Pulpiti e prediche

“L’Argentina è più vicina di quanto non sembri?”

Strane critiche a Kirchner da chi non privatizza

Articolo di Alberto Mingardi, IL – Intelligence in lifestyle, 1 maggio 2012.

Alcune settimane fa, il presidente argentino Cristina Fernández Kirchner ha annunciato, a reti unificate, di aver rinazionalizzato la compagnia petrolifera Ypf, espropriando il 51% delle azioni in portafoglio a Repsol. La mossa della Kirchner ha lasciato basiti gli osservatori internazionali, e creato serie preoccupazioni al Governo spagnolo. Repsol è una grande impresa iberica e un serbatoio di entrate fiscali preziosissime in un momento teso come l’attuale. In America Latina, l’arrocco della Kirchner ha fatto presagire il più terribile degli scenari: quello in cui, allontanandosi dalla scena Hugo Chavez, la fiaccola del populismoeconomico passa alla “Presidenta”.

Il colpo di mano della Kirchner ha qualcosa da dire anche a noi. Dovrebbe ricordarci come nasce un’economia mista: per i capricci dei demagoghi.

Critico inascoltato dello statalismo ai tempi in cui brillava la stella di Enrico Mattei, e solitario vedeva nell’incipiente strapotere dell’Eni le avvisaglie di quel vasto sistema di corruttele che sarebbe esploso con Tangentopoli, don Luigi Sturzo ammoniva che «Stato è una parola astratta; parliamo degli uomini che tengono il potere; Governo (presidente e ministri); Parlamento (senatori e deputati); dicasteri (burocrazia dirigente); corpi giurisdizionali (giudiziari e amministrativi); enti pubblici (statali e parastatali)».

È questa la ragione più forte per temere le nazionalizzazioni, e auspicare le privatizzazioni. Quando il controllo di un’azienda finisce nelle mani dello Stato, essa non viene messa al servizio della “collettività”: piuttosto, diventa il giocattolo degli interpreti pro tempore, dell’interesse comune.

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Leggere, scrivere e… far di conto!

“Con un volo d’ala illuministico (ante litteram) Archimede si ribella a quella forma di sapere che vuole che ci siano misteri intrinsecamente inaccessibili al pensiero dell’uomo. (…) Non è la completezza del proprio sapere che difende. Al contrario, è esplicito sul valore approssimativo e provvisorio, delle stime che fa. (…) Il punto centrale è una ribellione contro la rinuncia a voler conoscere. Una dichiarazione di fede nella conoscibilità del mondo e una replica orgogliosa a chi si accontenta della propria ignoranza e delega altrove la sapienza”.

L’eroe che osò contare la sabbia

di Carlo Rovelli, Domenica del Sole 24 Ore – 6 maggio 2012

Fra le molteplici radici culturali del mondo in cui viviamo, il pensiero razionale greco e i testi biblici rappresentano due rami influenti. Sforzi per mettere a confronto questi due mondi sono stati sviluppati da intellettuali cristiani fino dalla tarda antichità, con esiti vari, e ancora oggi Cristianesimo e Islam si interrogano sul problema del loro rapporto con la ragione. È possibile che elementi di questo dialogo si fossero già aperti due secoli prima di Cristo? L’ipotesi è una delle piccole gemme che si possono trovare nella traduzione commentata di Giuseppe Boscarino dell’Arenario di Archimede.

Archimede, vissuto in Sicilia immediatamente prima dell’occupazione romana, è uno dei grandi uomini di scienza dell’antichità. Di lui ci restano pagine di stupefacente ricchezza matematica, che hanno giocato un ruolo importante per la rinascita del pensiero scientifico in epoca moderna e hanno continuato a ispirare sviluppi della matematica fino all’Ottocento. La complessità della figura di questo scienziato antico e la portata della sua influenza sono bene illustrate dal libro II Grande Archimede di Mario Geymonat, latinista e filologo scomparso il mese scorso. Mario era figlio di Ludovico Geymonat, uno dei maggiori epistemologi italiani del Novecento, la cui vasta Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico ha avuto un’influenza profonda e benefica sulla cultura italiana, aprendola alla filosofia della scienza internazionale e ridando valore culturale e filosofico al pensiero scientifico, così soffocato dalla nostra scuola.

Di Archimede ci resta anche questo strano libretto, L’Arenario, in cui Archimede conta granelli di sabbia. Contare granelli di sabbia non sembra occupazione degna di un sommo scienziato. Cosa nasconde il gioco dell’Arenario?

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“Liberté de juger par moi”

“J’ai été nourri aux lettres dès mon enfance ; et, pourcequ’on me persuadoit que par leur moyen on pouvoit acquérir une connoissance claire et assurée de tout ce qui est utile à la vie, j’avois un extrême désir de les apprendre. Mais sitôt que j’eus achevé tout ce cours d’études, au bout duquel on a coutume d’être reçu au rang des doctes, je changeai entièrement d’opinion”.

“…il se peut faire que je me trompe, et ce n’est peut-être qu’un peu de cuivre et de verre que je prends pour de l’or et des diamants. Je sais combien nous sommes sujets à nous méprendre en ce qui nous touche, et combien aussi les jugements de nos amis nous doivent être suspects, lorsqu’ils sont en notre faveur. Mais je serai bien aise de faire voir en ce discours quels sont les chemins que j’ai suivis, et d’y représenter ma vie comme en un tableau, afin que chacun en puisse juger, et qu’apprenant du bruit commun les opinions qu’on en aura, ce soit un nouveau moyen de m’instruire, que j’ajouterai à ceux dont j’ai coutume de me servir.

“Ainsi mon dessein n’est pas d’enseigner ici la méthode que chacun doit suivre pour bien conduire sa raison, mais seulement de faire voir en quelle sorte j’ai taché de conduire la mienne. Ceux qui se mêlent de donner des préceptes se doivent estimer plus habiles que ceux auxquels ils les donnent ; et s’ils manquent en la moindre chose, ils en sont blâmables. Mais, ne proposant cet écrit que comme une histoire, ou, si vous l’aimez mieux, que comme une fable, en laquelle, parmi quelques exemples qu’on peut imiter, on en trouvera peut-être aussi plusieurs autres qu’on aura raison de ne pas suivre, j’espère qu’il sera utile à quelques uns sans être nuisible à personne, et que tous me sauront gré de ma franchise.

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“Lorsqu’on emploi trop de temps à voyager, on devient enfin étranger à son pays”

Domandarsi -oggi- perché Cartesio fuggisse -già allora- la Francia per i Paesi Bassi…

Qui si trova l’avanguardia liberale dell’Europa. Quando Roma condanna Galileo nel 1633, l’Olanda protestante, tutta presa dalle teorie rivoluzionarie, offre asilo al matematico di Pisa.

Galileo rifiuta ma avrebbe potuto scegliere in che luogo giocare col suo telescopio. Franeker, Leida, Utrecht, Harderwijk, Amersfoort: in questi primi anni del XVII secolo, le migliori università d’Europa si trovano nel paese delle pianure. Cartesio le prova tutte come un apprendista che va a bottega presso diversi artigiani. Solo che il maestro è lui. E’ detentore di un nuovo sapere, ha bisogno di discepoli, sbocchi, riconoscimenti, alleati. Ben lungi dal vivere in solitudine, frequenta l’élite del paese, i più grandi sapienti, gli uomini che contano, come Constantin Huyghens, segretario del principe di Nassau. La sua corrispondenza testimonia della ricchezza dei suoi contatti. (…) Questo giovane che preferisce la guerra alla tranquillità conduce la sua guerra personale, di movimento e di posizione.

(Frédéric Pagès, Cartesio e la cannabis. Perché in Olanda, Genova 2012 – pag. 23)

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“Io ne ho polito i vetri, io l’ho puntato al Cielo”

“Or ecco quello, ch’ha varcato l’aria, penetrato il cielo, discorse le stelle, trapassati gli margini del mondo, fatte svanir le fantastiche muraglia de le prime, ottave, none, decime ed altre, che vi s’avesser potuto aggiongere, sfere, per relazione de vani matematici e cieco veder di filosofi volgari; cossì al cospetto d’ogni senso e raggione, co’ la chiave di solertissima inquisizione aperti que’ chiostri de la verità, che da noi aprir si posseano, nudata la ricoperta e velata natura, ha donati gli occhi a le talpe, illuminati i ciechi che non possean fissar gli occhi e mirar l’imagin sua in tanti specchi che da ogni lato gli s’opponeno, sciolta la lingua a’ muti che non sapeano e non ardivano esplicar gl’intricati sentimenti, risaldati i zoppi che non valean far quel progresso col spirto che non può far l’ignobile e dissolubile composto…” (Giordano Bruno, Cena de le CeneriDialogo Primo, Londra, 1584)

Sidereus Nuncius

Ho visto Venere bicorne
Navigare soave nel sereno.
Ho visto valli e monti sulla Luna
E Saturno trigemino
Io Galileo, primo fra gli umani;
Quattro stelle aggirarsi intorno a Giove,
E la Via Lattea scindersi
In legioni infinite di mondi nuovi.
Ho visto, non creduto, macchie presaghe
Inquinare la faccia del Sole.
Quest’occhiale l’ho costruito io,
Uomo dotto ma di mani sagaci:
Io ne ho polito i vetri, io l’ho puntato al Cielo
Come si punterebbe una bombarda.
Io sono stato che ho sfondato il Cielo
Prima che il Sole mi bruciasse gli occhi.
Prima che il Sole mi bruciasse gli occhi
Ho dovuto piegarmi a dire
Che non vedevo quello che vedevo.
Colui che m’ha avvinto alla terra
Non scatenava terremoti né folgori,
Era di voce dimessa e piana,
Aveva la faccia di ognuno.
L’avvoltoio che mi rode ogni sera
Ha la faccia di ognuno.

Primo Levi
11 aprile 1984

Pubblicato in Human Rights. 3 Commenti »

The Father of Loud

Jim Marshall, creator of the Marshall amp, dies aged 88

Known as ‘the Father of Loud’, Jim Marshall changed rock’n'roll with his brand of affordable guitar amplifiers

Jim Marshall

‘The Father of Loud’ … Jim Marshall, creator of the Marshall amp, in 2005. Photograph: Damien Maguire/Rex Features

The man who gave rock one of its key visual and sonic props has died. Jim Marshall, known as “The Father of Loud” for inventing the Marshall amplifier, was 88 years old.

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C’è speranza ancora /2

Come sapete, sono molto sensibile all’argomento.

Come sottolinea l’articolo, potrebbe esserci un miscuglio tra tipologie diverse con un risultato poco elegante.

Ma sapete… meglio qualcosa che niente.

“Non suono per non disturbare”

Da un divertente libello di Luciano De Crescenzo (Il caffé sospeso, Milano: 2011 – pagg. 25-6):

Preparare una colazione d’affari a Napoli? Non è possibile. La città non è organizzata, mancano i ristoranti specializzati, i menu sono tutti a base di carboidrati, i camerieri e gli avventori non consentono alcuna privacy e infine i posteggiatori volteggiano implacabili nella convinzione che chiunque mangi in un ristorante sia un turista straniero voglioso di ascoltare ‘O surdato ‘nnammurato.

Tutto questo non significa che a Napoli sia impossibile trattare e concludere affari mangiando.

Diciamo semplicemente che è diverso e che bisogna sapersi adattare. Ricordo, per esempio, di una cosiddetta colazione d’affari da me avuta con un cliente quando ancora lavoravo a Napoli: avevo deciso di scartare “Ciro a Santa Brigida”, dove sicuramente avrei mangiato benissimo ma dove altrettanto sicuramente avrei trovato troppa folla, e mi ero avviato verso una trattoria di Santa Lucia, proprio di fronte al cinema dove secondo i miei calcoli a quell’ora non avrei dovuto incontrare molta gente, essendo la clientela abituata a mangiare verso le due. Tutto procedeva secondo le previsioni: sala pressoché vuota, spaghetto alle vongole e per dopo la solita micidiale richiesta: carne o pesce? Comunque, una volta adempiuto nel bene e nel male alle formalità delle ordinazioni, io avevo appena iniziato il discorso che tenevo a cuore, quando eccolo là: l’immancabile, il fatalistico, l’emaciato, il sorridente professionista della posteggia. Vestito, come il ruolo comanda, con dignitosa povertà ma con colori e dettagli adatti a un artista, armato di una vistosa chitarra, egli avanza nel locale deserto per piazzarsi a circa tre metri dal nostro tavolo. Attendo con paziente rassegnazione che il nostro aedo si commuova cantando “tu si’ ‘a canaria, ca pure quanno more canta canzone nove”, sennonché contro tutte le aspettative egli resta silenzioso e rispettosamente ci guarda.

Continuo a parlare di lavoro e ho l’impressione che questa volta il posteggiatore stia aspettando la fine della nostra conversazione. Sennonché, nel corso di una pausa, si avvicina con discrezione e con un leggero inchino ci porge un cartoncino: NON SUONO PER NON DISTURBARE, GRAZIE.

Gli demmo cinquecento lire e se ne andò.

Gaetano, il cameriere, quando venne a portarci il conto ci disse: «Puveriello, è pate ‘e figli e nun sape suna’».

Il tacchino deduttivista

“Arrivati in Sicilia l’hanno consegnato al sindaco di Salemi e chiuso nella casa dei mentecatti. Costui di tutto il processo d’unificazione è stato il perdente assoluto (…)

“Così va il mondo, anche se è doloroso comprenderlo (…) Eroe del ridicolo. D’altronde i Mille sono una cifra tonda, epica, «Salve o falange di gagliardi, o Mille guerrieri venturosi», scrive Garibaldi nel suo Poema autobiografico; che numero avrebbe mai potuto essere milleuno se non un numero che guastava l’epica e la rendeva fiaba? (…) in questa sua irriducibile nullità, in questa sua comica inesistenza, quel garibaldino io dico che giganteggia. Bisognerebbe fargli un monumento, però a rovescio: un enorme piedistallo di marmo che spiaccica sotto di sé un piccolo individuo in bronzo come se fosse di pasta sfoglia: Al milleunesimo ignoto la patria matrigna pose”.

 Il milleunesimo garibaldino

Ho sentito dire che è l’anniversario dell’Unità d’Italia, anzi ho sentito dire che finalmente l’anniversario è finito e tutti si sono sfogati, per cui da dire ci sarebbe rimasto poco; e su quel poco sarebbe meglio soprassedere, casomai tenerlo per il duecento cinquantenario.

Però c’è un piccolo fatto che riguarda l’Unità d’Italia che nessuno ha notato o ha voluto notare; e più precisamente il piccolo fatto è accaduto durante l’impresa dei Mille, bellissima avventura sotto ogni aspetto; ma c’era uno dei mille, forse il milleunesimo, che non la pensava così. Non è un fatto che m’invento: prendete Abba (Cesare Abba, Da Quarto al Volturno, straordinario diario della spedizione), le due navi sono salpate da poco da Genova, l’impresa è appena cominciata, quando si sente gridare: «Un uomo in mare!».

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Chi cerca trova?

“Altri fisici si entusiasmarono all’annuncio della massa di 140 GeV perché avrebbe dato credito alla possibilità che il nostro universo sia solo una piccolissima parte di una struttura gigantesca, detta multiverso, che include infiniti mondi paralleli. Mi è stato raccontato che, nell’apprendere la notizia, due illustri fautori della teoria del multiverso si sono messi a ballare abbracciati nel corridoio del dipartimento di fisica dell’Università di Stanford. Se si scoprisse invece che la massa del bosone di Higgs è circa 120 GeV, ci sarebbero ragioni per supporre che l’universo attuale si trovi in una situazione instabile, un po’ come se vivesse sull’orlo di un burrone (…) Questa prospettiva darebbe a Woody Allen una ragione di più per ricorrere al suo psicanalista.”

Il bosone di Higgs alle corde

Nel romanzo La promessa lo scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt racconta la storia di un ispettore di polizia che, ossessionato dall’idea di scoprire il colpevole di un delitto raccapricciante, abbandona tutto e sacrifica la sua intera esistenza per perseguire una sua azzardata teoria e per arrivare alla verità. Allo stesso modo i fisici delle particelle da quasi cinquant’anni inseguono un’ipotesi teorica e costruiscono complesse apparecchiature sperimentali per arrivare alla verità. Qui non si tratta di un delitto, ma di capire come la natura riesce a mascherare una delle simmetrie che regolano il comportamento delle forze fondamentali agenti nel nostro universo. Sto parlando della simmetria elettrodebole, la simmetria che detta legge su moltissimi fenomeni naturali, tra cui i processi di combustione di idrogeno in elio che permettono al sole di brillare e che dunque sono all’origine della vita sulla terra.

Il fatto curioso della simmetria elettrodebole è che essa appare evidente in alcuni fenomeni e sembra assente in altri. La natura ha deciso di mascherare l’esistenza di questa simmetria. È un po’ come nel caso del Partenone: visto da lontano sembra perfettamente simmetrico eppure, se lo osserviamo con attenzione, ci accorgiamo che non è così. L’incurvatura parabolica dello stilobate e il rigonfiamento delle colonne nell’entasis servono a correggere l’illusione ottica che ci fa vedere come concave delle rette parallele intersecate da segmenti. Il Partenone ci sembra più simmetrico di quello che è. La forza elettrodebole, invece, è più simmetrica di quel che sembra.

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