“Arrivati in Sicilia l’hanno consegnato al sindaco di Salemi e chiuso nella casa dei mentecatti. Costui di tutto il processo d’unificazione è stato il perdente assoluto (…)
“Così va il mondo, anche se è doloroso comprenderlo (…) Eroe del ridicolo. D’altronde i Mille sono una cifra tonda, epica, «Salve o falange di gagliardi, o Mille guerrieri venturosi», scrive Garibaldi nel suo Poema autobiografico; che numero avrebbe mai potuto essere milleuno se non un numero che guastava l’epica e la rendeva fiaba? (…) in questa sua irriducibile nullità, in questa sua comica inesistenza, quel garibaldino io dico che giganteggia. Bisognerebbe fargli un monumento, però a rovescio: un enorme piedistallo di marmo che spiaccica sotto di sé un piccolo individuo in bronzo come se fosse di pasta sfoglia: Al milleunesimo ignoto la patria matrigna pose”.
Ho sentito dire che è l’anniversario dell’Unità d’Italia, anzi ho sentito dire che finalmente l’anniversario è finito e tutti si sono sfogati, per cui da dire ci sarebbe rimasto poco; e su quel poco sarebbe meglio soprassedere, casomai tenerlo per il duecento cinquantenario.
Però c’è un piccolo fatto che riguarda l’Unità d’Italia che nessuno ha notato o ha voluto notare; e più precisamente il piccolo fatto è accaduto durante l’impresa dei Mille, bellissima avventura sotto ogni aspetto; ma c’era uno dei mille, forse il milleunesimo, che non la pensava così. Non è un fatto che m’invento: prendete Abba (Cesare Abba, Da Quarto al Volturno, straordinario diario della spedizione), le due navi sono salpate da poco da Genova, l’impresa è appena cominciata, quando si sente gridare: «Un uomo in mare!».









