“Una soluzione andrà trovata, ma Pechino non sembra intenzionata a far resuscitare troppo in fretta i contadini scomparsi dall’anagrafe. Anche perché il problema dei troppi morti di ieri potrebbe rapidamente trasformarsi in quello dei troppi vivi di domani. Ieri i villaggi avevano interesse a diminuire la popolazione, oggi hanno interesse ad aumentarla, per ricevere più sovvenzioni. Il futuro rischio è allora quello di vivi solo sulla carta, di gente che non morirà mai. E potrebbero affacciarsi sulla realtà «le anime morte» descritte da Gogol al tempo dell’impero russo”.
Cina, la carica delle anime morte
Migliaia di contadini in rivolta: i villaggi li hanno «uccisi» per poter ridurre le tasse
di Francesco Scisci, La Stampa, 05.11.09
PECHINO – Se non fosse vera, la storia dei contadini cinesi «morti viventi» avrebbero potuto scriverla Pirandello o Kafka, o magari a quattro mani tutti e due. A Zhouzhuang, 1800 anime nella Cina profonda, provincia dello Henan, un terzo della popolazione è sceso per strada urlando contro il capo villaggio che li aveva «uccisi» tutti. Avevano appena scoperto, sostenevano, di essere ufficialmente morti. E volevano indietro la loro vita, con tanto di timbro comunale.
Dietro il paradosso, che non si limita al villaggio di Zhouzhuang ma sta esplodendo in tutto il Paese, c’è una questione di soldi. Le autorità locali pagano le tasse al governo provinciale sulla base del numero degli abitanti. Meno residenti ci sono, meno tasse si versano. Un vantaggio anche individuale, perché i «morti» non pagano le tasse. E allora a Zouzhuang, come altrove, i capi villaggio hanno cominciato a «uccidere» un po’ di abitanti, specie dal 1996 in poi, quando Pechino ha deciso di riorganizzare e razionalizzare il suo sistema fiscale nelle province.




Quelle tasse sui salari
L’America è un gigante con una coscienza. Non è la Francia di Luigi XIV e neppure l’Inghilterra di Giorgio III. Gli americani non invocano, neppure fra sé e sé, la ragion di stato per giustificare le proprie azioni. Non sostengono il diritto del più forte, non dicono al resto del mondo, come fecero a Melos gli ateniesi, che «i forti governano dove possono e i poveri soffrono quello che devono». Gli americani non hanno mai accettato i principi del vecchio ordine europeo e non sono mai stati seguaci di Machiavelli. La loro è una società intrinsecamente liberalprogressista ed essi, nei limiti in cui credono al potere, lo considerano un mezzo per far avanzare i principi di una civiltà e di un ordine mondiali democratici. Condividono le aspirazioni europee a un sistema planetario più ordinato, basato non sulla forza, ma sulle regole: dopo tutto era questo il mondo che volevano realizzare quando gli europei esaltavano ancora le leggi della Machtpolitik. Ma questi ideali e aspirazioni, pur costituendo il fondamento comune della politica estera al di qua e al di là dell’Atlantico, non sono sufficienti a eliminare la grande diversità di prospettiva con cui europei e americani vedono il mondo e il ruolo della forza negli affari internazionali. (p. 46)




