di povertà dal 26 al 18%; in Italia dal 22 al 19. Siamo uno dei pochi Paesi avanzati in cui non esistono sussidi di disoccupazione accessibili a tutti. Risultato: chi ha un lavoro se lo tiene stretto, non pensa neppure a guardarsi attorno alla ricerca di opportunità migliori; i giudici reintegrano chi è licenziato perché la disoccupazione è un dramma e le imprese non assumono a tempo indeterminato, perché un errore può rivelarsi irreversibile.
Nel 1997, all’inizio del suo precedente governo, Prodi affidò a una commissione illustre, presieduta dal prof. Paolo Onofri, il compito di rivedere i principi del nostro welfare. La commissione propose riforme radicali: dal giorno dopo divenne «figlia di nessuno » e di quelle proposte non si parlò più (e il prof. Onofri è stato tenuto ben lontano da questo governo). Ieri Prodi ha detto che la discussione sul welfare si aprirà a gennaio. Perché, anziché ricominciare a discutere, non invia ai suoi colleghi quel documento chiedendo se sono d’accordo?

Premio di produzione al livello più alto per ognuno dei 3.769 super funzionari
I dirigenti pubblici? Tutti assi, da pagare al massimo
di Gian Antonio Stella, 29.10.06

Su con la vita: siamo nelle mani di fuoriclasse. Lo dicono le pagelle dei massimi dirigenti ministeriali che stanno a Roma o sono sparsi in giro per l’ Italia: su 3.769 altissimi funzionari delegati a far funzionare la macchina statale, non c’ è un solo ronzino, un somaro, un brocco. Tutti campioni. Capaci di raggiungere tutti gli obiettivi loro assegnati. Degni, per il loro lavoro, del massimo dei voti. E quindi dell’ allegato premio di produzione. I soliti criticoni diranno: non è possibile. E citeranno i tempi biblici di quell’ ufficio ministeriale dove certe pratiche si depositano così a lungo da dovere essere datate col carbonio 14 come i rotoli di Qumran, l’ assenteismo cronico di quell’ altro, le cataste di carte ammucchiate nei corridoi impolverati di quell’ altro ancora… Difficile negarlo: non c’ è giorno che Dio mandi in terra senza che emerga una nuova magagna della nostra amministrazione pubblica. Le cui responsabilità nella progressiva deriva dell’ Italia nelle classifiche mondiali della produttività sono di plastica evidenza. Eppure questo ha denunciato Luigi Nicolais, il ministro delegato alla Funzione Pubblica e all’ Innovazione, al convegno della Cgil sulla malasanità: «Il tentativo di misurare l’ efficienza di chi dirige gli uffici pubblici non ha dato i risultati sperati. Diciamolo: il meccanismo non funziona. Parlo solo per i dipendenti dei ministeri: possibile che tutti i dirigenti, e dico tutti, abbiano ottenuto il massimo della valutazione? Non dico ci sia un dolo… Ma certo c’ è qualcosa che non torna». Un passo indietro. Siamo nel 1999. Il governo di Massimo D’ Alema, con Angelo Piazza alla Funzione pubblica, vara la legge 286 che si propone di «privatizzare» la macchina amministrativa introducendo alcuni criteri che valgono in tutte le imprese private da Oslo a Pretoria, da Seattle a Brisbane: questi sono i conti, questi sono i dipendenti, questi sono gli obiettivi da raggiungere, questi sono i tempi per farlo. Una scelta di puro buonsenso: «Ricordo che ci ispirammo soprattutto al modello canadese e a quello britannico», ricorda Claudio Bressa, allora sottosegretario impegnato nella faccenda, «come ricordo che la cosa fu molto apprezzata dall’ Ocse». Il titolo, come sempre, era da delirio: «Riordino e potenziamento dei meccanismi e strumenti di monitoraggio e valutazione dei costi, dei rendimenti e dei risultati dell’ attività svolta dalle amministrazioni pubbliche, a norma dell’ articolo 11 della legge 15 marzo 1997, n. 59». Le parole usate erano un diluvio: 3.757. Poche meno di quelle spese da Giovanni XXIII per aprire il Concilio Ecumenico Vaticano II e quasi il triplo di quelle utilizzate per la dichiarazione d’ Indipendenza americana. Il significato politico però era chiaro: prima che lo Stato affondasse nell’ inefficienza era assolutamente indispensabile innestare meccanismi che permettessero di monitorare la situazione e selezionare meglio la classe dirigente. Arrivando via via alla scrematura che nelle aziende private c’ è: di qua quelli bravi, di là gli scarsi. Diceva l’ articolo 5: «Le pubbliche amministrazioni, sulla base anche dei risultati del controllo di gestione, valutano, in coerenza a quanto stabilito al riguardo dai contratti collettivi nazionali di lavoro, le prestazioni dei propri dirigenti, nonché i comportamenti relativi allo sviluppo delle risorse professionali, umane e organizzative ad essi assegnate». Le valutazioni, ovvio, non potevano basarsi solo sui risultati economici: chi offre un servizio pubblico non può avere «solo» quel riferimento. Qua e là lo Stato può anche scegliere, giustamente, di operare in rosso. L’ importante, però, è che il motore giri al meglio. Per dare una «spintarella» in più al progetto, fu deciso d’ accoppiare la pagella positiva a una integrazione dello stipendio. Cosicché la busta paga fosse composta di due parti: una fissa (legata all’ anzianità e alla funzione, buona sia per i fuoriclasse che per i ronzini) e l’ altra mobile (tra il 10 e il 15%, dice lo staff di Nicolais) legata alla capacità o meno di raggiungere gli obiettivi anno dopo anno assegnati. Tutto chiaro? Tre anni dopo la Corte dei Conti, presieduta da Francesco Staderini, denunciava già che il meccanismo, non solo per i dirigenti, faceva acqua e bollava come «del tutto insoddisfacente, se non preoccupante, la situazione con riferimento ai controlli interni di gestione nell’ ambito dei dipartimenti e delle singole direzioni generali dei vari ministeri». Di più: «Anche dove sono state individuate le unità di controllo non si sono registrati concreti e significativi risultati operativi. La difficoltà di enucleare idonei criteri e metodologie per controllare le gestioni, oltre alle riforme organizzative in corso, hanno frenato ogni iniziativa». Di più ancora: al ministero della Giustizia «non sono stati nemmeno costituiti l’ organo per il controllo strategico e le unità interne per il controllo di gestione». Oggi, stando alle pagelle dei vertici dell’ amministrazione governativa, la situazione si è cristallizzata. I direttori generali sono 336, i direttori di seconda fascia 3.433. Per un totale di 3.769 dirigenti. Bene: sono tutti fenomenali. Laboriosissimi, brillantissimi, scrupolosissimi, onestissimi, preparatissimi… Tanto da meritare tutti il massimo dei voti. Tutti tutti? «Praticamente», rispondono al ministero. Cioè? «Saranno il 99 e passa per cento». Cioè, qualche zuccone c’ è? «Eccezioni. Magari per motivi di carattere». Due o tre eccezioni? «Ecco, forse due o tre…».

4 Comments

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  1. herpes / Oct 30 2006 8:23 PM

    Condivido pienamente le osservazioni riguardo alla meritocrazia, ma non nascondo di nutrire più di qualche dubbio sulla possibile applicazione di questo criterio nel cosiddetto “belPaese”. In primo luogo non mi sembra che si stiano affatto creando i presupposti per un sistema meritocratico, e l’esempio lampante è la “deforma” dell’università, che ormai sta sfornando i propri risultati ad un ritmo vertiginoso. Il concetto inculcato nelle menti degli studenti è “sbrigati“, quasi che se si laureassero a trent’anni (ehm……non sto mettendo le mani avanti!) si troverebbero nella necessità di iscriversi ai programmi di screening per la prevenzione della demenza senile. Il problema è che la propaganda della campagna di accelerazione del proprio curriculum di studi si fonda su mezzi che tralasciano, anzi, dimenticano, la qualità che un’istruzione universitaria dovrebbe avere. Primo risultato: aule piene di ragazzi che vivono i più alti gradini della propria formazione con la stessa mentalità dei “capoclasse” delle elementari, della serie “maestra, hai visto? Sono stato bravo, ho fatto tutti i compiti, Luigino invece non ha fatto gli esercizi 2 e 3”. Secondo risultato: pochissimi acquisiscono la visione critica su quello che leggono (scusate la saccenza, ma dimostratemi il contrario..), sicché se sono chiamati a fare una riflessione un po’più profonda sulla stessa materia alla quale hanno dedicato anni di studio (non è il mio caso…LOL), se ne escono con riflessioni banali, ammesso che riescano a produrne una propria. Però….provate a chiedere ad uno studente qualsiasi la pedissequa ripetizione di una paginetta (magari delle fantasmagoriche sbobinature delle lezioni), resterete sbalorditi dalla dovizia di particolari. Ecco cosa ci aspetta, un futuro di professionisti sbobinati.
    E allora, come si può sperare in una meritocrazia, in un Paese in cui ti insegnano ad essere allergico ai libri e dipendente da quattro fotocopie (e fossero veramente quattro!) trascritte talvolta in carattere cuneiforme? Ah, il BelPaese! Evviva il BelPaese (formaggio)!

  2. ermes / Oct 30 2006 10:03 PM

    “Scusi l’intervento signor maestro, ma non eran gli esercizi 2 e 3 che Luigino ha saltato, bensì i numeri 2 e 4!”: sbobbin generation! Mitico herpes, sei veramente contagioso…

  3. Enza Coer / Dec 17 2007 9:39 PM

    Manager pubblici mai sotto esame – Francesco Siacci, Il Sole 24 Ore 17.12.07

  4. Iperione / May 16 2008 5:40 PM

    C’è chi la pensa come Abeona

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